Intervista con il calligrafo palestinese Eyas Alshayeb, che ha partecipato all’Iftar organizzato dalla Casa
Lo scorso 16 marzo alla Casa della Carità, è stato proposto di condividere con ospiti, operatrici e operatori, volontarie e volontari di fede musulmana l’Iftar, la rottura quotidiana del digiuno nel mese sacro di Ramadan. È stato un momento molto intenso e coinvolgente, al quale ha partecipato anche il calligrafo palestinese Eyas Alshayeb, che al tramonto ha chiamato la preghiera di rottura del digiuno, chiamata Maghrib, e ha regalato ai presenti un momento performativo di calligrafia araba.
Approfittando della sua presenza alla Casa, gli abbiamo fatto qualche domanda.
Ci racconti qualcosa di te? Da dove vieni, da quanti anni vivi in Italia, di cosa ti occupi…
Sono palestinese di origine, ma non ho mai visto la Palestina, perché i miei genitori sono stati cacciati da quella terra; per questo sono nato e cresciuto in Giordania. All’età di 18 anni sono arrivato in Italia per proseguire gli studi, prima all’Università per Stranieri di Perugia e poi a Milano, dove ho fatto degli studi legati all’arte visiva. Per una quindicina d’anni ho lavorato nel mondo della serigrafia artistica, ma un’importante malattia agli occhi mi ha costretto a interrompere questa attività. Facendo tesoro della conoscenza della lingua araba, mi sono allora occupato di mediazione culturale e dal 2013 lavoro con la Cooperativa Farsi Prossimo, dove inizialmente mi sono occupato dell’Emergenza Siria. Finito questo progetto, da 10 anni lavoro al Rifugio Caritas di via Sammartini.
Ma ti occupi ancora di calligrafia…
Sì, siccome il lupo perde il pelo ma non il vizio, ho continuato a occuparmi di calligrafia araba, che possiamo definire l’arte per eccellenza all’interno del mondo islamico arabo. Questo tipo di arte visiva prende la lettera come elemento decorativo e in base allo stile di scrittura e per l’utilizzo che si vuole fare, la parola prende forma e diventa un’espressione artistica. Giro l’Italia e cerco di promuovere questo tipo di arte con l’intento di avvicinare i non arabofoni e dire che anche questo elemento decorativo è qualcosa che accomuna le persone, soprattutto in Italia, dove la bellezza è contemplata in vari aspetti della vita, dal cibo al vestiario, all’architettura eccetera.
Quindi la bellezza può essere un elemento che unisce persone e mondi diversi?
Assolutamente, come può testimoniare il momento che abbiamo avuto alla Casa della Carità, per i non arabofoni vedere una performance di calligrafia araba è sempre qualcosa che scuote interesse e curiosità, perché c’è l’elemento condiviso della bellezza.

Visto che hai citato la tua presenza alla Casa della Carità, ci racconti com’è stato vivere l’IFTAR in un luogo di accoglienza, dove appunto ci sono persone di tanti paesi e soprattutto persone che hanno delle difficoltà, delle fragilità?
Fin dal primo momento che Fatmah (Mohamed, tra le operatrici che ha organizzato l’Iftar, ndr) mi ha contattato per questo evento, ho espresso subito la mia gioia di partecipare. Anche se era la prima volta che mettevo piede in Casa della Carità, lavorando nel settore dell’accoglienza, mi sono sentito subito convolto e ho partecipato con molto piacere.
Lavorando anche io in un centro di accoglienza, ho visto come in questo periodo gli ospiti di fede islamica convivono con persone di altri fedi, e quindi l’ho vissuto in una maniera sentita e partecipata. Anche nei paesi di maggioranza islamica, questo momento viene vissuto da tutta la comunità come un momento di condivisione, un momento di partecipazione, perché al di là della privazione del cibo, il Ramadan è un momento in cui le persone si sentono chiamate ad assumere un atteggiamento sobrio, a dedicarsi maggiormente alla spiritualità e alla preghiera. Quindi viverlo all’interno di una struttura che, diciamo, può essere un plastico di una società più grande, è stato assolutamente bello.
Secondo te, in un momento storico in cui si moltiplicano le guerre, i potenti spingono sempre di più a scontrarsi, trovare momenti di dialogo tra persone di fedi diverse e anche magari proprio condividere come abbiamo fatto con l’Iftar o altri momenti significativi è importante per costruire un po’ di pace dal basso?
Certo, perché questo è un momento che ci travolge tutti quanti, anche involontariamente. Non voglio dire una frase fatta, ma io sono dell’idea che la pace e la condivisione si costruiscono proprio partendo dal vicino, dalla persona che abita sul nostro pianerottolo, nel nostro quartiere e poi man mano allargando.
In virtù dell’attività che faccio, negli ultimi anni ho vissuto questo momento di condivisione anche in maniera molto amplificata e posso dire che tutte le comunità che ci sono in Italia colgono questa occasione per aprire le porte e per farsi conoscere, contro il pregiudizio. Se io una cosa non la conosco, infatti, potrei avere paura, potrei essere molto diffidente. E invece lo scopo è di far svanire ogni tipo di dubbio sul fatto che le singole hanno dei valori comuni, dei valori di condivisione, indipendentemente dal credo. Io credo proprio che le religioni hanno nella loro natura il deterrente al conflitto, alla guerra perché appunto hanno come elemento comune il dialogo e la negoziazione, che sono i deterrenti a ogni tipo di malvagità, a ogni tipo di conflitto bellico.