Carcere e vita in strada sono spesso tappe di uno stesso percorso. Ne parla l’operatrice della Casa Ludovica Villa, esperta di questa tematica
Negli ultimi anni si è rafforzata l’attenzione al rapporto tra grave emarginazione adulta ed esperienza detentiva. Gli istituti penitenziari sono spesso descritti come “discariche sociali”, poiché accolgono in misura crescente persone con biografie segnate da precarietà economica, fragilità relazionale e bassi livelli di istruzione. Carcere e vita in strada non appaiono quindi come fenomeni separati, ma come possibili tappe di uno stesso percorso, caratterizzato dall’accumularsi di fratture biografiche nel tempo.
La correlazione tra detenzione e homelessness non è episodica. L’esperienza penitenziaria non interrompe necessariamente i processi di esclusione già in atto; al contrario, può accentuarli. La detenzione comporta spesso la perdita o l’indebolimento di legami familiari, lavorativi e abitativi, ossia delle risorse che garantiscono stabilità sociale. Quando tali reti sono già fragili prima dell’ingresso in carcere, l’uscita può tradursi in una caduta nella grave esclusione abitativa. Non si tratta di un automatismo, ma di un rischio che aumenta quando la detenzione si inserisce in traiettorie già segnate da precarietà e isolamento.
La scarcerazione rappresenta una fase particolarmente critica. In assenza di un supporto abitativo o familiare, le difficoltà si sommano: senza un domicilio stabile diventa più complesso cercare lavoro, accedere ai servizi e organizzare la quotidianità. La necessità di far fronte ai bisogni immediati assorbe energie e rende fragile qualsiasi progetto di reinserimento.
In questo quadro si inserisce il fenomeno della “porta girevole”, che descrive la circolarità tra carcere e strada: la vita in condizioni di homelessness aumenta la vulnerabilità sociale e sanitaria, espone maggiormente al controllo penale e rende più probabile un nuovo ingresso in istituto. Inoltre, l’assenza di interventi strutturati favorisce questa continuità, generando una spirale difficile da interrompere.
Per spezzare tale circolo vizioso sono necessarie politiche orientate alla continuità del supporto: accompagnamento all’uscita già durante la detenzione, accesso prioritario ad alloggi stabili, sostegni personalizzati all’inserimento lavorativo e coordinamento tra sistema penitenziario e servizi territoriali. In questa prospettiva, il modello dell’Housing First risulta centrale, poiché considera la casa come condizione di partenza per il reinserimento, non come traguardo finale.
Ridurre il legame tra carcere e strada significa quindi riconoscere che l’esclusione non è solo individuale, ma anche il prodotto di passaggi istituzionali che possono essere ripensati, promuovendo continuità e prevenendo il ritorno alla marginalità.
Ludovica Villa – operatrice sociale Casa della Carità