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«Basaglia ci ha insegnato a mettere la persona al centro»

La lezione di Franco Basaglia per la Casa della Carità. Ne parliamo con la psichiatra della Fondazione, Laura Arduini.

«Credo che la grande lezione di Franco Basaglia che ci portiamo dentro da sempre è quella di mettere al centro la persona e non la malattia». Ad affermarlo è Laura Arduini, psichiatra e responsabile del Settore Salute della Casa della Carità.

Con lei, in occasione dei 100 anni dalla nascita dello psichiatra triestino l’11 marzo 2024, abbiamo fatto il punto su come la Casa ha fatto suoi gli insegnamenti di Basaglia.

La persona al centro

Dire che la persona è al centro, per la Casa della Carità non è uno slogan: «Noi non parliamo dell’”ospite schizofrenico” o dell’”ospite bipolare”. Noi chiamiamo ogni persona per nome è questa è una ricchezza incredibile e non è un fatto scontato. Se si guarda per esempio all’organizzazione dei servizi per la salute mentale, si osserva che sono sempre più parcellizzati e divisi in ambulatori specialistici: c’è l’ambulatorio per i disturbi alimentari, c’è quello per i disturbi ossessivo-complusivi e così via. In questo modo, però, ciò che è in primo piano è la malattia, non la persona», racconta Laura.

E se la malattia è al centro, l’accesso a questi servizi avviene “per esclusione”, con la conseguenza di tenere fuori gran parte delle persone che spesso hanno più patologie e problematiche contemporaneamente. Spiega quindi Arduini: «Quello che invece facciamo alla Casa è lavorare per inclusione. Se per esempio una persona ha contemporaneamente una patologia psichica e beve, noi ci occupiamo di lei; se una persona ha una fragilità psichica e una patologia organica, noi ci occupiamo di lei. Perché altrimenti queste persone non troverebbero accoglienza e cura da nessun’altra parte».

Mettere al centro la persona significa anche occuparsi di lei a 360 gradi. Per questo, alla Casa operano équipe multidisciplinari, formate da educatori ed educatrici, psichiatre e psichiatri, psicologhe e psicologi, assistenti sociali, mediche… E questo perché la cura della salute mentale compone un puzzle, insieme alla cura della salute fisica, della presa in carico della situazione legale e lavorativa, della condizione abitativa della persona…

Una Casa che cura

Oltre alla presenza di specialisti con la loro competenza tecnica e alle équipe multidisciplinari, ciò che cura alla Casa della Carità è anche il clima di una vera e propria casa, dove gli ospiti che stanno meglio aiutano e fanno da traino per chi sta peggio.

Allo stesso modo, alla Casa non ci sono attività separate in base alla condizione mentale e fisica degli ospiti, ma attività che coinvolgono sia persone con patologia psichica che persone che non hanno questa fragilità. Come la squadra di calcio, che è mista, o i laboratori artistici o quello di teatro, che sono aperti agli ospiti della Casa, ma anche alle persone che ne frequentano i servizi diurni, come il servizio docce, e alle persone seguite dalla custodia sociale nelle case popolari.

«Crediamo che il benessere, per tutti, si crei nello stare insieme. Per questo rifuggiamo dai tentativi di creare spazi di accoglienza separata», dice la dottoressa Arduini.

Il bisogno di relazione

La Casa della Carità ha una lunga storia di accoglienza e sostegno a donne e uomini con fragilità psichica, attraverso vari progetti, grazie ai quali ha da sempre intercettato il mutamento dei bisogni di salute mentale del territorio.

Spiega Laura Arduini: «Negli ultimi anni, oltre al fenomeno dell’homelessness e all’accoglienza di migranti e rifugiati con patologie psichiche, intercettiamo quelle persone che, pur avendo diritto a essere prese in carico dai servizi pubblici, ma non riescono ad avere una risposta. Da una parte per i tempi di attesa molto lunghi, dall’altra perché sono pluriproblematiche e quindi, come una “pallina da flipper”, vengono rimbalzate da un servizio all’altro: se vanno al CPS (Centro Psico Sociale, ndr), dicono loro di andare prima al NOA (Nucleo Operativo Alcolisti, ndr); se vanno al NOA dicono di andare prima al SERD (Servizi per le Dipendenze patologiche, ndr)… non c’è un servizio che tenga insieme tutto».

«E poi – continua – intercettiamo tante persone che hanno bisogno di socializzazione. Penso a quante persone vanno a Proviamociassieme: in quell’area c’è un CPS che funziona, ma offre una visita una volta al mese, la somministrazione dei farmaci, ma se una persona è sola ha bisogno anche di spazi e attività da condividere, ha bisogno di relazione».

Possiamo aiutarti?

Se sei in difficoltà o hai bisogno di maggiori informazioni sui servizi pubblici dedicati alla salute mentale, chiama il numero 3401264360 e chiedi un appuntamento al nostro ambulatorio psichiatrico.

Approfondimenti

  • Leggi il nostro approfondimento per conoscere meglio la figura di Franco Basaglia. Clicca qui.
  • Leggi la storia di Samuel, che alla Casa ha trovato la cura di cui aveva bisogno. Clicca qui.

[In apertura: Marco Cavallo, simbolo della chiusura del manicomio di Trieste, fa visita alla Casa della Carità]


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