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Dove Milano finisce: la vita nel COT di via Novara

Nel COT – Centro di Ospitalità Temporanea di via Novara a Milano sono accolte famiglie in emergenza abitativa. Il racconto di cosa significa lavorare con famiglie fragili costrette a vivere nella periferia della periferia

Per raggiungere la fermata della metropolitana più vicina ci vogliono 45 minuti a piedi; 20 se si ha la fortuna di riuscire a prendere l’autobus. Nei dintorni non ci sono negozi, non ci sono bar, né tantomeno una scuola. Solo un distributore di benzina.

Siamo in via Novara 451, estrema periferia ovest di Milano ed è qui che si trova il Centro di Ospitalità Temporanea (COT) del Comune, dove la Casa della Carità opera insieme ad altre organizzazioni. Il centro, nato nel 2001 come campo rom autorizzato e diventato poi un centro di accoglienza straordinaria per persone migranti, dal 2019 ospita famiglie in emergenza abitativa, in particolare famiglie rom.

Elisabetta Rossi, operatrice della Casa, è la coordinatrice pedagogica del centro. Le abbiamo chiesto com’è la città vista dal COT di via Novara.

Chi sono le persone accolte al Centro di Ospitalità Temporanea e quali percorsi affrontano?

Questo centro fa parte del sistema del Comune di Milano per il contrasto alla grave emarginazione sociale. La “cabina di regia” è gestita dal centro di viale Ortles, che intercetta le famiglie in emergenza abitativa tramite segnalazione di centri di ascolto, volontari, parrocchie, o dove queste famiglie arrivano in autonomia. In base alla loro situazione, sono poi collocate in un centro di prima accoglienza, come quello di via Novara, o in un Centro di Autonomia Abitativa, come quello che abbiamo in via Brambilla. Infine c’è il passaggio in appartamento.

Le persone che arrivano al COT si trovano in una situazione di maggiore fragilità, perché, per esempio, non hanno documenti, non hanno un lavoro, non hanno un reddito. Quindi con loro partiamo proprio dalle basi, dall’ottenimento dei documenti, dall’iscrizione dei bambini a scuola, dall’inserimento lavorativo e poi definiamo insieme il progetto e le prospettive della famiglia.

Cosa significa lavorare con persone con queste fragilità in una periferia come quella in cui si trova il COT?

Il centro, come molti altri luoghi che accolgono famiglie rom, è stato messo nella periferia della periferia, in questo caso tra Baggio e Settimo Milanese. Nei dintorni non c’è nulla, non ci sono negozi o bar raggiungibili a piedi, non ci sono le scuole e davanti al centro passa uno stradone a tre corsie per senso di marcia. Chi non ci vive o non ci passa, non può immaginare le difficoltà logistiche che vivono queste famiglie.

Quali sono queste difficoltà, per esempio?

Banalmente, non possono uscire a fare una passeggiata, perché i pochi marciapiedi che ci sono, sono molto stretti e spesso invasi dalle piante, quindi chi ha un passeggino, per esempio, fa fatica a muoversi. Anche accompagnare i bambini a scuola è un problema. Non passa uno scuolabus e quindi se ne devono occupare i genitori e in particolare le mamme. Anche chi ha un lavoro e non ha un’auto è in difficoltà. Molti dei nostri ospiti riescono a trovare lavori serali o che cominciano molto presto al mattino. In altre zone ci sono mezzi sostituitivi, ma qui no. L’unico mezzo pubblico è l’autobus 80, che però non è una linea con frequenze elevate e a volte salta delle corse e quindi le persone arrivano in ritardo a scuola o al lavoro.

Essere così dislocati è impegnativo anche per noi operatori, perché dobbiamo fare molti spostamenti quindi o ti muovi con la macchina o diventa davvero complicato.

Questo isolamento, immagino, influisce anche sulle risorse a cui possono avere accesso le famiglie e in particolare i minori.

Certo. Non abbiamo, per esempio, un oratorio o dei centri sportivi vicini, come esistono in altri quartieri. Se in altri contesti puoi permetterti di dire a un ragazzino “vai da solo”, qui diventa più difficile.

Sono tutte fatiche logistiche che magari dall’esterno non si vedono o non si considerano. Si pensa semplicemente: “Va a fare sport”, ma dietro c’è tutto il problema dell’accompagnamento, che ricade soprattutto sulle donne, che magari devono occuparsi anche di altri figli di diverse età, che hanno a loro volta impegni e attività. E così, per una donna accolta al COT, la possibilità di trovare un lavoro diventa difficoltosa.

Quali altre attività svolgete in questa periferia?

Lavoriamo nella zona di via Quarti, che è un’area particolarmente difficile, caratterizzata da numerose occupazioni abusive. Qui sono presenti diverse associazioni e noi lavoriamo nell’ambito della “Child Guarantee”1, proponendo attività rivolte a bambini e ragazzi, rom e non solo, che vivono in situazioni di maggiore fragilità, con l’obiettivo di contrastare la povertà educativa e l’esclusione sociale.

Per esempio, portiamo avanti un’attività di doposcuola e lavoriamo all’interno delle scuole di questo quartiere, in particolare in quelle frequentate dai minori che vivono al COT, dove i nostri educatori svolgono laboratori e supporto didattico alle insegnanti. Il fatto che queste attività siano portate avanti, in molti casi, dagli stessi operatori che lavorano al COT è importante perché permette loro di avere una visione più completa delle situazioni e di accompagnare i minori in maniera più efficace anche al di fuori dal centro. Il progetto, inoltre, non si interrompe con la fine dell’anno scolastico. Anche durante i mesi estivi, quando la scuola è chiusa, le attività proseguono sul territorio.

Lavorare con i bambini ci permette poi di intercettare quelle famiglie che hanno bisogno di essere sostenute e accompagnate, per esempio nella ricerca di un lavoro o nel percorso per uscire da situazioni di abusivismo, in cui spesso sono finite perché non hanno alternative o non sanno come uscirne. Quando riescono a trovare un’alternativa e vengono accompagnate nel percorso, spesso possono uscire tranquillamente da queste situazioni.


  1. La Child Guarantee è un’iniziativa europea recepita dall’Italia per garantire l’accesso ai servizi essenziali ai minori a rischio di povertà o esclusione sociale. A livello locale, il Comune di Milano applica questo quadro europeo e nazionale attraverso specifici progetti per tutelare i minori vulnerabili ↩︎

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