Alla scuola di italiano della Casa 140 persone studiano per trovare nuove opportunità. Fabio Bigliardi racconta il lavoro di una rete che risponde ai bisogni di chi è escluso dai percorsi istituzionali
Circa 140 iscritti, un numero in crescita di anno in anno, di età compresa tra i 17 e i 50 anni e provenienti da Paesi diversi. Persone che, per citare il sociologo Maurizio Ambrosini, «non lesinano gli sforzi, al termine o nelle pieghe di giornate faticose, per riuscire a ritagliare del tempo per l’apprendimento».
Sono gli studenti e le studentesse della scuola di italiano della Casa della Carità, e non solo, un’esperienza resa possibile dall’impegno di una squadra affiatata di 40 volontarie e volontari e che da un paio d’anni fa parte della “Rete delle scuole permesso”, nata nella primavera 2005, che conta 38 scuole tra Milano e hinterland, circa 7.000 iscritti e 700 volontari attivi, che rispondono a un bisogno a cui i servizi pubblici non sempre riescono a far fronte.
Ne abbiamo parlato con Fabio Bigliardi, volontario della scuola di italiano della Casa della Carità.
Chi sono le persone che frequentano la scuola di italiano della Casa?
Sono persone con storie e percorsi molto differenti. Gli studenti hanno un’età compresa indicativamente tra i 17 e i 50 anni. Tra le nazionalità più rappresentate ci sono quella egiziana e quella peruviana. Tra gli studenti egiziani prevalgono gli uomini, che spesso lavorano nell’edilizia, come muratori o cartongessisti. Tra chi arriva dal Perù, invece, ci sono soprattutto donne, molte delle quali lavorano nei servizi di pulizia o nell’assistenza familiare, per esempio come badanti.
Ci sono persone laureate nel loro Paese e altre che hanno avuto poche opportunità di istruzione, fino a chi incontra difficoltà nella lettura e nella scrittura anche nella propria lingua madre. La scuola deve quindi confrontarsi con esigenze molto diverse, non soltanto per quanto riguarda la conoscenza dell’italiano, ma anche rispetto alle competenze di partenza.
Sono persone appena arrivate in Italia oppure anche persone che vivono qui da molti anni?
Ci sono entrambe le situazioni. Alcune persone sono arrivate da pochi mesi, altre vivono in Italia da diversi anni, ma ancora non conoscono l’italiano a un livello sufficiente per affrontare autonomamente molte situazioni quotidiane.
Questo dipende in gran parte dalle condizioni di vita e di lavoro. Ci sono persone, per esempio, che lavorano con connazionali e quindi parlano quasi esclusivamente la propria lingua d’origine; oppure pensiamo a chi lavora come badante e trascorre gran parte della giornata con una persona anziana che magari parla poco…
Bisogna poi distinguere tra lingua parlata e lingua scritta. Alcuni studenti, pur vivendo in Italia da tempo, riescono a comunicare abbastanza bene oralmente, ma hanno ancora difficoltà con lo scritto.
Come sono organizzati i corsi?
Quando ho cominciato a insegnare, l’organizzazione era più complicata: non era sempre facile riuscire a formare gruppi omogenei e si cercava di organizzare le classi di volta in volta. Dal 2024, con l’arrivo di Emanuele (Schmidt, ndr), che è il coordinatore della scuola, abbiamo strutturato meglio il lavoro e suddiviso gli studenti a seconda del livello, dal livello “alfa”, per chi magari non sa leggere né scrivere nemmeno nella propria lingua, fino all’A2 che è quello che serve per richiedere il permesso per soggiornanti di lungo periodo. La nostra scuola, però, non è accreditata per rilasciare direttamente la certificazione e quindi ci appoggiamo a un’altra scuola della rete che è abilitata. Noi possiamo invece attestare la frequenza ai nostri corsi e aiutare gli studenti ad affrontare le procedure per iscriversi all’esame.
Alla fine di ogni anno scolastico si svolge una verifica e, se gli studenti raggiungono gli obiettivi previsti, possono passare alla classe successiva. Per questo alcuni si ripresentano anche l’anno dopo, anche se c’è un tasso di abbandono piuttosto alto e questo è un problema comune a molte scuole della rete. Succede perché le persone hanno occupazioni precarie, cambiano città o cambiano orari di lavoro e non sempre riescono a frequentare con continuità.
