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Regionali, don Colmegna: la salute al centro

Intervista con il presidente della Casa della Carità don Virginio Colmegna sulle elezioni regionali in Lombardia: «Il tema della sanità, o meglio della salute, resta centrale».

In questa intervista con il presidente della Casa della Carità don Virginio Colmegna parliamo delle prossime elezioni regionali in Lombardia.

Don Virginio, tra 40 giorni in Lombardia si vota per le elezioni regionali. Una scadenza politica importante e attesa…

Casa della Carità non può essere indifferente a questo appuntamento, che è determinante per chi vive e lavora in Lombardia. Dal nostro punto di vista ci piacerebbe che i temi concreti e i valori culturali che derivano dal nostro impegno quotidiano accanto agli ultimi e agli scartati trovino spazio e condivisione nei programmi di chi si candida a guidare la regione. Più che risposte emergenziali, che pure in certi ambiti sono necessarie, occorre un grande investimento culturale, di pensiero e di strategia sul futuro.

Quali sono i temi che secondo te dovrebbero essere prioritari?

I temi sono tanti: l’emergenza casa, la mancanza di lavoro, soprattutto tra i giovani, la scuola su cui si investe sempre troppo poco, la difesa dell’ambiente e aggiungo anche la questione legata alla legalità. Sappiamo infatti che le grandi opere e i fondi del PNRR in arrivo fanno gola alle mafie. Ma sicuramente il tema centrale per la Lombardia resta quello della sanità, o meglio della salute. Nella nostra regione, infatti, soprattutto in questi anni di pandemia, il sistema ha fatto vedere tutti i suoi limiti e inadeguatezze.

Perché parli di salute e non di sanità?

Dire “dalla sanità alla salute” non è un cambio lessicale, ma è la richiesta di un cambio di paradigma culturale. La salute non è solo un fatto di medicina o la semplice assenza di malattia, ma è la condizione complessiva della persona che è definita dai cosiddetti “determinanti sociali“, come la qualità dell’abitare, l’accesso alla cultura, il lavoro, il sociale, la tutela dell’ambiente e tanto altro ancora. Faccio un esempio: se una persona vive in un alloggio adeguato, in un ambiente non inquinato, avendo la possibilità di accedere ad attività sociali e culturali, molto probabilmente avrà una condizione di salute complessivamente migliore di chi abita in un appartamento degradato, in un quartiere popolare periferico, dove magari mancano i servizi essenziali. Per questo, per rispondere alla reale domanda di salute che arriva dai cittadini è necessario operare in un’ottica di integrazione tra sociale e sanitario; non può esserci separazione tra questi due ambiti.

Rispetto al tema dell’integrazione socio-sanitaria, tutti i candidati parlano di una riforma della sanità lombarda che metta al centro le Case della comunità…

L’esperienza del Covid ha fatto capire quanto sia importante riorganizzare il sistema puntando sulla sanità territoriale. Almeno nel dibattito, è stato raggiunto un consenso unanime su questo. Ma le Case della comunità – come le intendiamo noi della Casa della Carità e tutte quelle realtà che hanno dato vita all’associazione Prima la comunità – non possono essere un oggetto a sé stante, come invece sembra si stia realizzando, con frettolosi tagli di nastro inaugurali. Le Case della comunità devono far parte di una strategia più complessa. Se restano soltanto muri vuoti o dei poliambulatori che trasferiscono ciò che esiste già in un altro luogo, non va bene. Serve un cambiamento radicale che sia funzionale ai territori, cominciando con la conoscenza delle caratteristiche e necessità dei territori stessi, spesso diversi uno dall’altro, e puntando quindi su una pluralità di interventi.

Cosa devono essere dunque le Case della comunità?

La Casa della comunità non è un servizio tra tanti, è un luogo di prossimità per le cure primarie e per i supporti sociali e assistenziali dove c’è un’interazione tra le varie professionalità sociali e sanitarie. Allo stesso tempo, un luogo di relazione e attenzione a tutte le dimensioni di vita della persona. Non è il trampolino di lancio per la privatizzazione del sistema, ma ha dentro fortemente la dimensione pubblica, in una logica di partecipazione in cui anche il non profit deve sperimentare, nella logica del bene comune. Come Casa della Carità stiamo avviando, insieme a San Fedele e Caritas Ambrosiana, un progetto sperimentale di cure primarie per la popolazione che vive in condizioni di marginalità. Sarà un’esperienza innovativa, che sarà monitorata nei suoi risultati. Verifiche e monitoraggi, infatti, sono fondamentali, altrimenti la Casa della comunità rischia di diventare un oggetto che tutti usano a proprio piacimento.

La politica socio-sanitaria della Regione Lombardia, però, negli ultimi decenni ha puntato molto sugli ospedali e sul doppio binario pubblico-privato e a lungo è stata descritta come modello di efficienza…

L’efficienza è doverosa. Non così l’esaltazione del modello ospedalocentrico, della cultura prestazionistica, aziendalistica e privatistica della sanità, che in Lombardia ha portato all’impoverimento della medicina territoriale. Promuovere le Case della comunità impone una revisione di questa logica prevalente. È importante non perdere la spinta al cambiamento che ha fatto seguito al disastro della pandemia, in cui si era detto che nulla sarebbe stato più come prima. C’è il rischio invece che le cose stiano assestandosi come erano precedentemente all’emergenza Covid. Faccio un esempio: l’invecchiamento della popolazione porterà inevitabilmente alla cronicizzazione di alcune patologie e molte problematiche. Con una rete relazionale e sociale che si rivela sempre più debole, queste cronicità graveranno sulle spalle delle famiglie. Come se ne esce? Se si vuole evitare la tendenza all’ospedalizzazione e all’istituzionalizzazione delle persone in luoghi chiusi e lontani dai loro contesti di vita, serve creare dei luoghi di cura e presa in carico delle cronicità che siano nelle comunità.

Questo vale anche per la salute mentale, peggiorata durante la pandemia e su cui però si sta facendo poco o nulla.

La situazione è drammatica e, sempre di più, i problemi di salute mentale così come le disabilità psichiche e fisiche gravano sulle famiglie, che vengono lasciate sole da servizi territoriali impoveriti e abbandonati a se stessi. Oppure si tende a scaricare il compito assistenziale sul volontariato. Ci sono dei CPS (centro psico-sociale, ndr), per esempio, che hanno in carico mille persone, cui danno appuntamento solo per la distribuzione del farmaco. Ma questo non è un servizio territoriale. Rispondere al dramma delle famiglie significa ampliare l’aiuto e la cura di prossimità perché, come sta alla base della riforma di Basaglia, la cura dei più fragili non deve avvenire in istituzioni separate dal contesto di vita, ma deve essere affidata alla comunità.

Da quanto dici, pare di capire che le proposte presentate dai candidati in tema di salute ti soddisfino fino a un certo punto. Sul resto, stanno emergendo riposte adeguate da parte dei candidati alla presidenza?

Al momento vedo molte dichiarazioni, ma mi sembra che i problemi reali siano soltanto vagamente abbozzati e non vengano affrontati come la gravità della situazione imporrebbe.


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