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Il calcio torna di casa alla Casa della Carità

Da un anno è nata una nuova squadra di calcio che coinvolge ospiti, operatrici e operatori della Casa.

Lo sport non solo come momento di gioco e aggregazione, ma anche come vero e proprio spazio di riabilitazione. Con quest’idea, da circa un anno, il calcio è tornato di casa alla Casa della Carità, con la nascita di una squadra formata da persone ospiti, operatrici e operatori che lo scorso 20 aprile ha giocato il suo primo torneo ufficiale sul campo del Real Crescenzago

Il calcio come momento di benessere fisico, emotivo e relazionale

Racconta Marta Boniardi, educatrice della Fondazione e coordinatrice di questo progetto: «Fino a qualche anno fa, la Casa aveva una squadra di calcio, che però aveva uno scopo soprattutto ludico e aggregativo. Abbiamo voluto unire questo aspetto alla parte riabilitativa, su cui già lavoriamo con i laboratori artistici e di socializzazione, in modo che lo sport diventi per i nostri ospiti un momento di benessere sia fisico, che emotivo e relazionale».

Dopo i primi mesi di sperimentazione nella primavera dello scorso anno, in autunno il progetto è ripartito in maniera più strutturata. Spiega Marta: «Ci alleniamo una volta alla settimana per due ore negli spazi che ci ha messo gratuitamente a disposizione l’Oratorio di Bresso, che ringraziamo».

«Gli allenamenti – prosegue – sono guidati da Gaia Canepa, psicologa in formazione nonché allenatrice in una società, che dopo il tirocinio in Casa della Carità è rimasta come volontaria per questo progetto, e sono come quelli di tutte le squadre: prevedono una parte di riscaldamento, una parte tecnica e una partitella, quindi una parte di gioco competitivo in modo che si riescano a valutare le varie dinamiche».

«Inoltre – continua Boniardi – abbiamo creato una tabella di valutazione, con cui analizziamo come stanno gli ospiti prima, durante e dopo il laboratorio, ragionando su come il calcio influenzi sia il loro benessere momentaneo, che quello a medio e lungo termine oltre che il rapporto con sé stessi, con i loro pari e con le figure normative, perché anche noi educatrici ed educatori partecipiamo attivamente». 

Risultati incoraggianti

E il progetto sta già dando i primi risultati: «Penso a due ospiti molto vulnerabili, che parlano poco, faticano a relazionarsi con gli altri, si muovono molto lentamente… Quando giocano sembrano altre persone, si riattiva una parte di loro che fuori dal campo non avremmo mai visto e che probabilmente c’è, ma è rimasta sopita a causa dei traumi e dei problemi che hanno vissuto. È stata una bellissima sorpresa. In generale, vediamo che è una cosa che sono contenti di fare, che ci sembra li faccia stare meglio, aiutandoli a trovare nuove risorse per la loro quotidianità».

Lo sport, inoltre, funziona in un certo senso da “livella”, perché, proprio nello spirito della Casa, coinvolge senza distinzioni persone più fragili e persone meno fragili, che possono interagire e creare delle relazioni che poi rimangono anche fuori dal campo. «Lo conferma il fatto che grazie a questo progetto, diversi ospiti che non riuscivano a mangiare in mensa perché avevano paura delle altre persone o che magari mangiavano in un angolo da soli, in modo del tutto naturale ora si trovano a mangiare insieme dopo l’allenamento», dice sempre Marta.

Il primo torneo ufficiale

Lo scorso 20 aprile, dicevamo, si è svolto il primo torneo ufficiale a cui, oltre alla squadra formata dagli ospiti della Casa, hanno partecipato alcune delle persone che frequentano la scuola di italiano per stranieri della Fondazione e un gruppo di adolescenti. Spiega l’operatrice: «Qualche tempo fa abbiamo iniziato a ragionare su come potessero vivere il confronto con gli altri. Abbiamo dovuto lavorare molto, perché essere in uno spazio protetto aveva permesso a tanti di sentirsi al sicuro e quindi l’idea della competizione inizialmente li spaventava. Siamo però felici di essere riusciti a organizzare questo torneo che, seppur sia stato giocato con persone in qualche modo conosciute, per la prima volta ha visto la squadra aprirsi al confronto». 

E aggiunge: «I ragazzi hanno reagito benissimo, con il giusto livello di competitività, senza paura e senza aggressività. Prima della partita addirittura si davano la carica nelle loro stanze con la musica. Di solito, quando c’è l’allenamento bisogna un po’ andarli a cercare e invece questa volta erano pronti già 2 ore prima. È stato bello».

E ci sono già progetti per il futuro: «L’allenatrice ci ha già dato disponibilità per l’anno prossimo. L’idea, se avremo abbastanza fondi e spazio, è di fare due allenamenti alla settimana, fare più partite e magari organizzare altri tornei», dice Marta.

Inoltre, si vuole aumentare il numero dei partecipanti, continuando a coinvolgere le persone che vivono alla Casa, ma anche coloro che, anche quando avranno lasciato via Brambilla, potrebbero continuare a gravitare intorno a gruppo. «Questo ci permetterebbe di continuare a monitorare il loro benessere e di creare un gruppo sempre più variegato», conclude l’operatrice.

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