Intervista con Cecilia Trotto, responsabile del Settore Cultura della Casa, sul ruolo delle attività culturali in carcere
Da diversi anni, l’Area Cultura della Casa della Carità promuove all’interno del carcere di San Vittore alcuni progetti culturali che mettono in relazione persone che vivono dentro e fuori dal carcere, facendole incontrare intorno ai libri. Questi progetti, realizzati nell’ambito di “Biblioteche in rete a San Vittore“, coinvolgono in particolare i detenuti più giovani, che lavorano con studentesse e studenti di due licei milanesi, il Liceo Volta e il Liceo Cremona.
Cecilia Trotto, responsabile dell’Area Cultura della Casa, da sempre si occupa di queste iniziative. L’abbiamo intervistata per farci raccontare che ruolo ha la cultura in carcere, in particolare oggi, in un momento in cui l’istituzione penitenziaria è in grande difficoltà.
Com’è cambiato il lavoro culturale all’interno del carcere nel corso degli anni?
Il lavoro culturale in carcere è cambiato molto, soprattutto nel modo in cui lo intendiamo. All’inizio l’attenzione era spesso rivolta a portare “dentro” il carcere attività culturali, formative o educative. Oggi sentiamo sempre di più la necessità di costruire un dialogo tra il dentro e il fuori, perché il carcere non è un mondo separato dalla società: ne è parte.
Dal lato della scuola, negli anni abbiamo visto crescere l’interesse degli studenti ad affrontare il tema del carcere in modo meno stereotipato. Se un tempo prevalevano curiosità o timori, oggi c’è una maggiore disponibilità a mettersi in discussione e a riflettere sui temi della giustizia, della responsabilità, delle disuguaglianze e dei diritti. Il nostro lavoro è proprio quello di creare occasioni di incontro che permettano ai ragazzi di andare oltre i pregiudizi e di comprendere la complessità delle persone e delle loro storie.
Dal lato delle persone detenute, la cultura rappresenta sempre meno un’attività “accessoria” e sempre più uno spazio di espressione, di relazione e di riconoscimento. Laboratori, letture, teatro, scrittura o momenti di confronto diventano strumenti per recuperare una voce, elaborare la propria esperienza e immaginare un futuro diverso. Non si tratta semplicemente di “occupare il tempo”, ma di restituire dignità e possibilità di crescita.
Anche il nostro ruolo è cambiato. Oggi ci sentiamo sempre più facilitatori di relazioni: costruiamo percorsi che mettono in contatto mondi che raramente si incontrano, favorendo uno scambio reciproco. Perché il cambiamento non riguarda solo chi è detenuto: riguarda anche chi entra in carcere, gli studenti, gli insegnanti, i cittadini. Ogni incontro può trasformare lo sguardo di entrambe le parti.
In questo senso, il lavoro culturale non è solo un intervento educativo, ma un’azione di cittadinanza. Significa contribuire a costruire una comunità più consapevole, capace di interrogarsi sul senso della pena, sul valore della dignità umana e sulle possibilità di reinserimento, superando una visione del carcere come luogo completamente separato dalla vita sociale.
Quali difficoltà affrontano le altre realtà che fanno cultura in carcere?
Le difficoltà che incontriamo non riguardano una singola realtà o un singolo istituto, ma sono sempre più sistemiche. Fare cultura in carcere oggi significa operare dentro un contesto segnato dal sovraffollamento, dalla carenza di personale, dall’aumento del disagio psichico e da un’emergenza quotidiana che inevitabilmente assorbe energie e rende più difficile garantire continuità ai percorsi educativi e culturali.
In queste condizioni, la cultura rischia di essere percepita come qualcosa di accessorio, mentre noi continuiamo a considerarla parte integrante del trattamento e del diritto delle persone. Un laboratorio di lettura, di scrittura o di teatro non è un’attività ricreativa: è uno spazio in cui si ricostruiscono relazioni, si esercita il pensiero critico, si restituisce parola a chi spesso è definito solo dal reato commesso.
Un’altra criticità è la fragilità strutturale di molti progetti. Gran parte delle esperienze culturali nelle carceri italiane vive grazie al lavoro del Terzo settore, del volontariato, delle scuole e di finanziamenti a progetto. Questo significa investire molto tempo nella ricerca di risorse e nella costruzione di reti, senza poter sempre garantire quella continuità che invece è essenziale per costruire fiducia e produrre cambiamenti reali.
