Nel tempo di attesa delle docce, alle persone senza dimora la Casa offre uno spazio di relazione
Da sempre, la Casa della Carità offre alle persone senza dimora uno spazio docce, insieme a un servizio guardaroba. Oltre a rispondere a bisogni fondamentali, quali lavarsi e cambiarsi, la Casa prova a costruire con queste persone delle relazioni durature, in modo che possano essere seguite anche oltre i loro bisogni primari.
Così negli anni, nel tempo di attesa della doccia, sono state proposte varie attività – dal torneo di calcio balilla al cineforum, dalla fotografia alla terapeutica artistica – che tuttavia si sono un po’ perse, da una parte per via della lunga chiusura del servizio durante la pandemia, dall’altra per un forte cambiamento della popolazione che frequenta le docce.
Negli ultimi due anni, però, gli operatori di MigrArte – Alberto Pluda, Serena Pagani e l’arte-terapeuta Monica Vitali – hanno ripreso a essere presenti, una volta alla settimana, nello spazio polifunzionale dove gli ospiti attendono il loro turno per fare la doccia: «Abbiamo iniziato semplicemente con una presenza fisica molto discreta, offrendo la colazione, un tè caldo e quant’altro, tanto che gli ospiti pensavano fossimo volontari. E noi volutamente non ci siamo presentanti come operatori, così da iniziare a costruire delle relazioni di scambio, non basate sul bisogno», esordisce Alberto Pluda.
«Abbiamo ribaltato il nostro approccio, scegliendo noi di esserci in modo stabile e accogliente. Il giovedì mattina, ad esempio, siamo semplicemente lì come presenza costante, facendo con il tempo delle piccole proposte, con l’obiettivo di creare le condizioni per cui le persone possano trovare dentro di sé lo spazio per intraprendere un percorso. Tra le proposte c’è, per esempio, quella dei pranzi condivisi preparati insieme, in cui si sono mostrati molto attivi e partecipativi. Questo perché ci siamo resi conto che rispetto al passato è molto cambiata la popolazione delle docce e non era più efficace proporre subito dei laboratori strutturati, che richiedono un certo livello di stabilità e continuità», aggiunge Serena.
Delle centinaia di persone che ogni settimana frequentano le docce, c’è un gruppo di una decina di persone, con cui in questi momenti si è creata una relazione più duratura. Sono tutti uomini stranieri, in Italia da molti anni, alcuni anche 20, che non hanno o non sono più riusciti a rinnovare i documenti: «I nostri incontri con loro sono uno strumento che utilizziamo per cercare di capire quali siano i loro bisogni reali. E le necessità fondamentali che emergono sono l’assistenza sanitaria, una casa, un lavoro, i documenti. Per questo stiamo lavorando con gli altri servizi della Casa, per capire come rispondere concretamente a questi bisogni. E anche per quanto riguarda l’ipotesi di accoglienza, si sta facendo un lavoro specifico, perché l’esperienza ci insegna che, quando una persona ha vissuto a lungo in strada, non è così semplice inserirla e accompagnarla in un percorso di accoglienza stabile», spiega Serena.
«Non abbiamo di fronte persone arrabbiate con il mondo esterno, anzi, c’è un forte senso di colpa personale – aggiunge Alberto – ma nonostante i problemi non c’è rassegnazione, non abbiamo di fronte persone spente e consumate dalla fatica; anzi, sono molto stimolanti e molto pronti a dare, a ricevere e a mettersi in discussione».
Con loro, “l’aggancio” di questi due anni sembra aver funzionato, tanto che, complice anche una proposta arrivata dall’esterno, Alberto e Serena hanno proposto ad alcune persone di partecipare a un laboratorio teatrale: «Nell’ambito della trasposizione teatrale del film “Miracolo a Milano”, in scena al Piccolo Teatro Strehler, ci è stato proposto di partecipare al laboratorio teatrale di narrazione corale «Ascolta le tue voci, città», curato da Michele Dell’Utri, con la richiesta di provare a coinvolgere anche persone senza dimora o che vivono in situazioni di grave marginalità, con l’obiettivo di far sentire la loro voce, in occasione di una restituzione in programma a maggio», dice Alberto.
«Così con Serena abbiamo quindi coinvolto le persone delle docce con cui c’è una relazione più forte e con loro abbiamo iniziato a lavorare prima separatamente, per poi integrarle nel nostro laboratorio di teatroterapia e infine a febbraio sono iniziati gli incontri con Dell’Utri», dice ancora l’operatore.
Non sveleremo altro sul progetto legato a Miracolo a Milano, cui dedicheremo un numero monografico della newsletter. Possiamo invece raccontare com’è andato l’incontro tra questo gruppo e quello che da ormai 4 anni partecipa al laboratorio di teatroterapia della Casa: «Era un’integrazione che temevamo molto, invece per ora ha funzionato molto bene, sia negli incontri con Michele Dell’Utri, ma anche durante il nostro laboratorio», dice Serena.
E le fa eco Alberto: «Nel primo incontro, i due gruppi erano seduti in lati diversi della stanza; nel secondo c’è già stato un salutarsi per nome e al terzo si sono addirittura seduti in cerchio mischiati… è stato tutto molto spontaneo e naturale. Ovviamente esiste ancora un’identità ben precisa di un gruppo e dell’altro, però secondo me stanno funzionando molto bene insieme».
Dal momento che la risposta a questa proposta è andata oltre ogni aspettativa, l’idea è quella per il futuro di proporre anche al gruppo delle docce un laboratorio strutturato di teatroterapia, costruito insieme a loro.