Periferie, partecipazione e costruzione di legami. Ce ne parlano Josephine Magliozzi e Sara Carmagnola di Ecate Cultura, associazione attiva nel Quartiere Adriano
In che modo la cultura può agire come motore di coesione sociale nelle periferie? E in che modo la periferia può contribuire alla crescita della città? Ce ne parlano Josephine Magliozzi e Sara Carmagnola di Ecate Cultura, associazione culturale attiva nel Quartiere Adriano, con cui la Casa collabora per diverse attività
Quando siamo arrivate in Quartiere Adriano, nel 2021, Ecate lavorava a Milano già da molti anni, portando la cultura nei luoghi più diversi della città e incontrando soprattutto giovani. Adriano lo conoscevamo come cittadine, non come operatrici culturali.
Adriano è difficile da racchiudere in una sola immagine. L’identità del quartiere si divide tra la memoria industriale della Magneti Marelli e quella agricola, tra i nuovi insediamenti residenziali, le case popolari, i grandi spazi verdi e alcuni importanti presidi sociali e culturali, nel dubbio amletico di essere o non essere una parte di Crescenzago. Via Adriano divide geograficamente il quartiere e sembra, a volte, separarne anche le comunità. Qui la distanza dal centro non si misura in chilometri: è il tempo di uno spostamento, la frequenza dei mezzi e la sensazione, più sottile, che il resto della città non sappia della tua esistenza.
Più lavoravamo sul territorio e più ci rendevamo conto che la vera conoscenza del quartiere passava attraverso le persone. Abbiamo incontrato abitanti storici e nuovi, giovani, famiglie, persone anziane e persone arrivate da altri Paesi. Insieme a loro abbiamo conosciuto una rete di realtà che ogni giorno tiene vivo il territorio: Casa della Carità, Cascina San Paolo, ViviAdriano e tanti altri enti, servizi educativi, gruppi informali e cittadine e cittadini che spesso si prendono cura dei luoghi senza dare un nome al loro fare.
Da questi incontri è nato il nostro modo di lavorare ad Adriano. Con BTTF Project accompagniamo un gruppo di giovani under 35 nella co-progettazione di un festival di arti performative (BTTF Human Made Festival), attraverso l’esperienza della Direzione Artistica Partecipata. Il progetto dei Keepers (Custodi della Cultura) mette al centro invece un gruppo intergenerazionale di abitanti – incluse rappresentanze over 70 – che collaborano insieme alla curatela di eventi culturali che favoriscano la costruzione di un rapporto continuativo con il quartiere.
Più recente è l’esperienza della redazione condivisa – sempre aperta – di Note a Margine, giornale che mette al centro la cultura a partire dal racconto delle periferie, dei margini appunto come luoghi con punti di vista diversi, dando spazio a ciò che resta escluso dalla narrazione dominante. Inoltre, con tante altre realtà del territorio, diamo vita alla festa di quartiere DOVE?, un’occasione di incontro e scambio per la cittadinanza.
Sono esperienze diverse, unite da una scelta: le persone non sono il pubblico a cui consegnare un’attività già decisa. Portano desideri, saperi e fragilità; devono poter incidere sulle scelte e riconoscersi negli immaginari che contribuiscono a creare. Per noi partecipare significa anche questo: esercitare un ruolo concreto nei processi decisionali.
L’evoluzione naturale di questo lungo lavoro di partecipazione culturale e di curatela plurale è un progetto più ampio che coinvolgerà tutto il quartiere e che abbiamo chiamato Arcipelago Adriano proprio perché immaginano una connessione tra le diverse anime del territorio, con la città e oltre.
Spesso si tende a guardare la periferia come un luogo vuoto, in attesa che qualcuno vi porti ciò che manca. Adriano ci ha insegnato il contrario. La periferia può essere fragile, ma non è priva di risorse. Può esserci solitudine, ma ci sono anche reti di cura. Possono mancare alcuni servizi o luoghi di aggregazione, ma esistono persone e organizzazioni che ogni giorno combattono queste mancanze con la presenza e il mutuo sostegno.
Quello che noi cerchiamo di fare con i nostri progetti culturali è contribuire a creare le condizioni perché ciò che già esiste possa fiorire, svilupparsi, diventare visibile e, quando possibile, trasformarsi in un progetto comune.
Lo facciamo interrogandoci costantemente su chi entra, chi resta, chi prende parola, chi decide. L’accessibilità per noi riguarda il prezzo del biglietto e le barriere fisiche, ma anche il tempo disponibile, la lingua, la fiducia e la possibilità di sentirsi legittimati a esserci.
Per questo pensiamo alla cultura come a un’infrastruttura di prossimità. Non una successione di eventi da portare in periferia, ma una trama di luoghi, relazioni e responsabilità condivise.
La cultura non può risolvere da sola le disuguaglianze prodotte dal mercato del lavoro, dalle politiche abitative, dalla mobilità o dall’accesso ai servizi. Può però fare qualcosa di importante: cambiare la direzione dello sguardo, costruire relazioni, produrre consapevolezza, rendere visibili esperienze normalmente marginali. E può soprattutto restituire alle persone una parte del potere necessario per agire e immaginare insieme.
[In apertura: un momento dell’edizione 2025 di BTTF Project. Foto di Ecate Cultura]