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Teatroterapia e fragilità: «Così costruiamo spazi di relazione»

Lorenzo Mosca, psichiatra della Casa, spiega la funzione dei laboratori come strumento di relazione, apertura di sguardi e canali comunicativi per lavorare con persone fragili.

Fin dalla sua nascita la Casa della Carità promuove dei laboratori artistici, riabilitativi e socializzanti, che oggi sono racchiusi sotto il nome di “MigrArte” e che, da alcuni anni, comprendono anche il laboratorio di teatroterapia.

Abbiamo incontrato Lorenzo Mosca, psichiatra della Fondazione, che ci ha spiegato la funzione dei laboratori, in particolare quello di teatro, come strumento di relazione, apertura di sguardi e canali comunicativi per lavorare con persone fragili, per le quali è spesso complesso trovare spazi e modalità espressive.

Quali sono le difficoltà relazionali o espressive che incontriamo alla Casa e in che modo l’arte, e il teatro in particolare, possono aiutare?

Da un punto di vista clinico, molte delle persone con cui lavoriamo hanno alle spalle storie traumatiche importanti oppure hanno ricevuto diagnosi di disturbo di personalità o di disturbo psicotico. Pur nelle loro differenze, condividono spesso una condizione di forte isolamento relazionale, legata anche alla difficoltà di gestire le emozioni che si attivano quando entrano in relazione con gli altri.

L’obiettivo dei laboratori, inizialmente individuali e successivamente di gruppo, è proprio quello di costruire spazi relazionali accessibili, contesti in cui le persone si sentano accolte e in cui chi conduce il laboratorio abbia consapevolezza delle loro difficoltà emotive e sia quindi in grado di lavorarci insieme a loro. In questo senso, i laboratori funzionano come una sorta di “palestra relazionale”.

In particolare, il teatro viene utilizzato tanto perché molte persone fragili hanno anche un rapporto difficile con il proprio corpo. Le emozioni che vivono sono spesso molto corporee, cioè si manifestano attraverso sensazioni fisiche di disagio, tensione o blocco. Per questo i laboratori teatrali partono da esercizi sul proprio corpo e sull’utilizzo del corpo nello spazio, per poi arrivare gradualmente a muoversi e stare in relazione in presenza di altri corpi.

A partire da questi esercizi diventa poi possibile costruire delle interazioni dialogiche. Il laboratorio teatrale è quindi un percorso che, passo dopo passo, aiuta la persona a stare in relazione prima attraverso il corpo, poi attraverso la mente e infine anche attraverso il dialogo con l’altro.

Quale dinamica positiva può attivare un’esperienza come quella del teatro, sia per la singola persona sia per il gruppo?

Molti laboratori si concludono con la costruzione di uno “spettacolo” che, nella teatroterapia, parte dalle interazioni spontanee, dalle improvvisazioni di chi partecipa e da ciò che è capace di portare ogni singola persona. Non c’è quindi una sceneggiatura già preconfezionata e ai partecipanti non è chiesto di entrare in un personaggio o interpretare un certo ruolo.

Procedendo in questo modo, quello che ho visto è che il contesto di gruppo della teatroterapia consente di trovare una collocazione a persone che, molto spesso, non hanno un ruolo. A volte c’è la sensazione che si costruisca una sorta di “tribù”, in cui ognuno trova il modo di stare all’interno. E questo ha generalmente ripercussioni positive anche su alcuni aspetti clinici, per esempio dà la possibilità di condividere alcuni stati emotivi nel gruppo, permettendo così di attenuarli. L’effetto che vediamo in ambulatorio è, ad esempio, un minore utilizzo di farmaci.

Quali risorse, anche pratiche e concrete, può dare un percorso artistico alle persone più fragili?

Quello che ho visto in diversi laboratori, è che il gruppo diventa un possibile interlocutore in caso di difficoltà. Mi è infatti capitato di vedere persone che, in un momento di difficoltà, contattavano altri partecipanti o i formatori, anche a distanza di anni. Nella memoria rimane un’impronta del fatto di aver vissuto una relazione in cui la persona ha trovato uno spazio espressivo e rimane la sensazione di un gruppo a cui ci si può affidare e un canale per uscire da una condizione di solitudine.

Inoltre, il fatto di sperimentarsi in maniera positiva e attiva attraverso il teatro permette spesso alle persone di sentirsi più capaci di mettersi in gioco anche in altri contesti, per esempio lavorativi o sociali. Mi viene in mente, ad esempio, un ragazzo della Guinea che seguivamo da tempo e a cui piaceva fare rap per conto suo; nel progetto di teatro aveva avuto la possibilità di esibirsi sia all’interno del laboratorio sia davanti a un pubblico. Dopo quell’esperienza ha continuato insieme ad alcuni amici, iniziando anche a pubblicare video su YouTube. Evidentemente il teatro gli ha dato il coraggio di portare fuori qualcosa che prima viveva solo in solitudine. Forse, per tenere insieme tutti questi esempi, potremmo dire che il laboratorio introduce il gruppo come un contesto possibile, qualcosa che poi le persone possono portarsi dietro e che può avere tante ricadute diverse.

In che modo esperienze di questo tipo – soprattutto in occasione dei momenti di restituzione pubblica – possono aiutare ad avvicinare mondi diversi e a superare lo stigma verso la salute mentale?

Io vedo due prospettive. Dal lato del pubblico e degli operatori, l’impatto è molto forte perché, quando si arriva a mettere in scena il lavoro fatto nel laboratorio, le persone smettono di essere viste soltanto attraverso la loro fragilità o la loro diagnosi. Almeno nelle esperienze a cui ho partecipato io, la cosa straordinaria è proprio questa: non vedevi più “il malato psichiatrico”, ma una persona che aveva acquisito un ruolo, una competenza, e che riusciva a stare in scena insieme agli altri.

Questo colpisce ancora di più quando si conosce il punto di partenza di queste persone e il percorso che hanno fatto. Ti rendi conto che, nonostante la loro storia clinica o le difficoltà che vivono, esiste comunque la possibilità di esprimere qualcosa di sano, di stare in relazione con gli altri e con il mondo in modo positivo.

Da questo punto di vista, esperienze del genere aiutano molto a contrastare lo stigma e a smontare tanti pregiudizi, sia rispetto alla salute mentale sia rispetto alla diversità in generale.

C’è però anche la prospettiva del partecipante, che è più complessa. Spesso chi partecipa al laboratorio si entusiasma molto, perché finalmente si sente riconosciuto, capace, competente, inserito in un contesto che non lo isola. È un’esperienza molto potente: la persona sente che può fare cose che prima pensava impossibili.

Il laboratorio, però, da solo non basta a completare un percorso di crescita e il rischio è che, finita quell’esperienza, la persona si ritrovi di nuovo in un vuoto relazionale. È qualcosa che abbiamo visto anche in passato: persone che durante il laboratorio stavano molto meglio, ma che poi hanno vissuto con difficoltà la fine di quell’esperienza.

Per questo credo che il teatro sia uno strumento potentissimo per attivare risorse e aiutare le persone a stare meglio, ma che abbia bisogno di continuità. Il laboratorio dovrebbe essere un primo passo, seguito poi da altri contesti relazionali e gruppali che permettano alla persona di crescere gradualmente, senza essere lasciata sola davanti a richieste troppo difficili. Ed è quello che cerchiamo di fare alla Casa della Carità.

La sfida, secondo me, è proprio questa: costruire percorsi che non si interrompano improvvisamente, ma che accompagnino le persone passo dopo passo, anche fuori dal laboratorio, dentro la città e nella vita quotidiana.


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