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Dove ci sentiamo a casa?

Leggi l’intervento dell’artista e performer Sara Vilardo, che nel Quartiere Adriano ha portato la sua performance “Sirene”, che indaga il concetto di “nostos” o “viaggio di ritorno”

Nel nostro viaggio nelle periferie dove è attiva la Casa della Carità, siamo partiti dal quartiere dove la Casa ha la sua sede principale, il Quartiere Adriano, e abbiamo incontrato Sara Vilardo, artista e performer, che qui, nel 2025 e 2026, ha portato la sua performance “Sirene”.

Ecco quello che ci ha raccontato.

“Una delle domande da cui parte Sirene è: dove ci sentiamo a casa?

Non soltanto dove abitiamo, ma dove il nostro corpo riconosce di poter stare. Dove ci sentiamo accolti, riconosciuti, ascoltati. Dove possiamo sentirci parte di qualcosa.

È con questa domanda che sono arrivata nel Quartiere Adriano, invitata nel 2025 a una prima collaborazione con Ecate Associazione Culturale, importante associazione di quartiere.

La prima cosa che mi ha colpito è stata una contraddizione: tanto cemento e tanto verde.

Adriano è un quartiere in movimento, ma allo stesso tempo sembra, in alcuni punti, intrappolato da infrastrutture gigantesche, pensate secondo una scala che non sembra essere quella del corpo umano. Strade, strutture, grandi assi di collegamento che attraversano e delimitano lo spazio. Ma anche grandi parchi, la Martesana, gli animali, e l’insegna che ricorda come negli anni Cinquanta Crescenzago fosse un luogo di vacanze per i milanesi.

Un quartiere sospeso tra diverse dimensioni: tra la città e il suo margine, tra ciò che è costruito e ciò che cresce, tra il passaggio e la permanenza.

Ma un quartiere non è soltanto la sua architettura. È anche quello che succede tra le persone: le loro vite e i loro racconti, la voglia di condividere, la curiosità, la disponibilità all’incontro.

L’anno scorso, nelle mie passeggiate esplorative per adattare Sirene alla topografia del quartiere, ho subito notato la Casa della Carità. Da lì è nato un dialogo che ci ha portato a collaborare nell’edizione di Sirene al FringeMi 2026, insieme a Ecate e alla Casa della Carità.

Quest’anno ho scelto di far partire la performance proprio da lì.

Qui ho percepito una cosa molto concreta: la cura.

La cura del luogo, degli spazi, della pulizia. Ma soprattutto la cura nel modo di parlarsi, nell’attenzione alle persone, nella qualità delle relazioni e nella varietà delle proposte. Una cura presente nelle piccole cose, nel modo in cui le persone si incontrano e si rivolgono le une alle altre.

Il lavoro parla di casa, di viaggio, di ritorno. Ma incontrare la Casa della Carità ha fatto emergere un’altra possibilità: casa non è soltanto il luogo verso cui torniamo. È anche il luogo che qualcuno contribuisce a costruire per noi.

Un luogo in cui possiamo sentirci accolti.

Anche il laboratorio che ho fatto alla Casa, incontrando ospiti, operatori e volontari, ha avuto questa qualità. Mi ha colpito la gioia delle persone e la loro grande disponibilità a mettersi in gioco, a raccontarsi, ad ascoltare. Un gruppo molto affiatato.

Mi sono trovata così davanti a qualcosa che non coincide con l’immagine della periferia come luogo di mancanza: una grande ricchezza di relazioni, di curiosità, di disponibilità verso l’altro.

Forse è proprio questo che significa attraversare un luogo con il teatro: non arrivare con un’immagine già costruita, ma lasciare che il luogo ti costringa a cambiarla.

Nel mio lavoro mi interessano da sempre i luoghi liminali, i margini e i non-luoghi della città: spazi di passaggio, di attesa, di transito. Stazioni, aree di confine, margini urbani, luoghi che attraversiamo senza necessariamente sentirli nostri.

Sono luoghi che stanno tra una cosa e l’altra: tra centro e margine, tra partenza e arrivo, tra abitare e attraversare, tra appartenenza ed estraneità. Li ho incontrati nelle mie peregrinazioni con Sirene, in Italia e all’estero, e sono spesso proprio questi gli spazi che mi interessano artisticamente: luoghi in cui il nostro modo di stare cambia, perché non sappiamo se siamo di passaggio o se possiamo fermarci.

È forse per questo che mi interessa portarci il teatro.

Sirene prende un luogo reale e lo trasforma temporaneamente in uno spazio di ascolto e relazione. Una strada non è più soltanto una strada, un parco non è più soltanto un parco, un quartiere non è più soltanto il luogo in cui ci si trova.

Anche ad Adriano mi interessava capire come si può attraversare un luogo fino a cominciare a sentirlo.

La topografia del quartiere, i suoi margini, le infrastrutture, il verde, i nomi delle strade sono entrati nel lavoro non come semplice sfondo, ma come materia della performance.

E forse è proprio nei luoghi liminali che la domanda “dove ci sentiamo a casa?” diventa più urgente.

Perché sentirsi a casa non significa necessariamente essere fermi in un luogo. Può significare anche sentirsi accolti mentre si è in movimento, in transito, in una situazione ancora non definita.

Ed è qui che, per me, la periferia smette di essere soltanto una posizione geografica. Può diventare una condizione di margine, di passaggio, di non-appartenenza. Può riguardare un territorio, ma anche una persona che lo attraversa senza sentirlo proprio.

Il teatro ha una possibilità particolare in questo senso: mette i corpi nello stesso spazio. Ci fa camminare insieme, stare insieme, ascoltare insieme.

In Sirene, persone che spesso non si conoscono iniziano un percorso condiviso. Per un tempo limitato attraversano lo stesso luogo, portando con sé memorie diverse, esperienze diverse, idee diverse di casa.

Sentirsi a casa comincia proprio quando smettiamo di essere soltanto individui che attraversano uno spazio e diventiamo, anche solo per un momento, parte di una relazione.

E allora forse la domanda non è soltanto dove sia il centro e dove sia la periferia.

È come possiamo trasformare i luoghi che attraversiamo in luoghi che ci riconoscono“.

[In apertura un momento della performance “Sirene”]


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