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Un anno con i profughi afghani

Un anno fa arrivavano alla Casa i profughi afghani scappati dal paese dopo il ritorno al potere dei talebani. L’équipe del progetto di accoglienza ci racconta com’è andato quest’anno.

Anche un anno fa, in questi ultimi giorni di estate, a Milano il cielo era soleggiato e faceva ancora caldo. Ma da allora, la Casa della Carità ha 32 nuovi ospiti. Una di loro, Wesal, è nata appena qualche settimana fa, il 5 settembre 2022. 

Loro sono le donne, gli uomini e i bambini arrivati dall’Afghanistan, scappati dal Paese dopo il ritorno al potere dei talebani.

Come è andato quest’anno vissuto insieme ai profughi afghani ce lo racconta l’équipe che si occupa del progetto di accoglienza realizzato dalla Casa della Carità, insieme a Proges Cooperativa Sociale Servizi alla Persona.

Incontro profughi afghani hazara
Uno degli incontri culturali proposti dagli ospiti afghani

Un incontro tra culture

«L’aspetto per me più bello di questa ospitalità è sicuramente l’incontro con una cultura completamente diversa dalla nostra. Anche se devo dire che questa è anche la parte più complessa, perché, per poter stare vicino a queste persone e aiutarle, devi prima entrare nei loro panni e capire come ragionano. Ma dopo un anno mi sento di dire che un po’ di cultura afghana l’abbiamo interiorizzata», dice Giorgia Giannico, operatrice del progetto.

Le fa eco la collega Elisa Antoniazzi: «Dopo un anno, posso dire che, sia a livello personale che professionale, questo incontro è stato per me arricchente. E questo vuol dire che, se l’accoglienza è fatta bene, ci si arricchisce da entrambe le parti».

Vissuti diversi

Tra le persone accolte, raccontano le operatrici, ci sono vissuti diversi: c’è chi, fin da subito, si è dato da fare per imparare l’italiano e si è messo alla ricerca di un lavoro, come a voler ricominciare il prima possibile una vita qui.

accoglienza profughi afghani scuola
Due piccole ospiti afghane al loro primo giorno di scuola

Altri, invece, non hanno ancora del tutto accettato l’idea di essere in Italia. Per questo, stanno facendo un po’ più di fatica: «È difficile progettare una vita qui, se la tua mente ti dice che avresti preferito rimanere in Afghanistan. Hanno un blocco e quindi, per esempio con l’apprendimento della lingua, stanno avendo qualche difficoltà in più. Ma in generale, la maggior parte di loro se la sta cavando bene», spiegano Giorgia ed Elisa.

Se gli adulti lavorano e seguono i corsi di italiano e i percorsi formativi proposti dal Celav – il centro di mediazione al lavoro del Comune di Milano – i bambini sono tutti iscritti nelle scuole del quartiere: quattro alla scuola primaria e tre alla scuola dell’infanzia.

«L’inserimento a scuola, soprattutto per i più piccoli, ha anche significato essere più sereni, tranquilli e gioiosi», dice Giorgia. «Di conseguenza anche i genitori si sono rasserenati e hanno avuto una marcia in più per affrontare il loro percorso», aggiunge Elisa. 

Tra gli adulti, ci sono anche tre persone che frequentano l’università: «Due sono iscritti al Politecnico di Milano, dove stanno seguendo il percorso per accedere all’equiparazione del titolo di studio e poter fare il lavoro che facevano in Afghanistan. Un’altra, Elnaz, è assegnataria di una borsa di studio all’Università di Pisa, dove fa ricerca sulle condizioni delle donne in Afghanistan dopo il ritorno al potere dei talebani», racconta padre Alessandro Maraschi, coordinatore del progetto di accoglienza.

Leggi la storia di Elnaz

La relazione al centro

La chiave di questi percorsi positivi, concordano tutti gli operatori, è senza dubbio la relazione. Spiega Elisa: «All’inizio ci vedevamo con gli ospiti tutti i giorni; adesso li vediamo meno, ma li seguiamo costantemente. Così abbiamo imparato a conoscerci reciprocamente».

Oltre che con operatrici e operatori, le famiglie hanno costruito un rapporto di fiducia anche con volontarie e volontari della Casa della Carità, scaturito dal corso di italiano ma poi cresciuto e rafforzato nel tempo. Come accaduto con Samea, per esempio, che, pur non essendo più ospite del progetto di accoglienza, ogni settimana viene alla Casa della Carità e aiuta i volontari del guardaroba.

Inoltre, gli ospiti afghani prendono parte volentieri alla vita della Casa, partecipando alle iniziative proposte e, spesso, allietando i palati degli astanti con i loro piatti tipici. A volte, sono stati essi stessi promotori di iniziative. Come in occasione dell’incontro per conoscere meglio la storia e la vicenda dell’etnia hazara, a cui alcuni di loro appartengono.

Uno dei buffet di piatti tipici, organizzati dai profughi afghani
Uno dei buffet di piatti tipici, organizzati dai profughi afghani

“C’è un bel clima e la rete si è allargata anche fuori dalla Casa della Carità, per esempio con Proges (dove fisicamente sono ospitate le famiglie, ndr) e con organizzazioni impegnate sul campo in Afghanistan, come Pangea», afferma padre Alessandro.

Questo, per esempio, ha consentito alla Casa della Carità di “intercettare” alcuni familiari dei nostri ospiti, accolti in altri progetti o arrivati da altre parti di Europa, che, pur non essendo ospiti del progetto di accoglienza della Fondazione, vengono comunque seguiti. 

Un sistema di accoglienza che funziona

A rendere tutto più facile, c’è anche un sistema di accoglienza che funziona: «Queste persone vivono in un bel luogo e, a differenza di quel che accade normalmente, il sistema non si è dilungato con attese snervanti: dopo un anno, infatti, hanno già tutti i documenti, dallo status di rifugiato alla residenza», spiegano gli operatori.

«Questo vuol dire che quando un sistema vuole funzionare, funziona. E questo, oltre ad abbattere alcuni ostacoli pratici (senza i documenti non si può avere accesso a tutta una serie di servizi, come le scuole di italiano pubbliche, ndr), allenta anche possibili tensioni, che non si sono sommate alle difficoltà che ognuno di loro si porta dietro», commenta padre Maraschi.

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