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“Io (ci) sono”, un laboratorio teatrale con il Piccolo Teatro

Dal 26 al 29 settembre la Casa della Carità ha ospitato il laboratorio teatrale “Io (ci) sono”, promosso dal Piccolo Teatro di Milano, nell’ambito del bando “Milano è viva nei quartieri”

C’è chi ha cantato l’amore. Chi l’ha rappresentato con la danza o utilizzando il proprio corpo come strumento musicale. Chi l’ha interpretato tramite lo sport. Con questa “rappresentazione”, ispirata al “Simposio” di Platone, si è concluso, tra gli applausi degli oltre 40 partecipanti, il laboratorio teatrale “Io (ci) sono”, frutto della collaborazione tra il Piccolo Teatro di Milano e la Casa della Carità.

Il laboratorio è stato condotto dall’attore e formatore Michele Dell’Utri, in questo periodo impegnato proprio al Piccolo con lo spettacolo “M. Il figlio del secolo”, e ha visto la partecipazione di operatrici e operatori, volontarie e volontari e ospiti della Casa, sia della struttura di via Brambilla che di altri servizi gestiti dalla Fondazione sul territorio cittadino, come i minori stranieri non accompagnati di Casa Francesco e gli utenti del servizio di custodia sociale.

Laboratorio-Teatrale-Piccolo-Teatro-Danza
Un momento del laboratorio teatrale “Io (ci) sono”

Come nasce il progetto

Come spiega Cecilia Trotto, responsabile della Biblioteca del Confine della Casa della Carità e referente del progetto per la Fondazione, «questa iniziativa nasce all’interno di una collaborazione già strutturata con il Piccolo che, nell’ambito del bando “Milano è viva nei quartieri”, promosso e finanziato dal Comune di Milano, ha messo a nostra disposizione questo laboratorio esperienziale di auto narrazione teatrale».

Il laboratorio è stato poi costruito da Michele Dell’Utri insieme a operatrici e operatori della Fondazione, per realizzare un’esperienza “cucita” addosso alle persone che vivono la Casa: «Da qui l’idea di coinvolgere diverse persone – ospiti, interni ed esterni, volontari, operatori – lavorando in singoli gruppi per poi dare vita a un “simposio” finale, in cui tutti hanno giocato insieme», dice ancora Cecilia.

Un’esperienza formativa e terapeutica

Ed è proprio l’alchimia che si è creata tra questi gruppi di persone, che in modo diverso vivono la Casa, ad aver stupito Michele Dell’Utri: «Avevo già portato esperienze laboratoriali in altri contesti sociali ed educativi, ma la specificità della Casa della Carità, che mi ha stupito, è stata vedere tante persone con esperienze e ruoli diversi stare nello stesso gruppo e in poco tempo riuscire a realizzare quello che abbiamo chiamato “simposio” finale. Abbiamo lavorato tutti insieme, ma ognuno ha portato sé stesso e la propria esperienza. Per me è un piccolo sogno che si è realizzato”, afferma in proposito.

Laboratorio Teatrale Piccolo Teatro Simposio
I partecipanti al laboratorio pronti al Simposio finale

E a spiegare che valore ha questo tipo di esperienza per gli ospiti è Alberto Pluda, operatore sociale della Fondazione che da un paio d’anni, insieme ai colleghi Serena Pagani e Michel Sanfratello, conduce un laboratorio di teatro interno alla Casa: «Per i nostri ospiti questo tipo di esperienza è fondamentale, perché permette loro di decontestualizzare la propria fragilità e portarla in uno spazio altro, dove possono concedersi di tutto, fuori da ogni problematica quotidiana, perché in quel momento non sono ospiti, utenti o una persona malata. Semplicemente sono, e basta». 

«In questo spazio – aggiunge Alberto – gli ospiti possono concedersi di “essere normali” e, attraverso il gioco del teatro, scoprirsi e ritrovare emozioni perdute. Ma non si tratta solo di un’esperienza con valore terapeutico per loro. Questo laboratorio è stata anche un’esperienza formativa positiva per operatori e volontari; l’ho visto nei loro sguardi a fine giornata e sono felice che abbiano partecipato numerosi».

Raccontarsi per esserci

E tra chi ha partecipato c’era la stessa Cecilia Trotto: “Da operatrice, l’aspetto interessante di questo laboratorio è stato l’aver scoperto quanto il linguaggio del corpo, che utilizziamo, talvolta in maniera inconsapevole, o non utilizziamo, possa essere importante nel relazionarsi con gli ospiti, trasmettendo il nostro stato emotivo nella relazione che abbiamo con loro. Abbiamo capito come, modificando alcuni nostri piccoli atteggiamenti, dalla voce alla respirazione, dalla mimica facciale alla postura, possiamo impostare uno stato di maggior quiete, che va a beneficio delle persone che incontriamo».

Non nasconde la soddisfazione per il risultato Michele Dell’Utri: «Per me il teatro si fa sul palco, ma al tempo stesso si fa anche fuori dagli spazi teatrali, nel mondo reale. E questo è fondamentale, perché è da lì che noi prendiamo la materia prima per il nostro lavoro ed è anche un modo per raggiungere chi non frequenta abitualmente il teatro».

Conclude l’attore: «Parafrasando Calvino, potrei dire che facciamo teatro non per raccontare quello che sappiamo, ma per cercare quello che non sappiamo e usiamo noi stessi e il nostro corpo, per raccontare un mondo non scritto, cioè la vita reale. Il titolo di questo laboratorio è “Io sono”, ma fin dall’inizio ci siamo detti che volesse dire “io ci sono”, perché raccontarmi vuol dire esserci. E in questi giorni, giocando, ognuno è stato se stesso».

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