Storie

Un buon lavoro, una casa, un futuro

Tra sfruttamento e speranza, le storie dei lavoratori del consolato americano di Milano e di un ospite della Casa che fa il rider

Hanno tra i 35 e i 40 anni, arrivano dall’India e dall’Italia non se ne vogliono andare perché vogliono lavorare qui.

Sono alcune delle persone che lavoravano alla costruzione del nuovo consolato americano a Milano, recentemente finita al centro di un’inchiesta della Procura per caporalato e sfruttamento di manodopera.

Per mesi hanno vissuto per strada o nei parchi. A seguito del licenziamento dal cantiere, infatti, erano stati anche mandati via dal residence dove vivevano. Avevano poi trovato alloggio in uno spazio occupato dell’Università degli Studi di Milano, che è stato però sgomberato lo scorso 14 luglio.

Per alcuni giorni, sono stati ospitati in emergenza dalla Casa della Carità, dove li abbiamo incontrati per conoscerli.

Sono operai, idraulici, elettricisti; avevano già lavorato nel settore delle costruzioni anche in Oman e a Dubai. Quando sono arrivati in Italia per questo lavoro, avevano grandi aspettative, ma si sono trovati a lavorare 10/12 ore al giorno per 6 giorni a settimana, con stipendi miseri, costretti a versare metà dei guadagni per vitto e alloggio e trovandosi poi licenziati da un giorno all’altro tra gennaio e febbraio.

C’è chi ha provato ad andare in altre città, qualcuno addirittura all’estero, per trovare un altro lavoro, ma non ce l’ha fatta ed è tornato a Milano.

Le loro famiglie sono in India, e a volte fanno pressione per mandare i soldi. «Mi hanno chiesto quando gli mando i soldi. Gli ho detto, quando li guadagno ve li mando, dovete aspettare», dice Shankar.

La CGIL li sta aiutando per recuperare gli stipendi arretrati e avere accesso alla NASPI, ma parlare del futuro è difficile, perché, dicono, hanno tanti problemi: il lavoro, i soldi, la casa.

C’è chi come Amit che ha due figli, una bambina di 8 e un bambino di 7. Spera di avere presto un nuovo lavoro, un buon lavoro, con cui potrà far arrivare qui anche la sua famiglia, per far cresce e studiare i suoi figli in Italia.

Il sogno di Anlil, oltre il lavoro da rider

Un’altra storia è quella di Anlil, un ragazzo bangladese di 25 anni, accolto alla Casa della Carità.

Da poco più di un anno ha acquistato una bicicletta, una delle cosiddette “fat bike”, quelle con le ruote grandi e dotate di batteria elettrica, e lavora occasionalmente come rider.

Per lui non è un duro lavoro, ma non gli piace molto e, soprattutto, guadagna 3 euro a consegna: «Adesso che è estate non lavoro molto, due ore, due ore e mezza al giorno per la cena. In inverno faccio qualche ora in più, anche 3 o 4, perché lavoro a pranzo. Ho pochi ordini perché non ho la patente. Chi ha la patente può avere più ordini», racconta.

Chi ha la patente e può guidare uno scooter o un’auto, infatti, ha spesso maggiori possibilità di ricevere ordini. I mezzi a motore consentono infatti di effettuare più consegne in meno tempo e di trasportare ordini più pesanti o voluminosi. Dal momento che gli algoritmi delle piattaforme premiano spesso la rapidità di consegna, i rider che utilizzano un mezzo a motore possono partire da una posizione di vantaggio.

Una volta che avrà sistemato i documenti, Anlil spera di trovare un altro lavoro: «Il mio sogno è lavorare in fabbrica e avere i soldi per avere una piccola stanza, solo per me. Questo è il mio sogno».

[La foto in apertura è dell’Ansa]


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