Don Selmi: «Il carcere deve tornare al centro del dibattito e della responsabilità collettiva, perché è una parte dello Stato e della società e non un corpo alieno»
Quattro in tre settimane. È il numero di persone che si sono tolte la vita in carcere dal 20 maggio scorso, giorno in cui la Casa della Carità aveva lanciato un appello con un comunicato dal titolo “Il silenzio sul carcere non fa bene alla democrazia”.
Ma è ancora nel silenzio che, 21 giorni dopo, un altro detenuto, L., si è tolto la vita nella Casa Circondariale di San Vittore a Milano, facendo salire a 28 il drammatico conteggio delle persone ristrette che si sono suicidate dall’inizio dell’anno nelle carceri italiane.
Anche quest’ultimo caso interpella e tocca profondamente la Casa della Carità, perché L. era recluso nella sezione riservata alle persone ad alto rischio suicidario di San Vittore, ed era conosciuto da operatrici e operatori della Fondazione che entrano in questo reparto come presenza educativa, di relazione e di ascolto.
L. era entrato in carcere con una diagnosi di psicosi. Era una persona così fragile, che nemmeno aveva fatto il passaggio nei reparti comuni, ma era stato subito collocato in una cosiddetta “cella liscia”. «La domanda che ci facciamo è dunque perché una persona così vulnerabile si trovava in una cella e non in un servizio di cura? L’amara risposta è che purtroppo il carcere è diventato il luogo dove finiscono tutte le fragilità che gli altri servizi non riescono più a prendere in carico, perché è l’unico presidio pubblico che non può rifiutare nessuno, che non può dire “non possiamo farci carico di questa persona perché non abbiamo posto”», commenta don Paolo Selmi, presidente della Casa della Carità.
Questa vicenda interroga anche per le modalità con cui viene affrontato il rischio suicidario negli istituti penitenziari: aumento della sorveglianza, limitazione degli oggetti a disposizione della persona, riduzione degli spazi di movimento e le occasioni di relazione. Si arriva così a situazioni di quasi totale privazione materiale e di forte impoverimento dei contatti umani, come denuncia anche l’Associazione Antigone nel suo “Dossier su suicidi e decessi in carcere nel 2025 e nei primi mesi del 2026”.
Anche L. era recluso senza indumenti; non aveva mai avuto la possibilità di uscire dalla cella, nemmeno per l’ora d’aria o per i momenti di socialità e ascolto promossi dagli operatori della Casa in questo reparto, e non aveva nemmeno potuto telefonare alla madre come da giorni chiedeva: «Non sapremo mai se concedere queste cose avrebbe cambiato il corso degli eventi, ma sappiamo che una persona sofferente è stata privata anche delle poche occasioni di relazione possibili nella sua situazione», afferma ancora don Selmi.
Che conclude: «Non ignoriamo le difficoltà in cui operano quotidianamente il personale penitenziario e i servizi sanitari, ma non possiamo fare a meno di domandarci se una risposta fondata quasi esclusivamente sulla custodia e sul controllo sia adeguata di fronte a sofferenze così profonde. Le tante fragilità dell’oggi non possono continuare a trovare nella cella l’unica risposta disponibile. Per questo ribadiamo quanto detto tre settimane fa: il carcere deve tornare al centro del dibattito pubblico e della responsabilità collettiva, perché è una parte dello Stato e della società e non un corpo alieno. Le sue mura non dovrebbero nascondere ciò che accade al loro interno. Dovrebbero essere, almeno simbolicamente, trasparenti come il vetro».