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Casa della Carità
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Che cosa ci aspetta nella fase 2? Ne abbiamo parlato con don Virginio Colmegna

Un'intervista con il nostro presidente, per capire cosa significa la ripartenza per la Casa della carità

8 maggio 2020

Sono passati oltre due mesi da quando l’Italia è stata travolta dalla pandemia di coronavirus. Dopo più di 60 giorni di isolamento, è iniziata per il nostro Paese la cosiddetta “Fase 2”. Che cosa ci aspetta? Cosa significa la ripartenza per la Casa della carità? Ne abbiamo parlato con il nostro presidente don Virginio Colmegna.


I bambini della Tillanzia al lavoro per uno striscione di incoraggiamento

Don Virginio, come hai vissuto questi due mesi?
Li ho vissuti nella distanza fisica, ma non nella distanza sociale. Fin dai primi giorni, ho avvertito il desiderio di un dialogo intimo e di amicizia, per questo sono rimasto in contatto con gli operatori, i volontari, amici vicini e lontani. Ho riscoperto tanti legami e i doni che questi mi hanno dato. Allo stesso tempo, ho ritrovato la fecondità del silenzio, della riflessione, della preghiera.

Che cosa ci lascia questo periodo?
Abbiamo dovuto isolarci per proteggerci. Siamo stati toccati dalla paura della malattia. Abbiamo visto la morte attraversare le nostre città. Non posso fare a meno di pensare a tutte quelle persone che se ne sono andate senza il conforto di un’ultima carezza e ho nel cuore il dramma dei parenti, che neanche hanno potuto accompagnare alla sepoltura i propri cari. E penso ai tanti che in questi due mesi non abbiamo potuto accogliere e aiutare: siamo sempre stati una Casa aperta, ma per salvaguardare la salute delle persone fragili che ospitiamo, abbiamo dovuto sospendere i nostri servizi diurni e questa è stata una scelta molto sofferta. È stato un periodo di grande dolore, ma credo anche che come comunità nazionale siamo stati capaci di mettere in circolo un immenso carico di umanità, di dedizione, di solidarietà. È un patrimonio enorme, che non va disperso e che va invece valorizzato, per immaginare un futuro che non può essere uguale a prima ma che, anzi, deve essere migliore.

 
 
 
Un bambino accolto al Centro di Autonomia Abitativa

A proposito di futuro, è iniziata la cosiddetta “Fase 2”, come la vedi?
Credo che questa nuova fase non debba iniziare frettolosamente; non possiamo pensare che con un colpo di bacchetta magica si possa ricominciare come prima, come se nulla fosse successo. La Fase 2 non può essere semplicemente un inno al consumo, altrimenti questa dolorosa esperienza non ci avrà insegnato nulla.
Di fronte alla pandemia non siamo tutti uguali e le misure per fronteggiarla rischiano di provocare, anzi stanno già provocando, fratture inique nella società, ulteriori disuguaglianze che, se non affrontate presto, continueranno ad aumentare drammaticamente. Milano, la grande città, si sta riorganizzando pensando in primo luogo ai trasporti; questo è giusto ed è importante, ma intravedo il rischio che ancora una volta l’agenda politica si dimentichi dei più fragili, di quelle tante persone che vivono nella marginalità e che rischiano di vedere ulteriormente peggiorata la loro situazione.

Da che cosa bisogna ripartire, allora, a tuo parere?
Un mondo è finito e dobbiamo immaginarne uno nuovo in termini diversi: le sofferenze dei poveri devono diventare una priorità per tutta la società. Non possiamo ripartire senza prenderci cura prima di tutto di loro, senza ascoltare i nuovi bisogni che stanno emergendo.
Un altro tema da cui ripartire è, inevitabilmente, quello della salute. La pandemia ci ha mostrato il fallimento di un sistema sanitario, soprattutto nella nostra regione, in cui la salute è stata considerata in una logica di mercato e dove sempre più non ci si fa carico della persona in quanto tale, ma viene data la priorità alle singole prestazioni, senza un approccio di cura complessivo. La salute è un bene comune fondamentale, garantito dalla Costituzione; per questo dobbiamo ripartire da un modello di sanità pubblica, che valorizzi il territorio e la comunità di cura e che metta al centro la persona.

 
 
Gli operatori del gruppo Anziani, sono andati a trovare i "nonni" della Casa e li hanno sorpresi con una serenata

Come affronterà la Fase 2 la Casa della carità?
Per la Casa è ancora un periodo complesso; potremmo dire che la nostra Fase 1 non è ancora finita… ma stiamo già pensando alla Fase 3. Le persone che erano risultate positive al coronavirus sono tuttora in isolamento e siamo in attesa dei tamponi di controllo, per capire chi è guarito e chi invece necessita di ulteriori cure. Coloro che erano stati trasferiti in altre strutture vogliono rientrare nella nostra sede di via Brambilla. Vogliono tornare a Casa, perché ne sentono la mancanza. E noi vogliamo ritornare a essere Casa. C’è voglia di normalità. Certo, sarà una normalità nuova, in cui dovremo ripensarci, mettendo in campo tutta quella “fantasia della carità” che ci consentirà di riaprire di nuovo a tutti quelli che bussano alla nostra porta… o forse saremo noi ad uscire, e andare a cercare quanti hanno bisogno. Servirà un grande sforzo di progettazione, che coinvolgerà gli operatori, i volontari e tutti coloro che sostengono la Fondazione. Dovremo ristrutturarci anche, per offrire risposte qualitativamente eccellenti, che mettano sempre al centro chi subisce di più, in cui la gratuità, il sostegno dei donatori e dei volontari continueranno a essere elementi fondamentali. I primi da cui vogliamo ripartire sono gli anziani, coloro che hanno pagato le conseguenze più gravi della pandemia. E lo stiamo già facendo con un piccolo ma significativo gesto: visto che ancora non possono tornare a frequentare la Casa, né noi possiamo andare a casa loro, i nostri operatori sono andati a trovarli, fermandosi sulla strada e sorprendendoli con una serenata!

Che Casa della carità sarà quella del post covid-19?
Sarà uguale e nuova al tempo stesso. Sarà nuova perché il mondo è cambiato radicalmente in queste settimane e quindi dei cambiamenti organizzativi saranno inevitabili e giusti. Sarà uguale, invece, la nostra missione, indicataci dal Cardinal Martini e oggi, credo, ancora più profetica. Vogliamo continuare a essere, nella quotidianità, un punto di riferimento per gli esclusi, per chi è debole e fragile, per “gli ultimi degli ultimi”, come li chiamava con affetto proprio Martini. E, partendo dalle loro esperienze, portare nella nostra comunità una forte carica spirituale, culturale, politica ed ecologica. Non sarà facile, avremo bisogno del sostegno di tutte le persone che ci sono sempre state vicine, ma siamo pronti a ripartire.

 
 
 

Il presidente della fondazione

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