Youssuf è un ospite delle docce che ha partecipato al laboratorio teatrale “Ascolta le tue voci, città”. Alberto Pluda racconta la sua storia.
Tra le persone che frequentano il servizio docce della Casa della Carità e che, da qualche mese, partecipano al laboratorio di teatroterapia della Casa c’è Youssuf, un uomo senegalese di 65 anni, arrivato in Italia una ventina di anni fa.
A raccontare la sua storia è Alberto Pluda, responsabile del laboratorio: «Youssuf l’abbiamo intercettato da qualche anno. Ci ha raccontato di abitare in una fabbrica abbandonata in zona Lambrate, dove vive con altri quattro o cinque connazionali, con cui frequenta le docce della Casa. Tra loro c’è un rapporto di amicizia e di aiuto reciproco molto forte».
«Youssuf ha vissuto diversi anni tra il centro e il sud Italia, in particolare nelle Marche e in Basilicata. Come vediamo dalle biografie di diverse persone che incontriamo, era ben inserito: lavorava, ha anche una decina d’anni di contributi regolarmente versati, e aveva una compagna. Poi per una serie di problematiche di cui non ci ha parlato, si è trovato ai margini e a vivere per strada», continua Alberto.
Il laboratorio di teatro e il cambiamento
Quando Alberto e Serena (Pagani, collega dei laboratori MigrArte) hanno proposto ad alcuni ospiti delle docce di partecipare al laboratorio di teatroterapia, Youssuf ha accettato con piacere. A proposito di questo, ad alcuni studenti che lo hanno incontrato alla Casa ha detto: «Mi sono sentito onorato, perché mai nessuno mi aveva fatto una proposta di questo genere».
Forse Youssuf ha accettato questa proposta perché arriva da una famiglia di artisti. Da quanto ci ha raccontato, infatti, suo padre è stato uno dei più grandi teatranti del Senegal, dove ha fondato una delle prime compagnie di teatro, girando anche alcuni lungometraggi. «Lui non ha potuto seguire questa strada– racconta Alberto – e quindi credo che partecipare al nostro laboratorio abbia ridato linfa vitale alla sua interiorità artistica e a questa sensibilità», racconta Alberto.
Che aggiunge: «Lavorando su “Miracolo a Milano”, gli ho chiesto un’improvvisazione a partire da una canzone che stavamo studiando. Youssuf si è messo a ballare, sculettando e dando colpi d’anca alla nostra Ivana, un’altra storica presenza del quartiere: una donna italianissima di oltre 70 anni che vive nelle case popolari e che, probabilmente, fuori da questo contesto non si relazionerebbe mai con un ragazzo come Youssuf. Eppure erano lì, entrambi con un sorriso stampato in faccia: Youssuf sorridente, Ivana sorridente. Questo è il vero “miracolo di Milano”.
Grazie all’esperienza teatrale, Youssuf è passato dal venire alla Casa per rispondere a un bisogno – lavarsi e cambiarsi – a venire perché sta bene in questo contesto, con un gruppo di altre persone. Lo dimostra un episodio, riportato sempre da Alberto, che coinvolge anche gli altri “doccisti”, che prendono parte al laboratorio: «Il giorno del laboratorio, dopo la doccia, offriamo ai partecipanti anche il pranzo in mensa e quindi all’inizio qualcuno pensava: “Va beh, vengono alle attività del pomeriggio anche per avere qualcosa da mangiare”. Poi però, è arrivato il Ramadan, che tutti loro hanno osservato. Eppure continuavano a venire qui. Partecipavano al laboratorio pomeridiano, senza usufruire del pasto. Questo ci fa dire che questa esperienza li fa sentire di nuovo persone.
Rafforzare la relazione
Coinvolgere le persone che frequentano le docce nel laboratorio di teatro è anche un modo per rafforzare la relazione con loro e provare ad “aggiustare” anche altri problemi.
Per esempio, a Youssuf erano scaduti i documenti. Grazie alla collaborazione con lo sportello di tutela legale della Casa, è riuscito a rifare il passaporto e a fissare un appuntamento in Questura per rinnovare il permesso di soggiorno: «Per lui riavere i documenti vuol dire tornare finalmente in Senegal, dove non andava più da una vita», spiega Alberto.