Cinque detenuti sono morti per suicidio nell’ultima settimana. La Casa della Carità chiede più attenzione al tema del carcere e delle sue emergenze
La Fondazione Casa della Carità opera da anni, dentro e fuori gli istituti penitenziari, con progetti sociali, educativi e culturali che promuovono percorsi di reinserimento, ascolto e accoglienza delle persone detenute. Negli ultimi mesi, in accordo con la Casa circondariale Milano San Vittore, la Fondazione ha avviato in via sperimentale un progetto di presenza educativa all’interno della sezione riservata alle persone ad alto rischio suicidario o in fase di grave scompenso psichico. Quattro operatori della Fondazione condividono un pomeriggio alla settimana con i detenuti della sezione, vivendo momenti semplici di relazione e ascolto. Un’esperienza che, dopo questa prima fase, diventerà un progetto strutturato condiviso con la direzione del carcere.
«L’ultima persona che si è tolta la vita a San Vittore», spiega don Paolo Selmi, presidente della Fondazione Casa della Carità «ci ha colpito profondamente perché la conoscevamo bene. Entrando regolarmente negli istituti penitenziari, i nostri educatori incontrano i detenuti, parlano con loro, costruiscono relazioni. Per noi le persone private della libertà non sono numeri o soggetti anonimi, ma individui con una storia, una fragilità, una sofferenza».
Casa della Carità chiede pertanto a tutti i soggetti del dibattito pubblico di porre maggiore attenzione a una situazione che continua a consumarsi nel silenzio generale. «Questo senso di indifferenza verso il carcere non fa bene alla nostra città né al nostro Paese», prosegue don Selmi, «perché rende invisibili problemi che invece riguardano ogni cittadino. Nei penitenziari italiani riscontriamo continuamente sovraffollamento, degrado strutturale, sofferenza psichica e mancanza di percorsi reali di accompagnamento e reinserimento. Ignorare questa realtà significa accettare che il carcere diventi solo un luogo di abbandono e disperazione».
La Fondazione vuole richiamare anche le parole pronunciate dall’Arcivescovo di Milano, Mario Delpini, nel suo ultimo Discorso alla città, quando ha denunciato come le condizioni di detenzione rischino di tradire il dettato costituzionale e di alimentare rabbia, umiliazioni e risentimento invece di favorire responsabilità e recupero.
«Una società che pensa di risolvere tutto aumentando la repressione o costruendo nuove carceri», aggiunge don Selmi, «non si interroga sulle cause profonde dell’esclusione sociale e del disagio. La risposta dovrebbe essere quella di investire con coraggio nelle misure alternative, nell’esecuzione penale esterna, nell’accompagnamento educativo e nel sostegno alle fragilità psichiche e sociali».
Le esperienze maturate negli anni dimostrano concretamente come le misure alternative alla detenzione e lo scambio tra dentro e fuori, attraverso il volontariato e le iniziative culturali, siano non solo più dignitose, ma anche più efficaci nel ridurre la recidiva e nel costruire sicurezza reale per la collettività.
«Ogni suicidio in carcere è una sconfitta per lo Stato e per la comunità», conclude don Selmi. «Occorre mettere realmente al centro la dignità della persona detenuta, la cura della sofferenza mentale, il reinserimento e la responsabilità condivisa. Perché parlare di carcere significa parlare anche della qualità della nostra democrazia».