Alberto Pluda e Serena Pagani raccontano la partecipazione della Casa al laboratorio teatrale di narrazione corale “Ascolta le tue voci, città”
Da tempo Alberto Pluda e Serena Pagani, che conducono il laboratorio di teatroterapia della Casa della Carità, avevano in mente di coinvolgere in questa attività anche le persone che usufruiscono del servizio docce della Fondazione, a cui già da alcuni anni proponevano attività di socializzazione, come dei pranzi condivisi.
L’occasione è arrivata quando Michele Dell’Utri, tra gli attori protagonisti dello spettacolo “Miracolo a Milano” ha proposto alla Casa di partecipare al laboratorio teatrale di narrazione corale “Ascolta le tue voci, città”, da lui curato, con la richiesta di provare a coinvolgere anche persone senza dimora o che vivono in situazioni di grave marginalità, con l’obiettivo di far sentire la loro voce, in occasione della restituzione che si è svolta il 22 maggio 2026.
Alberto e Serena ci hanno raccontato com’è andata questa iniziativa.
Chi sono le persone che partecipano al progetto “Ascolta le tue voci città” qui alla Casa?
La partecipazione a questo progetto è stata proposta a due gruppi di persone, che si sono incontrate per la prima volta proprio grazie a questo laboratorio: quello ”storico”, che ormai da 4-5 anni partecipa al laboratorio di teatroterapia della Casa, e il “gruppo docce”. Nel primo caso si tratta di un insieme molto eterogeneo, formato adesso tra i 10 e i 12 corsisti e corsiste, di provenienze varie e con età che vanno dai 30 agli 80 anni. Nel secondo caso, si tratta di 5-6 persone che frequentano alcuni servizi diurni della Casa, in particolare docce e guardaroba. Anche qui ci sono età diverse e diverse provenienze, anche se in prevalenza si tratta di persone che arrivano dall’Africa Subsahariana.
E com’è andato questo incontro?
Rispetto all’inizio, quando erano due gruppi totalmente distinti che quasi nemmeno si parlavano, adesso vediamo formarsi un gruppo unico e vediamo nascere anche qualche timida relazione che va oltre il momento del laboratorio. Per esempio, in attesa di cominciare, ci si saluta per nome, si chiacchiera e questo ci dice già che c’è un riconoscimento reciproco. Lo vediamo anche dal fatto che, anche in semplici momenti di riscaldamento e molto spontaneamente, diverse persone hanno condiviso con gli altri racconti privati anche molto forti. Questo è molto interessante, perché significa che si riconoscono in un contesto protetto.
E il lavoro durante il laboratorio sta funzionando molto bene. È un po’ come se il gruppo che arriva dalle docce, che ha tanta energia, avesse spinto gli altri a riaccendersi, a uscire da quella che per loro era diventata quasi un’abitudine.
La proposta di questo laboratorio, come si inserisce nel percorso che state facendo con la teatroterapia?
Per quanto riguarda i “doccisti”, diciamo che questo laboratorio è stato propedeutico a un percorso di teatroterapia vero e proprio, che avevamo già immaginato da tempo, prettamente dedicato a loro. Questo lavoro è servito anche a capire se reggevano un impegno settimanale e lo stare in gruppo e abbiamo visto che funziona. Quindi per loro è l’inizio di un altro tragitto.
Per gli altri, ha significato entrare in relazione con sguardi completamente diversi rispetto a quelli che sono abituati a conoscere e a frequentare, e quindi a creare una relazione con mondi – come quello di persone che vivono in strada – che quasi pensano non esistano.
Proprio rispetto a questo, la storia di “Miracolo a Milano” è quella di persone cosiddette “baraccate”, che vivono cioè in baracche ai margini della città. Prendendo questo termine in modo molto ampio e quindi provando a considerare tra i baraccati un po’ tutti i fragili, come poi sono tutte le persone che partecipano al laboratorio, che cosa è emerso? Che cosa ci dice questa esperienza della nostra città, dal nostro piccolo punto di vista?
Considerando che il titolo di questo laboratorio è “Ascolta le tue voci città”, il lavoro è stato davvero un tentativo di andare a cercare voci che, molto spesso, non vengono ascoltate.
Nel nostro gruppo, ciò che colpisce di più è che persone che oggi vivono una condizione di forte marginalità — come chi frequenta le nostre docce — potrebbero riconoscersi completamente nei “baraccati” di allora, eppure non mostrano alcun risentimento verso la città che li esclude e li costringe a vivere per strada. Non ho mai sentito nessuno di loro lamentarsi contro qualcosa o qualcuno.
Dall’altra parte, chi non vive questa condizione ha colto soprattutto l’aspetto più favolistico, quasi romantico, del racconto della città, senza però vederne davvero le problematiche.
Per questo pensiamo che la relazione tra questi due gruppi possa generare, da entrambe le parti, sguardi completamente nuovi.