Che cosa spinge queste persone a studiare italiano?
Da una parte c’è l’esigenza di ottenere un documento utile per il permesso di soggiorno; dall’altra c’è la volontà di emanciparsi da situazioni di dipendenza e sfruttamento, soprattutto sul lavoro, e il bisogno di trovare una strada per migliorare la propria condizione.
Mi è rimasta impressa la storia di un ragazzo egiziano di poco più di vent’anni, che lavorava come parrucchiere, in una situazione di forte sfruttamento; mi disse che voleva imparare l’italiano per avere maggiore libertà nel lavoro.
Questa frase mi ha colpito perché rende bene il senso di quello che facciamo. Conoscere la lingua può permettere di cercare un altro impiego, di comunicare con più persone, di capire meglio le opportunità disponibili e di non dipendere completamente da chi ti dà lavoro.
Quanto pesa il clima politico attuale nella vita degli studenti? È un tema di cui parlate?
A dire la verità è un argomento che personalmente non ho mai affrontato direttamente con gli studenti, quindi non saprei dire con certezza quanto siano consapevoli del dibattito politico o di come interpretino le politiche migratorie attuali.
Quello che percepisco è che le preoccupazioni più immediate riguardano il lavoro, la possibilità di mantenerlo e la paura di non riuscire a restare in Italia. C’è anche una certa ansia legata agli appuntamenti e alle procedure amministrative. La priorità quotidiana è riuscire a costruirsi una vita e a garantirsi un minimo di stabilità.
Che cosa succede quando si chiede alle persone di imparare l’italiano, ma i percorsi pubblici non riescono a rispondere a tutta la domanda?
È una delle contraddizioni che vediamo più chiaramente. La politica fa il muso duro sull’apprendimento dell’italiano, ma quando si guarda alla disponibilità effettiva dei corsi, ci si rende conto che i servizi pubblici non sempre riescono a rispondere a tutta la domanda e deve intervenire il terzo settore.
Come nasce la Rete delle Scuole senza permesso e che ruolo svolge?
La rete riunisce diverse realtà che organizzano corsi di italiano per persone straniere e l’aspetto più importante è che i nostri corsi sono accessibili anche a chi non possiede un permesso di soggiorno, a differenza di altri percorsi istituzionali per i quali possono essere previsti requisiti specifici.
Ci riuniamo una volta al mese e condividiamo le esperienze didattiche, i problemi che incontriamo e le iniziative da organizzare. Ci sono poi dei volontari “senior” che portano avanti anche un discorso politico e di confronto con le istituzioni.
La rete soprattutto permette alle singole scuole di confrontarsi e mettere in comune competenze e opportunità. Un filone importante è quello della formazione dei volontari. Organizziamo seminari con professori universitari ed esperti, dedicati ai contesti culturali e sociali da cui provengono gli studenti e ci sono stati anche incontri più specifici sull’insegnamento dell’italiano con indicazioni e strumenti per migliorare il nostro lavoro.
La rete promuove inoltre iniziative culturali. È stato realizzato, per esempio, il film “Nel Paese sognato”, costruito a partire da interviste agli studenti, che raccontano sogni e ambizioni rispetto alla possibilità di costruire una nuova vita in Italia.
Accanto a questo, promuoviamo iniziative pubbliche per raccontare il contributo delle persone con background migratorio alla società. Abbiamo organizzato incontri sull’economia, coinvolgendo imprenditori e piccoli imprenditori con esperienze migratorie, e sono previsti altri appuntamenti dedicati alla cultura, alla letteratura e alla musica.
Ci sono anche collaborazioni con associazioni e altri soggetti che mettono a disposizione percorsi di formazione professionale, come il Rotary.
Nel 2025, per i vent’anni di attività, la rete ha ricevuto l’Ambrogino d’Oro.
Quali sono oggi le principali difficoltà riscontrate dalla rete?
Una questione che sentiamo molto è quella degli spazi. Dopo vent’anni il Comune non ha ancora messo a disposizione una sede per la rete. Per le riunioni dobbiamo quindi organizzarci ogni volta e trovare qualcuno che ci ospiti.