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Dal Piccolo ai quartieri, “Ascolta le tue voci città”

Venerdì 22 maggio alle 18.45 fuori dalla Biblioteca di Lambrate, si svolgerà la restituzione pubblica del progetto “Ascolta le tue voci città”. Ne abbiamo parlato con l’ideatore Michele Dell’Utri.

Anche la Casa della Carità è tra i luoghi protagonisti del laboratorio teatrale di narrazione corale “Ascolta le tue voci città”, ideato e condotto dall’attore e formatore Michele Dell’Utri, nell’ambito dello spettacolo “Miracolo a Milano”, andato in scena al Piccolo Teatro dal 4 marzo all’2 aprile 2026.

Abbiamo intervistato Michele Dell’Utri, per farci raccontare questo progetto che culminerà in una restituzione pubblica, in programma venerdì 22 maggio alle 18.45, fuori dalla Biblioteca di Lambrate, in via Valvassori Peroni 56, proprio dove nel 1951 fu girato il film di De Sica e Zavattini, che ha ispirato la trasposizione teatrale del Piccolo.

Come nasce il laboratorio “Ascolta le tue voci città”?

Devo fare una premessa. Il Piccolo Teatro di Milano ha una tradizione di teatro diffuso. Il Piccolo, infatti, nasce all’indomani della Seconda Guerra Mondiale con l’idea che, per ricostruire Milano bombardata, oltre alle case si dovevano ricostruire anche i teatri.

Il Piccolo è quindi il primo teatro a vocazione pubblica in Italia. Negli anni, Giorgio Strehler, Paolo Grassi e Nina Vinchi elaborano varie strategie per adempiere a questa funzione, tra cui, una cosa che ha fatto scuola, è l’idea di decentramento, cioè portare gli spettacoli fuori dal teatro, fuori dal centro e coinvolgere gli spettatori attivamente.

L’attuale direzione artistica di Claudio Longhi e la direzione generale di Lanfranco Li Cauli guardano a quel modello, con una chiave di reinterpretazione ovviamente contemporanea, di un teatro quanto più aperto alla città e che possa svolgere anche una funzione pubblica nel territorio.

In questo quadro, Claudio Longhi, in qualità di regista della trasposizione teatrale di “Miracolo a Milano”, conoscendo i miei interessi in questa direzione e i miei pregressi di attività sul territorio milanese, mi ha chiesto di riflettere su un progetto che partisse dalla riflessione proposta da questo spettacolo, ma che avesse anche una vita autonoma.

E com’è andata poi?

A quel punto, mi sono chiesto che cosa avrebbe avuto senso fare, considerando che il laboratorio è iniziato ancora prima delle prove dello spettacolo e che quindi, come materiale, avevamo il film di Zavattini e De Sica.

L’intuizione è arrivata dal titolo di un testo di Alberto Savinio, “Ascolto il tuo cuore, città”, parafrasato in “Ascolta le tue voci o città”, con diversi obiettivi.

Da una parte, offrire un servizio pubblico in termini di “un’educazione linguistica” di matrice teatrale, che potesse essere utile e formativa per i cittadini e le cittadine di Milano.

E qui, l’idea della lettura ad alta voce mi è sembrata un’idea adattabile a tutti, motivo per cui nel laboratorio ci sono dei momenti più “tecnici”, dedicati alla gestione della voce, alla respirazione e all’articolazione fonetica. E considerando che Milano oggi è sempre più poliglotta, abbiamo lavorato con delle tecniche che potessero aiutare a migliorare il grado di comprensibilità, e vincere anche un po’ di imbarazzo e difficoltà nell’espressione orale, chi ha un background migratorio o comunque, come prima lingua, una lingua diversa dall’italiano.

E gli altri obiettivi quali erano?

Dall’altra parte, volevo raccontare le voci della città di Milano, non solo attraverso racconti personali, ma anche attraverso la matrice letteraria. Quindi ho preso le parti finali del copione dello spettacolo, le abbiamo lette insieme e abbiamo capito come, effettivamente, giocando a leggere delle cose scritte da altri, possiamo comunque far parlare la nostra storia. Questo ci ha fatto diventare un coro, che era l’ultimo obiettivo.

Chi ha partecipato a questi laboratori, oltre alla Casa della Carità?

L’idea era quella di intercettare abitanti “nascosti” della città, persone che normalmente non si mettono in primo piano o che sono poco raccontate.

Oltre alla Casa della Carità, con cui c’era già un pregresso di conoscenza, sono stati quindi coinvolti gli ospiti della casa di riposo per musicisti della Fondazione “Giuseppe Verdi”, le persone che frequentano la scuola di italiano per stranieri della comunità di Sant’Egidio, il reparto dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione pediatrica del Fatebenefratelli e i fruitori della Biblioteca di Lambrate, che è il quartiere dove è ambientato Miracolo a Milano.

