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Regolarizzazioni: l'esempio (esportabile) di Torino

17 luglio 2017

Don Virginio Colmegna riflette sull'esperienza di SenzaAsilo, che ha consentito a decine di richiedenti asilo di ottenere un permesso di soggiorno legato all'inserimento lavorativo

In un momento in cui l’attenzione sul tema immigrazione è alta e le polemiche roventi, a Torino è avvenuto un fatto importante. Per la prima volta in Italia, la Prefettura ha rilasciato un permesso di soggiorno per motivi umanitari ad alcune decine di richiedenti asilo che avevano visto la loro domanda rifiutata, pur avendo trovato un’occupazione. Sollecitato dai datori di lavoro di queste persone e da una bella iniziativa della società civile chiamata SenzaAsilo, il Prefetto ha chiesto alle Commissioni territoriali di riconsiderare la posizione di questi cittadini stranieri, valutando positivamente i “percorsi di integrazione sociale” compiuti “attraverso gli inserimenti lavorativi” e regolarizzando la loro posizione.

Si tratta di una soluzione efficace, di buon senso, immediatamente realizzabile, frutto di un lavoro portato avanti lontano dai riflettori, senza urla, con il solo obiettivo di promuovere coesione e legalità. Si tratta di una proposta replicabile, che potrebbe avere effetti positivi non solo in Piemonte, ma in tutto il Paese. 

L’Italia infatti, ha un disperato bisogno di lavoratori. Come ha ribadito ancora una volta il presidente dell’Inps Tito Boeri, “chiudere le frontiere vuol dire distruggere il nostro sistema sociale” perché, se i flussi di entrata dovessero azzerarsi per i prossimi 22 anni, avremmo un saldo netto negativo di 38 miliardi per le casse pubbliche. Ben vengano allora tutte quelle occasioni che consentono alle persone già presenti sul nostro territorio di diventare autonome e produttive. 


Non solo. Come sappiamo, la legge Bossi Fini sull’immigrazione rende un gran numero di persone irregolari. La tendenza va invertita strutturalmente approvando una nuova normativa, come chiede la campagna Ero straniero (erostraniero.casadellacarita.org). Nel frattempo, però, ogni strumento utile a non ingrossare le fila dell’esclusione va utilizzato il più possibile perché, troppo spesso, chi vede la propria richiesta d’asilo respinta finisce per strada, senza casa e lavoro. E questo è inaccettabile in un paese in cui i poveri, aumentati durante la crisi, non accennano a diminuire. Senza contare il rischio per queste persone di entrare nei circuiti del lavoro nero, dello sfruttamento e della criminalità. 


Infine, penso che l’importante esperienza di Torino sia da esportare oltre i confini del Piemonte anche per un’altra ragione. Rilasciare un permesso di soggiorno a chi ha trovato un lavoro significa fornire uno stimolo forte. Significa stimolare gli stranieri arrivati in Italia ad impegnarsi ancor di più, per imparare la lingua e trovare un’occupazione. Ma significa stimolare anche le organizzazioni del terzo settore a migliorare ulteriormente la qualità dell’accoglienza. Autonomia e cittadinanza devono diventare, ancor di più, gli obiettivi di ogni progetto di ospitalità, per moltiplicare il numero di stranieri che possano ottenere dei permessi di soggiorno grazie al lavoro. 


Per questo, spero proprio che Milano sia una delle prime a città a seguire il modello piemontese. Sarebbe un segnale importante. Come importanti sono le parole che i migranti di Torino hanno scritto in una lettera al Prefetto, ringraziandolo per la sua decisione. “Questa regolarizzazione per noi significa un passaggio dal buio alla luce. Il risultato di questa procedura ci porta oggi a sentirci cittadini e ad essere più partecipi ed attivi nella società piemontese. Rimane quindi a noi il compito di proseguire questo percorso d’integrazione nel rispetto dei valori e delle leggi della Repubblica Italiana”. 


Articolo pubblicato su La Repubblica Milano del 15 luglio 2017

 
 

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