Una magnifica umanità

In questo numero di Parole di Carità vorrei fermarmi a riflettere con te sul tema delle migrazioni. So bene che si tratta di un argomento che spesso divide e genera discussioni. Eppure credo che oggi sia impossibile sottrarsi a questa domanda, soprattutto per una realtà come la Casa della Carità, che da sempre incontra le persone migranti non soltanto attraverso l’accoglienza, ma anche attraverso un lavoro culturale che prova a interrogare il nostro modo di guardare il mondo.

Quando si parla di immigrazione, il rischio è che le persone scompaiano dietro le parole. Sentiamo parlare attraverso slogan di flussi, sbarchi, quote e rimpatri. Leggiamo numeri e statistiche. Ma, a poco a poco, i volti delle persone migranti si dissolvono, le storie si confondono e i desideri, le paure, le sofferenze e le speranze diventano invisibili. Sparisce il patrimonio di relazioni, culture, capacità e speranza che ogni persona che arriva porta con sé. In altre parole, sparisce la loro umanità.

Per  questo mi ha colpito l’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV.  Già dal titolo emerge una convinzione profonda: l’umanità non è un dato scontato, ma una possibilità che ci è affidata. È qualcosa che cresce o si  impoverisce a seconda di come guardiamo gli altri e di come ci lasciamo toccare  dalla loro vita. Nel testo il Santo Padre afferma che la condizione dei  migranti rappresenta oggi un vero e proprio banco di prova per la giustizia sociale. Da una parte vediamo  guerre, persecuzioni, povertà estreme, crisi ambientali che costringono milioni  di persone a lasciare la propria terra. Dall’altra assistiamo alla crescente  tentazione nei Paesi di arrivo di considerare questi movimenti soltanto come  una questione di sicurezza, di ordine pubblico o di gestione dei confini.

La riflessione di Magnifica Humanitas ci invita invece a compiere il movimento opposto: fermarci davanti all’essere umano concreto, con la sua storia, le sue ferite e le sue possibilità, perché sono gli scartati che ci evangelizzano e ci riportano alla realtà, costringendoci a vedere le guerre che preferiremmo ignorare, le disuguaglianze che produciamo, le responsabilità che spesso non vogliamo riconoscere. Ci ricordano che siamo parte di un unico mondo e che di fronte all’umanità dell’altro non esistono confini.

Questo non significa negare le difficoltà che i processi migratori possono generare. Le tensioni esistono e sarebbe poco serio fingere il contrario. Ma una società non cresce quando esclude e non diventa più forte quando disumanizza. Al contrario, si impoverisce ogni volta che smette di riconoscere la dignità di una parte delle persone che la abitano. È lo spirito che ha animato, e continua ad animare, la campagna “Ero Straniero”, di cui la Casa della Carità è stata promotrice. Un’iniziativa che porta significativamente come sottotitolo “L’umanità che fa bene”. Un’espressione semplice, ma capace di ricordarci che il bene comune nasce sempre dal riconoscimento reciproco.

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Su questo tema mi tornano spesso alla mente alcune parole del prof. Mauro Magatti: “La questione migratoria – scriveva – ci obbliga a riconoscere un problema più generale: per troppo tempo abbiamo pensato che lo sviluppo fosse soprattutto una questione tecnica, fatta di investimenti, produttività, innovazione e infrastrutture. Tutti elementi importanti, certamente. Ma nessuna società può prosperare ignorando la dimensione umana. Non esiste sviluppo senza la cura delle persone. Non esiste crescita senza relazioni sociali. Non esiste benessere collettivo se una parte dell’umanità viene considerata irrilevante o sacrificabile”. Se dimentichiamo questo, non soltanto tradiamo il Vangelo, ma smarriamo anche le basi di una convivenza autenticamente umana. I migranti non possono essere considerati forza lavoro quando servono e problema quando non servono più. Ogni volta che riduciamo una persona alla funzione che svolge, finiamo per negare il suo valore più profondo e ciò che rende possibile una convivenza autenticamente umana.

Penso, ad esempio, ai molti minori stranieri non accompagnati che oggi incontriamo nelle nostre città. Sarebbe ingenuo ignorare le fatiche che questa realtà comporta. Ma sarebbe altrettanto sbagliato fermarsi a uno sguardo che vede in questi ragazzi soltanto un problema, perché sono adolescenti che portano dentro la stessa inquietudine, la stessa energia e lo stesso desiderio di futuro che appartengono a ogni giovane. Molti di loro hanno attraversato esperienze che nessun ragazzo dovrebbe conoscere: guerre, violenze, sfruttamento, viaggi pericolosi, separazioni dolorose. Eppure continuano a cercare una possibilità e a sperare che esista un luogo in cui poter costruire la propria vita. La storia di Lamin, che abbiamo raccontato nella lettera che accompagna la versione cartacea di questo numero di Parole di Carità, racconta proprio questo. Non una vicenda priva di ostacoli, ma la forza che può nascere quando qualcuno sceglie di accompagnare un altro essere umano, di credere nelle sue capacità e di scommettere sul suo futuro.

Non sorprende allora che Papa Leone XIV abbia voluto dedicare la prossima Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato ai minori coinvolti nell’esperienza migratoria. Il titolo scelto è una frase tanto semplice quanto radicale: “Anche uno solo di questi bambini”, come a dirci che ogni bambino, ogni ragazzo, ogni vita possiede un valore infinito e non può mai essere ridotto a una cifra o a una statistica.

Forse  è proprio questa la lezione che le migrazioni possono offrire alle nostre comunità. In un tempo che alza muri e alimenta paure, le persone migranti ci ricordano che  l’umanità è sempre concreta. Ha un nome, una storia, un volto. Non si  incontra nelle categorie astratte, ma nelle relazioni. Ecco perché, nonostante  le fatiche di questo tempo, alla Casa della Carità continuiamo a credere che l’incontro con chi arriva da lontano sia  un’occasione preziosa.

Non sorprende allora che Papa Leone XIV abbia voluto dedicare la prossima Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato ai minori coinvolti nell’esperienza migratoria. Il titolo scelto è una frase tanto semplice quanto radicale: “Anche uno solo di questi bambini”, come a dirci che ogni bambino, ogni ragazzo, ogni vita possiede un valore infinito e non può mai essere ridotto a una cifra o a una statistica.

Un abbraccio pieno di gratitudine,

firma don Paolo Selmi

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