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Casa della Carità
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Vivere il presente, immaginando il futuro

Un'intervista con il nostro direttore generale, Maurizio Azzollini

19 giugno 2020

Durante la pandemia di Coronavirus, la vita della Casa della carità è cambiata molto. Insieme agli ospiti stiamo vivendo un nuovo presente e stiamo immaginando un futuro diverso. In questi giorni, tutta la Fondazione è impegnata per riavviare i servizi sospesi per il lockdown, nella prospettiva di una "nuova normalità". 

Nell'attesa, abbiamo dato voce ad alcuni operatori che sono stati in prima linea durante l'emergenza, per raccontarvi il nostro impegno quotidiano in questi ultimi mesi e per condividere alcune riflessioni sul domani.

Per cominciare, abbiamo intervistato Maurizio Azzollini, direttore generale della Fondazione Casa della carità.

Uno dei corridoi della Casa, deserto durante il lockdown

Maurizio, come hai vissuto questi mesi?
Come Direttore della Casa, avverto costantemente un grande senso di responsabilità, ma devo dire che in questa situazione è stato ai massimi livelli, perché l’emergenza riguardava la salute delle persone. Ho vissuto questi mesi accompagnato da molta preoccupazione: per gli ospiti, gli operatori, i volontari, ma non solo. Avendo a che fare con un’epidemia, un errore di gestione commesso qui, avrebbe potuto avere ripercussioni sia sul singolo sia, per esempio, anche sui suoi familiari; c’è stata molta apprensione anche per loro. Ed è stata strana, quasi di tristezza, la sensazione che provavo entrando alla Casa della carità nelle settimane più difficili, quelle in cui abbiamo isolato gli ospiti positivi al virus. La Casa sembrava quasi vuota, senza vita; senza i consueti rumori, le voci.C’è poi un altro aspetto, più personale…

Quale?
Ho sempre creduto importante portare la mia casa dentro Casa della carità: per questo la mia famiglia mi accompagnava spesso agli eventi organizzati dalla Fondazione e mi è capitato anche diverse volte di avere i miei figli con me in ufficio. In questo periodo, invece, ho portato la Casa della carità in casa mia: con lo smart-working, il lavoro è inevitabilmente arrivato dentro le mura domestiche, il che ha significato, per esempio, dare il latte alla piccola di 7 mesi mentre facevo delle riunioni o avere le incursioni del più grande – quasi 3 anni! – durante le videochiamate. Ma non lo considero un fatto negativo, anzi: per me ha significato aver creato un rapporto ancor più amichevole tra la mia famiglia e la famiglia della Casa della carità.

 
 

Che cosa ha significato guidare una realtà come la Casa della carità attraverso questa emergenza?
La gestione è stata estremamente complessa, soprattutto all’inizio, perché era una situazione sconosciuta e in continua evoluzione e non si sapeva bene come agire. Ma devo dire che tutti, ognuno con i propri tempi e le proprie modalità e anche avendo visioni diverse, ci siamo concentrati e allineati per raggiungere un obiettivo comune. Anche con chi, per esempio i volontari, non ha potuto operare direttamente all’interno della Casa. È stato un periodo faticoso, ma sono anche contento che, nonostante le difficoltà e i problemi, la Casa abbia tenuto e siamo riusciti tutti insieme a evitare che il contagio avesse conseguenze nefaste.

Che cosa ha “insegnato” il virus alla Fondazione?
Per prima cosa, la necessità di comunicare costantemente quello che sta succedendo e che cosa si sta facendo. Elemento che, invece, nel quotidiano spesso si sottovaluta. E poi a trovare nell’emergenza un’opportunità di miglioramento: stiamo analizzando alcune criticità che già c’erano e che il Covid ha reso evidenti, e stiamo provando a cambiare. Abbiamo infatti dovuto rispondere a problemi contingenti, ma non è detto che alcune delle soluzioni messe in campo in questo periodo non possano avere ripercussioni positive sull’organizzazione un domani. Insieme, operatori di settori diversi e dirigenza, stiamo immaginando una nuova normalità per il futuro.

Maurizio Azzollini


A proposito di futuro, che cosa potrebbe cambiare per la Casa della carità? Quali sono le sfide che l’aspettano?
Dovremo saper leggere il contesto sociale ed economico che si sta delineando, che sarà caratterizzato da una crisi pesantissima, e dovremo attrezzarci per rispondere ai bisogni emergenti. Per esempio, mi ha impressionato molto che in via Padova nel primo periodo dell’emergenza ci fossero lunghe file davanti ai supermercati, mentre da metà aprile le file si sono spostate davanti alle finanziarie, con la presenza anche di persone che probabilmente prima non ci andavano. È un segnale di quello che dovremo essere capaci di affrontare, un’indicazione delle persone che in futuro potrebbero cercare aiuto da noi: gli ultimi saranno sempre più ultimi, ma ci saranno anche nuove necessità. Ad esempio, chi prima aveva uno stipendio precario o irregolare, ma riusciva comunque a cavarsela, ora non ce la fa più; le famiglie si sono trovate ad affrontare spese impreviste, non solo per i bisogni primari ma, per esempio, per far seguire ai figli la didattica a distanza. 

Come potrebbe rispondere la Casa a questi nuovi bisogni?
Stiamo ragionando su tutto questo, su come attivare le risorse che ci arrivano, su come soddisfare nell’immediato i bisogni essenziali, ma anche su come rivedere l’organizzazione e le nostre modalità di lavoro, per specializzare e migliorare la qualità dell’intervento della Fondazione e aiutare queste persone a superare la crisi. Allo stesso tempo, ci stiamo attivando per garantire tutte le condizioni di sicurezza e di tutela della salute necessarie, senza perdere di vista la filosofia di essere una “Casa aperta”.

 

Cosa sta ancora facendo la Casa per contrastare le conseguenze del Covid?
Dal punto di vista sanitario, stiamo continuando a lavorare duramente per proteggere la salute di ospiti e lavoratori: distribuiamo 3mila dispositivi di protezione individuale e utilizziamo 80 litri di prodotti igienizzanti e detergenti alla settimana; sanifichiamo periodicamente le strutture e abbiamo assunto 4 infermieri professionisti di supporto al personale medico dell’ambulatorio della Casa. Inoltre, abbiamo trovato alcuni spazi aggiuntivi e li abbiamo arredati con l’indispensabile perché fossero decorosi, per garantire il distanziamento fisico, e abbiamo ampliato l’orario di presenza degli educatori, per coprire al meglio anche le ore serali e notturne. Per fare tutto questo, la Casa della carità ha sostenuto e continuerà a sostenere spese straordinarie importanti. La nostra stima, che riguarda solo le spese extra per mantenere attivi i servizi di ospitalità residenziale fino a fine anno, è di circa 180.000 euro.
E poi, per contrastare l’emergenza economica, doniamo la spesa a 40 famiglie in difficoltà che seguiamo costantemente, offrendo loro beni di prima necessità e sostegno. Inoltre, seguiamo situazioni inedite che si sono create: con il sostegno dell’Unar - l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali - stiamo monitorando le condizioni di circa 170 famiglie rom, di cui 60 sono famiglie di giostrai, che dall’oggi al domani si sono trovate senza reddito e senza la possibilità di spostarsi per lavorare.

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Il presidente della fondazione

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