La Casa esprime preoccupazione per il processo di securitizzazione della cura che interessa le persone migranti
La Casa della Carità è impegnata quotidianamente nella tutela della salute, «come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività», come sancito dall’articolo 32 della Costituzione, prendendosi cura delle persone più fragili ed escluse, comprese le persone straniere.
Per questo, la Fondazione esprime forte preoccupazione per la continua criminalizzazione di chi si occupa di persone migranti e in particolare per il processo di securitizzazione della cura che interessa le persone straniere che, per esempio, riguarda gli screening sanitari introdotti dal nuovo patto europeo sulla migrazione e l’asilo e le valutazioni delle condizioni di vulnerabilità delle persone che devono essere trattenute nei CPR – i Centri di permanenza per il rimpatrio.
Il timore è che questi screening siano impiegati a supporto delle procedure di controllo delle frontiere e degli iter amministrativi, quando invece dovrebbero essere utilizzati esclusivamente per identificare tempestivamente bisogni sanitari e condizioni di vulnerabilità e quindi garantire il diritto alla salute e un’adeguata presa in carico sanitaria delle persone.
In questo quadro si inserisce anche la preoccupazione, condivisa da numerose organizzazioni, per gli sviluppi dell’inchiesta della Procura di Ravenna, avviata già lo scorso febbraio, relativa a presunte false certificazioni mediche di non idoneità al trattenimento di persone straniere nei CPR, con la pesante ipotesi di reato di associazione per delinquere.
Nei giorni scorsi, nell’ambito dell’inchiesta, sono state effettuate nuove perquisizioni domiciliari e sequestri
di cellulari e computer nei confronti di 23 mediche e medici in diverse città, a cui la Casa della Carità
esprime la sua solidarietà.
La Casa ritiene importante ribadire che la valutazione dell’idoneità sanitaria al trattenimento è un atto medico fondato sulla valutazione clinica e sull’autonomia e responsabilità professionale del medico. Come infatti ha anche ricordato anche il presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici (FNOMCeO) Filippo Anelli, «i medici non sono ausiliari delle politiche di sicurezza, ma professionisti della cura, chiamati a tutelare la salute e la dignità di ogni persona».
Un principio che trova un fondamento preciso anche nel Codice di deontologia medica. L’articolo 32 richiama infatti il dovere del medico di tutelare la persona in condizioni di vulnerabilità o fragilità psico-fisica, sociale o civile, «in particolare quando ritiene che l’ambiente in cui vive non sia idoneo a proteggere la sua salute, la dignità e la qualità di vita».
È proprio su questo principio che si basano le decisioni dei medici e delle mediche chiamati a valutare l’idoneità al trattenimento di persone straniere nei CPR. Valutazioni che devono tenere conto delle condizioni di salute, fisica e mentale, della persona e degli effetti che la detenzione e le condizioni di vita all’interno di questi centri possono avere.
Su questo punto le evidenze disponibili sulla patogenicità dei CPR sono sempre più consistenti. Nel gennaio 2026, per esempio, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato un documento in cui si afferma che “i migranti, i richiedenti asilo e le altre persone non cittadine sottoposte a detenzione per motivi di immigrazione sono esposti a condizioni sociali e ambientali dannose all’interno delle strutture detentive, con conseguenze negative sulla salute”, a causa delle condizioni materiali di vita in queste strutture, dell’isolamento, dell’incertezza sulla propria sorte, della limitazione dell’accesso alle cure.
Per questo, la Casa aderisce al presidio di lunedì 21 settembre in piazza San Babila a Milano dal titolo “Nessuna persona è idonea (a essere torturata) – La cura non è reato”.