Una riflessione di Giusy Valentini, che fa parte della Commissione diocesana per il dialogo interreligioso a Milano
Ci sono momenti dell’anno in cui le ricorrenze religiose, pur nate da storie e tradizioni differenti, sembrano sfiorarsi. Quest’anno, assistiamo ad alcune coincidenze significative dei diversi tempi sacri: la Quaresima cristiana e il Ramadan musulmano si sono svolti nello stesso periodo, dall’1 al 9 aprile si celebra la Pasqua ebraica, il 12 aprile ricorrerà la Pasqua ortodossa.
Possiamo considerarle semplici concomitanze di date, oppure occasioni simboliche che invitano a fermarsi e ad abitare lo spazio della riflessione e dell’incontro. La Quaresima, il Ramadan e la Pasqua ebraica sono tempi spiritualmente forti, di riflessione, digiuno, memoria, libertà, conversione, pece. Parlano, in fondo, di ciò che sta al cuore dell’esperienza umana e ci ricordano la Misericordia di Dio per ogni uomo e donna.
Eppure, questa coincidenza di date, cade in un momento in cui il contesto internazionale sembra andare in direzione opposta. Il linguaggio pubblico si fa sempre più polarizzato, i muri si alzano, i conflitti si moltiplicano, e chi detiene il potere spesso alimenta logiche di contrapposizione e rafforza dinamiche di divisione. Le differenze diventano pretesto di separazione, le identità vengono irrigidite e, in molti casi, trasformate in confini invalicabili. In quest’epoca di conflitti, tensioni, guerre e divisioni culturali, il dialogo interreligioso rischia di apparire fragile, marginale o addirittura inutile. E invece è proprio qui ed ora che diventa essenziale.
Le grandi tradizioni religiose, spesso interpretate o addirittura strumentalizzate per giustificare guerre, custodiscono, pur nelle loro specificità, un patrimonio di valori comuni profondi: la dignità umana, l’attenzione verso i più fragili, il desiderio di pace. È proprio a partire da questi punti di incontro che il dialogo può diventare uno strumento concreto per disinnescare incomprensioni e pregiudizi grazie ad un ascolto reciproco e profondo dell’esperienza dell’altro. Nell’ascolto, ciò che appariva limite invalicabile può diventare una grande risorsa, ciò che si ritiene distante può essere sorprendentemente vicino e prossimo, ciò che sembra estraneo può diventare familiare. Ascoltare è aprirsi al racconto che l’altro fa di sé, sospendendo ogni giudizio, ma imparando a «-sentire con-». Non è semplicemente lo slancio del cuore verso l’altro, ma la capacità di comprendere l’altro dentro quel terreno comune chiamato umanità. Non significa rinunciare alla propria identità, anzi è proprio grazie ad essa che è possibile riconoscere l’altro come una persona da accogliere e come un dono. «La fede porta il credente a vedere nell’altro un fratello da sostenere e da amare», leggiamo all’inizio del Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, firmato ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019 da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar Ahmed Al-Tayyeb.
In questa prospettiva, il dialogo interreligioso rappresenta una risposta concreta alla logica del conflitto e delle posizioni estreme: una via culturale e umana che mette al centro il confronto, il riconoscimento reciproco, nella ricerca di ciò che unisce. È uno spazio in cui le differenze non generano scontro, ma aprono strade e cammini condivisi e rendono possibile una convivenza pacifica. In un tempo segnato da muri e divisioni, la capacità di incontrarsi e parlarsi diventa un segno di speranza, di profezia e una strada concreta verso un futuro più giusto e armonioso.
Alla Casa della Carità, questo dialogo prende forma concreta. Ogni giorno, persone provenienti da culture, religioni e storie diverse condividono spazi, tempi, fragilità, bisogni, speranze. Non teorie o dichiarazioni di principi, ma ordinarietà della vita, fatta di gesti concreti, accoglienza, rispetto dei momenti di preghiera, riconoscimento delle feste altrui; è desiderio e curiosità di uscire da sé e andare verso ciò che non si conosce. L’altro di fede e cultura altra, è prima di tutto, un volto e una relazione.
Sono tante le realtà e le iniziative in Diocesi che si muovono in questa direzione. Il compito dell’Ufficio per l’Ecumenismo e Dialogo interreligioso, è quello di coordinarle, ma soprattutto di favorire e sostenere un’autentica apertura al dialogo all’interno della Pastorale diocesana, accompagnando percorsi delle comunità, offrendo strumenti di formazione, promuovendo iniziative volte a stimolare un’apertura e una sensibilità sempre più profonde verso il dialogo e l’incontro tra le diverse comunità e tradizioni religiose sempre più presenti nel territorio.
A Ebrei, cristiani e musulmani, dentro questa singolare coincidenza temporale, è offerta opportunità preziosa da non lasciarsi sfuggire: quella di rinnovare insieme le energie spirituali necessarie per abitare questo tempo storico segnato da una rassegnazione diffusa e disincantata. Allo stesso tempo si apre uno spazio di impegno e responsabilità condivisi: riscoprire e testimoniare il valore fondamentale delle religioni come vie di pace.
Forse è proprio questo il messaggio più urgente che possiamo cogliere: in un’epoca in cui prevalgono tensioni, guerre, scontri, scegliere la via del dialogo non è ingenuità, ma coraggio, non è debolezza, ma responsabilità nel promuovere una cultura di pace che non si limiti alle parole, ma si traduca in gesti e azioni concrete capace di trasformare mentalità, cambiare modi di vivere e di pensare.
[In apertura: il Cardinale Carlo Maria Martini con esponenti di altre religioni, all’incontro di Preghiera per la pace tenutosi a Milano nel 1993.]