Fausto è una persona senza dimora seguita dal Progetto Diogene. La sua storia racconta come per costruire una relazione con chi vive in strada serva molto tempo
Da oltre 20 anni, la Casa della Carità realizza il Progetto Diogene, un intervento di presa in carico dedicato a persone senza dimora che hanno un disagio psichico e patologie psichiatriche conclamate. Nel corso delle uscite serali, l’Unità di Strada di Diogene – composta da professionisti come psichiatra, educatori e psicologi – incontra le persone senza dimora là dove vivono.
Come Fausto, un uomo di circa 70 anni, conosciuto in una piazza del centro di Milano: «Nonostante viva in strada, Fausto appare sempre ordinato, pulito e curato nell’aspetto, per quanto la sua condizione glielo permetta, ma allo stesso tempo si mostra molto diffidente e arrabbiato: non accetta cibo, bevande o vestiti, e rifiuta ogni proposta di aiuto», racconta Vita Casavola, responsabile del Progetto.
Agli operatori racconta di essere finito in strada a causa di un grande complotto che, secondo lui, era stato organizzato da organi deviati della pubblica amministrazione, che avrebbero fatto rubare la sua carta d’identità, per poi impedirgli di rinnovarla. Diceva poi di essere stato un uomo molto ricco, e di essere stato vittima di una persecuzione orchestrata per sottrargli il suo ingente patrimonio che, a suo dire, comprendeva anche un intero palazzo.
I suoi discorsi ruotano attorno alle ingiustizie subite e i suoi scatti d’ira e la diffidenza rendono difficile instaurare un dialogo, ma operatrici e operatori di Diogene sanno che la chiave per costruire una relazione con le persone che vivono per strada è la pazienza: «Abbiamo capito che questa sua durezza rappresentava una barriera, usata per proteggersi da un mondo percepito come ostile. Accogliendo questo suo lato, siamo riusciti gradualmente a scalfire questa sua corazza, da cui ha iniziato a emergere un lato più emotivo e affettivo», spiega Vita.
Gli incontri con Fausto diventano così via via più distesi e si instaura una relazione di fiducia: «Con il tempo, Fausto ha iniziato a riconoscerci e a mostrarsi interessato a noi; quando capitava che non riuscivamo a passare da lui, la volta successiva ci chiedeva se stessimo bene, mostrandosi anche contento di rivederci. Ha iniziato progressivamente ad aprirsi, raccontando aspetti più intimi e personali della sua vita», dice ancora la responsabile di Diogene.
Visti i progressi, operatrici e operatori propongono a Fausto di pranzare insieme alla mensa della Casa della Carità: può essere un’occasione per rafforzare il legame con loro, aiutandolo anche a riconoscere che nel mondo non esistono solo persone cattive o malintenzionate, e, con il tempo, provare a offrirgli un’alternativa alla vita di strada.
«Così – racconta Vita – ci diamo un appuntamento nella piazza dove lo abbiamo sempre incontrato, ma Fausto non si presenta e per diverse settimane non lo troviamo. Proviamo a cercarlo, chiedendo anche alla rete delle Unità di strada se qualcuno lo avesse visto, ma sembrava irrintracciabile».
Dopo molto tempo, durante una delle uscite, operatrici e operatori di Diogene rivendono Fausto nella “sua” piazza, come se non se ne fosse mai andato: «Ci siamo fermati a salutarlo, ma sembrava non riconoscerci; era tornato burbero e diffidente, come le prime volte. Siamo però tornati e trovarlo, mettendoci a ricostruire quasi daccapo la relazione con lui», aggiunge la responsabile di Diogene.
Dopo alcuni incontri, Fausto racconta che fine aveva fatto: «Nel periodo in cui era scomparso, ci ha detto, aveva vissuto un evento traumatico, cosa purtroppo frequente per chi vive in strada: era stato aggredito da alcune persone, che avevano tentato di dargli fuoco. Questo episodio, lo aveva profondamente scosso e spaventato, spingendolo a rintanarsi per alcuni mesi in luoghi che percepiva come più protetti e sicuri», dice ancora.
Ad oggi, Fausto continua a stare nella stessa piazza in cui Diogene lo ha conosciuto, e operatrici e operatori vanno a trovarlo settimanalmente: «Sappiamo che Fausto potrebbe sparire di nuovo. Ma la nostra esperienza ci insegna che la relazione di fiducia costruita nel tempo e il supporto psicologico e sociale che continuiamo a offrirgli possono rappresentare per lui un punto di riferimento stabile, capace di sostenerlo nel suo percorso e di aiutarlo, anche solo in parte, ad affrontare la complessità della sua condizione», conclude Vita.