Con Peppe Monetti, responsabile dello sportello di tutela legale della Casa, scopriamo chi sono i rider che chiedono aiuto alla Fondazione
Maschio, tra i 20 e i 40 anni, generalmente proveniente da Pakistan, Bangladesh o, più raramente, dall’Africa subsahariana. Ha i documenti in regola oppure è un richiedente asilo.
È questo il ritratto che Peppe Monetti, responsabile dello sportello di tutela legale della Fondazione, traccia dei rider – i fattorini che, in sella a una bicicletta, consegnano cibo e merci a domicilio – che si rivolgono alla Casa della Carità per chiedere supporto.
Chi sono i rider e che cosa chiedono alla Casa della Carità?
Sono persone che abitano la città e la servono con il loro lavoro. Per guadagnare il più possibile lavorano tantissime ore, spesso 7 giorni su 7. Generalmente sono persone arrivate in Italia già da qualche tempo, che però non sono riuscite a inserirsi stabilmente nel mercato del lavoro. Fare il rider, invece, è un lavoro accessibile, perché richiede sostanzialmente un cellulare e i documenti.
Spesso vivono in situazioni abitative precarie e instabili e quindi si rivolgono alla Casa principalmente per accedere ai nostri servizi a bassa soglia, come docce e guardaroba. In qualche caso sono stati aiutati anche dal servizio di cure primarie, soprattutto per medicazioni a seguito di piccoli incidenti.
L’altro grande capitolo per cui si rivolgono a noi riguarda i documenti. Per lavorare come rider bisogna avere un documento valido. Loro ce l’hanno, ma spesso si trovano nella condizione di doverlo rinnovare. Non avendo una situazione abitativa stabile, fanno fatica a completare le pratiche e quindi li aiutiamo con il kit postale e con tutto l’iter burocratico necessario per il rinnovo.
Ci chiedono aiuto anche nella ricerca di un’abitazione, ma purtroppo non siamo in grado di rispondere perché i nostri posti sono sempre pieni. Allora molti si organizzano in 3 o 4 per affittare una casa insieme; due la vivono di giorno e due di notte, perché uno lavora nel turno diurno e l’altro in quello notturno.
A volte si rivolgono a noi anche dopo incidenti più gravi, che impediscono loro di lavorare. In questi casi, oltre all’accompagnamento sanitario, chiedono anche un supporto legale. Li aiutiamo a capire qual è il percorso da seguire: dalla denuncia dell’incidente alla raccolta dei verbali del pronto soccorso. Se necessario, li indirizziamo poi ad avvocati o ai sindacati, perché noi non svolgiamo attività giudiziale.
Ci sono anche persone che vivono nei centri di accoglienza?
Sì, molti vivono nei centri di accoglienza, in particolare nei CAS – Centri di Accoglienza Straordinaria. Sono richiedenti asilo in attesa della convocazione in commissione e trovano nel lavoro di rider uno degli sbocchi occupazionali più accessibili.
Quali sono le principali difficoltà che incontrano sul lavoro e come li aiutiamo a tutelare i loro diritti?
Quello che vediamo è che manca la conoscenza dei diritti legati al contratto di lavoro: quante ore si dovrebbero fare, quale dovrebbe essere la giusta retribuzione, quali tutele spettano loro. Per questo facciamo un’attività di informazione su questi temi. La grande difficoltà è che queste persone hanno bisogno di lavorare per vivere qui e mandare i soldi alle loro famiglie e quindi finiscono anche per accettare condizioni ingiuste, quando non di sfruttamento, e lesive dei loro diritti. Il nostro compito è aiutarli a leggere il contratto di lavoro, a capire quali sono i loro doveri, ma anche quali sono i loro diritti.
Approfondisci
- Su questo tema, leggi anche l’intervista a Andrea Bacchin della CGIL Milano. Leggi l’intervista.