Con la nuova direttiva firmata dal ministro Piantedosi, non ci si chiede più se trattenere una persona in un CPR mette a rischio la sua salute, ma soltanto se sia possibile curarla mentre è privata della libertà
La guerra del governo italiano contro le persone migranti ha raggiunto un nuovo e inaccettabile livello di disumanità.
Il 3 novembre scorso, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha infatti firmato una direttiva che modifica le precedenti disposizioni sull’organizzazione e la gestione dei Centri di permanenza per il rimpatrio. La direttiva del 2022 prevedeva che, prima dell’ingresso in un CPR, un medico del SSN verificasse la compatibilità delle condizioni di salute fisiche e mentali della persona con la permanenza in una struttura di trattenimento. Se tale compatibilità non fosse stata accertata, l’ingresso nel centro non avrebbe avuto luogo.
Con la nuova direttiva, la visita medica rimane formalmente prevista, ma non è più vincolante a stabilire se la persona sia idonea al trattenimento; deve soltanto individuare eventuali necessità di assistenza sanitaria da gestire all’interno del CPR. Anche il medico interno – che ricordiamo non è un medico del servizio pubblico, ma un dipendente dell’ente gestore – non è più tenuto a verificare l’incompatibilità tra le condizioni di salute della persona e le caratteristiche della struttura, ma soltanto a segnalare i casi clinici più gravi, non gestibili al suo interno.
In sostanza, non ci si chiede più se trattenere una persona possa mettere a rischio la sua salute, ma soltanto se sia possibile curarla mentre è privata della libertà. Eppure, una persona può ricevere farmaci e, allo stesso tempo, vedere peggiorare la propria salute, proprio a causa delle condizioni di detenzione.
Lo dimostrano le evidenze scientifiche e le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che hanno riconosciuto come la detenzione amministrativa delle persone migranti costituisca un fattore dannoso per la loro salute, in particolare per quella mentale, e può provocare o aggravare condizioni di sofferenza.
Appare evidente che questo “cambio di paradigma” arrivi dopo le polemiche sulle certificazioni di inidoneità rilasciate da alcuni medici del Servizio sanitario nazionale, considerate dall’attuale governo troppe e di ostacolo alle proprie politiche di trattenimento ed espulsione delle persone migranti. E quindi si è scelto di eliminare alla radice lo strumento che consentiva di riconoscere e proteggere le persone più fragili, evitandone l’ingresso nei CPR.
Ma la salute non può diventare un ostacolo da rimuovere, con l’obiettivo di aumentare il numero delle persone trattenute nei CPR. Nessuna politica migratoria può giustificare la rinuncia alla tutela della salute delle persone, tutte le persone, riconosciuta dall’articolo 32 della Costituzione.