Com’è andato il lavoro della Casa della Carità dove, oltre al gruppo che già da tempo segue il laboratorio di teatroterapia, sono state coinvolte alcune persone che frequentano il servizio docce della Fondazione?

Quando ci siamo sentiti le prime volte, considerato che Miracolo a Milano parla di persone che vivono in una baraccopoli, da cui poi vengono mandate via, ho condiviso l’idea, un po’ folle, di coinvolgere in questo laboratorio anche le persone senza dimora che frequentano le docce della Casa.

Ho subito trovato il favore di Alberto, Serena e Cecilia (Pluda, Pagani e Trotto, operatori dell’area cultura della Casa, ndr), i quali mi hanno detto che era da tempo che volevano coinvolgere queste persone in un’esperienza laboratoriale.

Ricordo ancora quando Alberto mi ha telefonato, dicendo: «Ce l’abbiamo fatta! Stanno partecipando, sono contenti!». E anche io sono contento, perché il teatro ha fatto il teatro, cioè ha fatto scattare una scintilla di qualcosa che c’era già in animo di fare e che, potenzialmente, può durare, anche al di là del teatro.

Devo dire che se non ci fosse stata una conoscenza profonda delle persone che lavorano qui, non mi sarei mai avventurato in questo percorso, ma la sicurezza mi è stata data dal fatto che avevo avuto modo di conoscere il vostro progetto educativo e la solidità e l’autenticità di questo tipo di percorso.

Pensando ai “baraccati”, che sono protagonisti del film e dello spettacolo e ampliando un po’ questa definizione, allargandola alle diverse fragilità che il laboratorio ha coinvolto nei diversi contesti di cui ci hai parlato, com’è stato per te, attore e insegnante di teatro, lavorare in questi ambiti?

Sono esperienze che, almeno per me, inizialmente ti fanno misurare con certo un senso di inadeguatezza. E poi si trasformano in esperienze di crescita personale e civile, quindi in realtà insegnando, imparo io. E non è retorica: imparo io perché mi porto dietro i racconti di alcune persone. Penso a Casa Verdi, a queste signore anziane che fanno dei racconti veramente incredibili, di una Milano che non esiste più, o che esiste ma è meno raccontata. Mi porto dietro gli sguardi e i racconti delle ragazze ricoverate al Fatebenefratelli, la curiosità di chi frequenta la Biblioteca di Lambrate e la caparbietà di Sant’Egidio nel lavorare sul linguaggio, che è più di uno strumento; è un modo per riconoscere i tuoi pensieri, farli riconoscere e far riconoscere anche la tua presenza dentro questa città.

Dalla Casa, mi sono portato il fatto di non farmi condizionare dal sapere che alcune persone coinvolte stavano in strada, quindi io non gli ho mai chiesto niente sulla loro vita. E non voglio nemmeno chiederglielo, perché ce lo stiamo raccontando attraverso il linguaggio teatrale.

Cosa ci dice, questo lavoro, dei milanesi di oggi e cosa dice ai milanesi di oggi?

Questo lavoro è strettamente legato a Milano, ai milanesi degli anni ‘50 che sono raccontati nel film e nello spettacolo, ma anche dei milanesi di oggi.

Secondo me ci dice, tra le mille cose, che abbiamo bisogno di tornare a guardarci negli occhi e di fare esperienza fisica condivisa insieme e ripensarci città, perché tra la Milano più raccontata, quella che ha maggiore spazio mediatico, quella mainstream, e la Milano veramente vissuta e abitata dai milanesi – per quello che vuol dire oggi milanesi, quindi chi è abitante da una generazione, chi da due, chi da dieci e anche nuovi abitanti – c’è una certa distanza.

Quello che è venuto fuori dai laboratori ci racconta una Milano, quella degli abitanti, che è fatta di sacrifici, è fatta di momenti, come qualcuno ha detto, di conflitto, persino di odio, ma anche momenti di grande piacere. E c’è la consapevolezza che Milano è una città accogliente, che ha voglia di conoscere e che sente che la propria anima e il proprio DNA è quello.

Cosa ci aspetta il 22 maggio, durante la restituzione?

Questi “focolai” culturali e di socialità che abbiamo attivato dentro Milano avranno un punto di ritrovo a Lambrate, in via Valvassori Peroni (davanti alla Biblioteca di Lambrate, ndr) dove immaginiamo un momento di coralità civile, in cui le persone che hanno partecipato ai laboratori si incontreranno e scopriranno che alcune frasi studiate a qualche chilometro di distanza erano uguali e quindi le possono raccontare insieme. Altre cose invece le racconteranno in modo diverso e proveremo a coinvolgere anche chi sarà presente all’evento come pubblico.


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