C’è poi una difficoltà meno visibile ma altrettanto importante: far comprendere all’esterno il valore di questo lavoro. Gli effetti di un progetto culturale non si misurano solo con numeri o statistiche. Si vedono nella capacità delle persone di riprendere a studiare, di raccontarsi, di assumersi responsabilità, ma anche nel cambiamento di chi entra in carcere da cittadino, da studente, da insegnante. È un lavoro che costruisce ponti e che contribuisce a superare quei pregiudizi che alimentano la distanza tra il “dentro” e il “fuori”.
Esperienze storiche come Ristretti Orizzonti dimostrano quanto sia prezioso creare spazi in cui le persone detenute possano prendere parola e dialogare con la società. Sono realtà che negli anni hanno saputo costruire un patrimonio culturale e civile enorme, ma che, come molte altre, devono continuamente confrontarsi con la necessità di trovare sostegno, risorse e riconoscimento perché questo lavoro possa continuare nel tempo.
Credo che la sfida oggi sia proprio questa: smettere di considerare la cultura in carcere come un’aggiunta e riconoscerla come uno degli strumenti attraverso cui una pena può davvero essere orientata al reinserimento, come prevede la nostra Costituzione. In un momento in cui il carcere è attraversato da una crisi profonda, investire in relazioni, cultura e formazione non significa distogliere lo sguardo dall’emergenza, ma affrontarne una delle cause più profonde.
In che modo un carcere che appare sempre più chiuso al mondo esterno e al contributo della società civile fa male a chi ci vive, a chi ci lavora e a chi sta fuori?
Un carcere che si chiude al mondo esterno finisce per impoverire tutti. Fa male anzitutto alle persone detenute, perché riduce le occasioni di relazione, di crescita e di riconoscimento della propria dignità. Se il carcere diventa un luogo separato dalla società, è molto più difficile immaginare e costruire un percorso di reinserimento: eppure la quasi totalità delle persone detenute tornerà a vivere nelle nostre comunità.
Ma questa chiusura pesa anche su chi in carcere lavora ogni giorno. Operatrici e operatori, educatori, agenti di polizia penitenziaria, volontari si trovano a operare in un contesto più isolato, con meno possibilità di costruire alleanze e percorsi condivisi. La presenza della società civile non è un’ingerenza, ma una risorsa che rende il carcere un luogo più umano e più capace di svolgere la sua funzione.
Infine, fa male anche a chi sta fuori. Quando il carcere diventa invisibile, cresce la distanza, aumentano i pregiudizi e si perde la consapevolezza che ciò che accade al suo interno riguarda tutta la collettività. La sicurezza non nasce dall’esclusione, ma dalla capacità di creare condizioni perché le persone possano ricostruire legami, responsabilità e opportunità. Per questo è importante che il carcere rimanga attraversato dalla cultura, dal volontariato, dalle associazioni e dalla cittadinanza: non per “aprire” il carcere in modo simbolico, ma per ricordare che nessuna persona è solo il reato che ha commesso e che una comunità è più forte quando non rinuncia a prendersi cura delle sue fragilità.
Perché, nonostante le fatiche, per te ha ancora senso per noi entrare in carcere con le nostre proposte culturali?
Per me ha ancora senso entrare in carcere con proposte culturali perché la cultura è uno dei pochi strumenti capaci di restituire alle persone uno spazio di libertà, anche quando la libertà fisica è limitata. Non risolve tutto, non cancella le fatiche del sistema penitenziario, ma apre possibilità: di pensiero, di dialogo, di immaginazione, di relazione.
Entrare in carcere significa anche contrastare l’idea che chi è detenuto coincida per sempre con il reato che ha commesso. Ogni persona resta portatrice di una storia, di risorse, di fragilità e di un potenziale cambiamento. La cultura riconosce proprio questo: non guarda solo a ciò che la persona è stata, ma a ciò che può ancora diventare.
Certo, ci sono momenti in cui prevalgono la frustrazione e il senso del limite. Le difficoltà organizzative, la fatica di costruire continuità, la complessità delle situazioni possono scoraggiare. Ma ogni volta che si crea un confronto autentico, che nasce una domanda, che qualcuno si sente ascoltato o scopre una parola nuova per raccontarsi, capiamo che quel tempo non è stato sprecato.
Credo che entrare in carcere sia importante anche per chi viene da fuori. Perché il carcere riguarda tutta la società, non solo chi lo abita. Portare cultura significa costruire ponti, mettere in discussione stereotipi e ricordarci che una comunità è più sicura quando non rinuncia alla dignità delle persone e alla possibilità del cambiamento.