Sergio, detenuto a Bollate, frequenta la Casa come volontario nell’ambito del cosiddetto Articolo 21. Leggi la sua testimonianza sul tema della speranza
La Chiesa ha chiuso il giubileo che aveva come tema “pellegrini di speranza”.
A me, detenuto, cosa è rimasto? È una domanda banale? No, perché per rispondere alla stessa ho ripercorso la mia vicenda personale, che mi ha portato in carcere per il mio operare fuori dalla legge.
Ebbene, ecco la prima verità vissuta: il carcere è un luogo della speranza, dove tutti sono in cammino, appunto da pellegrini, per arrivare all’obiettivo di uscire dalla detenzione.
Ma l’esperienza mi ha insegnato che lo Stato non è in grado di rispettare il dettato della Costituzione, perché il carcere è caratterizzato da ambienti insalubri, da un’assistenza psicologica, sociale e sanitaria da rivedere, da operatori gravati da un carico di lavoro enorme e non sostenuti in tempi e modalità di lavoro.
Il carcere ti invita a prestare attenzione a quanto al suo interno viene proposto da quella galassia di buona volontà e professionalità che trovi negli operatori, nei volontari, negli insegnanti, nelle cappellanie.
Dentro queste proposte hai la possibilità di non sentirti schiacciato dalla solitudine e dalla privazione degli affetti.
Ecco quindi che trascorsi mesi e anni puoi alzare lo sguardo oltre il muro, grazie all’Articolo 211, che ti permette di uscire dal carcere.
L ‘articolo 21 è un traguardo, anche se non è facile da vivere, perché tante sono le cose da rispettare: orari, mezzi di trasporto, percorsi da seguire, divieti da rispettare.
Esci dal carcere dopo anni, e nel frattempo il mondo e la società si sono aggiornati; è cambiata la moneta, giri con la metro, usi il cellulare. Insomma ricominci ad assaporare una vita diversa.
Così io sono arrivato, come volontario, alla Casa della Carità. Qui ho letto una società carica di fragilità. Io, detenuto, sto meglio di loro. Certo regole e distanze mi stringono il cuore, ma le cose essenziali le ho garantite.
Alla Casa della Carità, un insieme di professionisti e di volontari tendono una mano e sostengono chi la società lascia nell’insicurezza, offrendo vestiti, igiene personale, assistenza legale e sanitaria, aggregazione per fasce diverse di persone.
Questo è il contesto in cui opero, insieme ad altri “articolo 21”, con mano e cuore, per fare in modo che ogni persona che arriva trovi una risposta fondata su competenza e serietà.
Qui, ho ripreso il sapore della vita e veramente mi sento pellegrino di una speranza che ogni giorno dà forza e utilità a me, povero detenuto che restituisce così parte dei suoi errori. Il carcere è carcere perché la notte sei in cella, ma durante il giorno ti senti utile.
Questa la ricchezza della Casa della Carità e la speranza che può offrire l’Articolo 21.
[Nell’immagine di apertura: la “porta del Malabrocca”, dove Sergio, da volontario, accoglie le persone che si rivolgono ai servizi diurni della Casa della Carità]
Riferimento all’Articolo 21 dell’Ordinamento Penitenziario, che disciplina il lavoro all’esterno, dando la possibilità alle persone detenute di uscire dal carcere per svolgere attività lavorative, formative o di volontariato, a determinate condizioni, come l’espiazione di parte della pena e l’autorizzazione dell’autorità giudiziaria, con l’obiettivo di favorire il reinserimento sociale.