Storie

La storia a lieto fine di Jane, che è tornata a casa

A Natale si può anzi, si deve raccontare una storia a lieto fine. E quella di Jane lo è. 

Oggi Jane è tornata a casa, in Nigeria, nel villaggio dove viveva insieme ai genitori, ai fratelli e alle sorelle e ai suoi due figli. Come desiderava fare, dopo aver cercato a lungo in Europa un futuro migliore che, come per tante persone, purtroppo, non è mai arrivato.

A raccontare questa storia è Vita Casavola, responsabile del Progetto Diogene, l’unità di strada della Casa della Carità, specializzata nell’aiuto a persone senza dimora con problematiche psichiatriche.

Jane e la sua pensilina

Jane ha una trentina d’anni e per molti mesi si è trovata a vivere sotto la pensilina di una fermata dell’autobus in una zona centrale di Milano. «La segnalazione della sua presenza in quella zona elegante ci è arrivata da un’unità mobile per la lotta alla prostituzione, a sua volta allertata da alcuni abitanti del quartiere. Tentato un primo approccio con lei, gli operatori dell’unità di strada avevano valutato di dover sollecitare l’intervento di un’equipe con competenze psichiatriche», spiega Vita

Arrivati sul posto, gli operatori di Diogene trovano Jane seduta compostamente come se aspettasse davvero l’arrivo di un mezzo pubblico. Accanto a sé ha una valigia appoggiata per terra, perfettamente chiusa e in ottimo stato. Ricorda Vita: «Se non fosse stato per la descrizione così precisa che ci era stata fatta, si poteva dubitare che si trattasse davvero di una senza dimora». 

Dopo un primo, consueto, momento di diffidenza e imbarazzo, Jane riserva agli operatori di Diogene un’accoglienza calorosa, quasi aspettasse qualcuno con cui chiacchierare. Il dialogo avviene in inglese, perché la donna sembra non capire quando ci si rivolge a lei in italiano: dice di essere arrivata lì da poco tempo e di essere in attesa di un amico che la riporterà in Nigeria. 

«Jane ci mostra con insistenza la sua valigia, pronta per essere imbarcata sul primo aereo disponibile, ma quando cerchiamo di ottenere ulteriori informazioni sulla partenza, otteniamo solo risposte vaghe ed evasive. Se insistiamo troppo, si arrabbia, il suo inglese si mescola al broken english nigeriano e la comprensione diventa impossibile», spiega la responsabile di Diogene. 

Il desiderio di tornare in Nigeria

Gli incontri proseguono per un paio di mesi, nonostante Jane dichiari a ogni visita la sua imminente partenza. All’arrivo degli operatori di Diogene, Jane si mostra spesso indaffarata: riempie le bottiglie alla vicina fontanella, pulisce le stoviglie o riordina la sua valigia, dove conserva in perfetto ordine vestiti e oggetti d’uso personale. Ci sono il suo specchietto, un bicchiere in plastica colorata a cui è molto affezionata e alcuni disegni che, a un certo punto confessa, sono stati dipinti dai suoi due bambini, un maschio e una femmina, rimasti in Nigeria. È da loro che vuole tornare, nel suo villaggio, dove Jane, partendo per l’Europa, si è lasciata alle spalle una grande famiglia: suo padre, maestro, e sua madre, molti fratelli e sorelle. 

«Jane è arrabbiata con gli italiani: era arrivata nel nostro paese piena di speranze, non ha ricevuto che delusioni. Si agita al passare della polizia, che accusa di non riconoscere i suoi diritti, trattandola come una “nera” e spesso si arrabbia interrompendo la conversazione, per urlare contro gli abitanti del quartiere che non vogliono che lei stia lì. Vuole essere risarcita e vuole giustizia, ma capiamo che, sopra ogni cosa, desidera tornare nel suo villaggio», dice ancora Vita. 

La relazione si consolida

Col passare del tempo, la relazione con Jane si consolida. Riconosce gli operatori quando arrivano, comincia a raccontare loro particolari della sua vita e accetta che rimangano con lei sempre più a lungo, condividendo anche il freddo e la pioggia.

«Talvolta ci invita a “entrare” sotto la sua pensilina per ripararci e, da quando è riuscita a procurarsi un bidone di latta, si preoccupa anche di accendere il fuoco per riscaldare l’ambiente. Siamo ospiti di riguardo. Decidiamo allora di condividere con lei gli oggetti della “nostra casa”, portandole alcuni disegni, poesie e testi tradizionali nigeriani. Jane sembra apprezzare i nostri doni che, quando può, ricambia con suoi disegni», racconta Vita. 

Via via i suoi racconti si fanno più autentici, confidenziali anche se, allo stesso tempo, più frammentati. Gli operatori riescono comunque a raccogliere nuovi elementi: dice di essere arrivata alla pensilina diversi mesi addietro, senza avere un appuntamento prefissato, e che ha deciso di restare in quel luogo, perché ben illuminato e in una bella zona, dove si sentiva protetta

Incontro dopo incontro si apre una nuova fase dell’intervento, perché la donna comincia ad accettare di essere aiutata, per esempio chiedendo di poter acquistare una tessera per il telefono cellulare. 

Jane torna a casa

Nel frattempo, il desiderio di Jane di tornare a casa comincia a concretizzarsi, grazie al figlio di un commerciante della zona, che prende a cuore la sua situazione e si adopera per svolgere le pratiche burocratiche necessarie al rientro in patria.

«Jane si dice contenta, ma appare visibilmente nervosa. E anche noi siamo inquieti, perché non è facile prevedere cosa la aspetterà in Nigeria dopo tanti anni di assenza, considerata anche la sua condizione psichica. Così, insieme a un’associazione di volontari, ci occupiamo di trovare contatti in Nigeria per preparare l’eventuale rientro e troviamo dei riferimenti validi al suo villaggio», spiega Vita Casavola. 

Nel quartiere dove Jane aveva stabilito la sua dimora, viene avviata una raccolta fondi tra gli abitanti che permette l’acquisto del biglietto aereo. Per lei l’attesa è veramente finita e, come lei stessa aveva detto, un amico è passato e l’ha riportata a casa.

PS: La pensilina che per alcuni mesi era diventata la dimora di Jane oggi non c’è più. Una rapida rimozione ha evitato che qualcun’altro con la valigia pronta trascorresse lì l’attesa del ritorno a casa.

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[Foto di Nicolas COMTE su Unsplash]


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