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Don Colmegna: continueremo ad agire secondo il principio "Prima le persone"

Una riflessione del nostro presidente all'interno del dibattito nato dall'intenzione di alcuni sindaci di sospendere parti del decreto sicurezza

4 gennaio 2019

Da qualche mese, all’ingresso della Casa della carità campeggia uno striscione con la scritta “Prima le persone”, che non vuole essere uno slogan, ma rappresenta il principio-guida della nostra pratica quotidiana di accoglienza e della nostra azione culturale. Prima le persone significa affermare la centralità della dignità umana, del rispetto e della promozione di quei diritti fondamentali, sanciti dalla nostra Costituzione, che appartengono a tutte e tutti e che in quanto diritti propri della persona, sono inviolabili.

In quest’ottica, considero importante l’intenzione espressa da alcuni sindaci di sospendere alcune parti del decreto sicurezza, diventato legge un mese fa. Non credo che questa presa di posizione sia da giudicare come si trattasse di una polemica politica o una strumentalizzazione ideologica e non la ritengo nemmeno un atto di disobbedienza, laddove in questa parola si può intravedere qualcosa che richiama all'illegalità; è piuttosto un atto di quella che chiamo "obbedienza costituzionale". Questi primi cittadini, di varie città italiane, sollevano un interrogativo importante, sentito da molti: il decreto, approvato per di più senza dibattito parlamentare e senza ascoltare gli allarmi lanciati dagli operatori dell'accoglienza, è rispettoso dei principi fondamentali e dei diritti inviolabili delle persone sanciti dalla Costituzione? Rispetta, solo per fare due esempi, il diritto alla salute o il diritto all'istruzione? Molti ne dubitano, compresi autorevoli esperti. Per questo ritengo comprensibile che i sindaci, anche in virtù del loro ruolo, chiedano approfondimenti e verifiche di costituzionalità nelle sedi competenti. 

 
Lo striscione all'ingresso della Casa della carità


Nel dibattito che è scaturito, sono state espresse una serie di posizioni, alcune delle quali ritengo molto gravi nella forma e nella sostanza. Il Ministro dell’Interno, per esempio, ha reagito ricordando ai sindaci, così come aveva già fatto con i migranti, che per loro “la pacchia è finita”. Una frase odiosa e irrispettosa, tanto più se pronunciata da un rappresentante delle istituzioni verso altri rappresentanti delle istituzioni che, fino a prova contraria, agiscono secondo quel senso di responsabilità che dovrebbe accomunare quanti si occupano, a tutti i livelli, della cosa pubblica. 

C’è chi pensa che a muovere i sindaci sia quello che è stato definito “buonismo”. Io penso piuttosto che sia stata la preoccupazione per la tenuta della coesione sociale dei luoghi di cui essi sono i garanti. Una preoccupazione che condivido, perché sono certo che privare alcune persone dei diritti fondamentali, creare una divisione tra cittadini di serie A e di serie B, rendendo decine di uomini e donne dei fantasmi anonimi, aggraverà quelle situazioni di marginalità, che con tanta fatica proprio i sindaci cercano di risolvere. Un operato, quello delle amministrazioni locali, fondamentale per garantire la coesione sociale e quindi la sicurezza dei loro territori. 

Proprio quella sicurezza che viene invocata da chi ha scritto questo decreto, che tuttavia non si realizzerà se alla sapienza che permette di governare fenomeni complessi come quello migratorio, si sostituiscono gli slogan, buoni solo a capitalizzare il consenso elettorale, e l’esasperazione di conflittualità e sentimenti di rifiuto verso gli stranieri, compresi quelli che da tempo vivono e sono integrati nel nostro tessuto sociale, considerati usurpatori di opportunità che spettano “prima agli italiani”.

 
Lo sportello di tutela legale – Foto: Marco Garofalo
 

Per quanto ci riguarda, noi non smetteremo di agire secondo il principio “prima le persone”continueremo a essere un luogo di accoglienza, ospitalità e ascolto aperto a tutti, italiani e stranieri, e a fornire quegli strumenti che permettono anche a chi vive in situazioni di difficoltà o marginalità di poter esercitare i propri diritti di cittadinanza. Per esempio attraverso la possibilità di vedere riconosciuto, presso la Casa della carità, il proprio domicilio o la propria residenza. Non si tratta di un mero atto formale, ma è un modo per dare a tante persone fragili la possibilità di non rimanere anonime e di non vivere nell’abbandono; è un primo passo per costruire legami e relazioni e avviare percorsi di riscatto. Questo è un esempio di quelle pratiche di solidarietà messe in discussione da alcuni punti della nuova legge. Ma noi andremo avanti, per impedire che si blocchino i percorsi di inclusione sociale delle persone che ci chiedono aiuto e venga sottratta loro dignità.

Quella dignità che i governi di diversi Paesi europei, a partire dall’Italia, stanno negando a 49 migranti, tratti in salvo nel Mediterraneo dalle navi delle ONG Sea-Watch e Sea-Eye, alle quali da molti giorni viene negato l’approdo in un porto sicuro. È inaccettabile che siano lasciati in balia delle onde, a rischio della loro salute e incolumità, vittime della spregiudicatezza e dell’indifferenza di chi, in base al diritto internazionale, avrebbe invece il dovere di salvare quelle vite in pericolo. Sono in gioco le vite di 49 persone: non numeri, ma uomini, donne e bambini. Persone vulnerabili in cerca di rifugio, che vengono trattate alla stregua di scafisti o pericolosi criminali.

Trovare un modo diverso per affrontare il fenomeno migratorio, che permetta di governarlo nel rispetto della dignità e dei diritti delle persone, è possibile. È la sfida che abbiamo lanciato ormai più di un anno fa, insieme a tante altre realtà associative religiose e laiche, con la campagna “Ero Straniero – L’umanità che fa bene”, che ha proposto una legge di iniziativa popolare, ora ferma al Parlamento, che ha come obiettivo principale quello di garantire migliori condizioni di vita alle persone che cercano un futuro nel nostro Paese senza gravare sulle fasce più deboli della popolazione, producendo regolarità, sicurezza e coesione sociale. L’esatto contrario di quanto avverrà con la “Legge Salvini”.

Temi come quello dei diritti, della solidarietà, della sicurezza, della coesione sociale, dell’accoglienza dei migranti, della tutela e dell’aiuto a chi si trova in una situazione di povertà, di bisogno o di fragilità non possono essere trattati sempre e solo nella logica di una campagna elettorale senza fine. Occorre, per questo, dar spazio al confronto, alla riflessione, alle proposte. Per questo, aderiamo alla manifestazione “People, prima le persone” del 2 marzo a Milano  e, sempre a Milano, stiamo pensando per venerdì 8 febbraio a una giornata che vedrà promotori e aderenti a Ero Straniero insieme a tanti sindaci e amministratori locali, che già erano stati protagonisti della campagna, per rilanciare con forza la sfida dell’accoglienza e dell’inclusione, in modo serio, responsabile, propositivo.

 
 
 

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