Con Andrea Bacchin della CGIL Milano abbiamo provato a capire chi sono oggi i rider, i ciclofattorini che consegnano cibo a domicilio, come funziona il loro lavoro e quali bisogni esprimono
Sono migliaia, percorrono ogni giorno le strade di Milano e rendono possibile un servizio ormai entrato nella quotidianità di molti e per molti diventato irrinunciabile. Eppure continuano a lavorare in una condizione di forte precarietà. Con Andrea Bacchin della CGIL Milano abbiamo provato a capire chi sono oggi i rider, i ciclofattorini che consegnano cibo a domicilio, come funziona il loro lavoro e quali bisogni esprimono.
Chi sono le persone che fanno i rider?
Nei 10 anni circa in cui esiste questo settore, la figura del rider è cambiata. In un primo momento è stata vera l’idea che fosse un secondo lavoro oppure un lavoro per studenti, ma è stata una fase che è durata poco, perché quello del rider è un lavoro faticoso e, se si vuole guadagnare uno stipendio che permetta di poter vivere in città, impiega molto tempo.
L’età media è intorno ai 30 anni e, rispetto alle nazionalità, possiamo dire che esiste una profonda divisione territoriale a livello nazionale. Anche se i dati a disposizione non sono molti, sappiamo che circa la metà dei lavoratori è straniera, ma questa quota non è distribuita in modo uniforme. Nelle città dove il mercato del lavoro è più dinamico, soprattutto al Nord, questa attività viene svolta principalmente da persone straniere; dove invece il mercato del lavoro è più rigido, quindi tendenzialmente nel Sud Italia, è più facile che i ciclofattorini siano italiani, spesso espulsi da altri settori.
Più o meno quanti rider ci sono a Milano?
Tra i 3.000 e i 4.000. Sappiamo però che solo una parte di questi lavora in modo continuativo, mentre la maggioranza svolge questa attività in maniera occasionale.
Inoltre, il numero dei rider varia anche in base al periodo dell’anno. D’estate, per esempio, molti si spostano nelle città più turistiche, seguendo i movimenti dei residenti. È un fenomeno curioso: fino a un paio di anni fa la terza città italiana per numero di rider era Cagliari, ma questo dato era legato soprattutto al forte picco estivo. In sostanza, i rider seguono gli spostamenti delle persone.
Lo stesso succede anche in alcune città universitarie medio-piccole, come Padova o Pavia, dove l’intensità del lavoro è legata alle sessioni d’esame. In questo periodo, con gli studenti che tornano a casa, anche quelle città si svuotano, mentre si riempiono le località di mare.
Quali bisogni esprimono queste persone quando si rivolgono a voi?
Ci sono tutta una serie di bisogni e necessità che derivano dal tipo di rapporto che questi lavoratori hanno con la piattaforma. Per esempio, non parlano praticamente mai con una persona, ma si interfacciano esclusivamente con l’applicazione o, al massimo, con qualcuno che scrive loro via e-mail. Presentano la candidatura, caricano una serie di documenti che vengono esaminati e, dopo un po’, ricevono le istruzioni per acquistare il kit necessario a iniziare. Viene fatta una formazione molto sommaria e gli viene chiesto di firmare numerose autodichiarazioni; ad esempio, che il veicolo è a norma. Poi mostrano alcune slide con poche informazioni sull’igiene, sul trasporto degli alimenti e sui rischi della strada. E a quel punto si parte.
Questo iter può sembrare semplice, ma se una persona non è andata a scuola o ha difficoltà linguistiche non è detto che abbia gli strumenti per capire tutto quello che le viene richiesto.
La possibilità di lavorare è inoltre legata al possesso di un permesso di soggiorno valido. Spesso queste persone rimangono in un limbo, perché, soprattutto nella fase di rinnovo del permesso, magari non riescono a trasmettere correttamente la documentazione, e questo comporta il blocco dell’account anche per diverse settimane. È una delle situazioni su cui interveniamo più spesso. Oppure capita che la piattaforma interrompa unilateralmente il rapporto, di solito senza alcun preavviso.
Una delle cose che facciamo è permettere ai lavoratori di parlare con un referente. Fino a un anno e mezzo o due anni fa l’unica strada era quella giudiziale. Col tempo, pur non essendo firmatari del contratto nazionale e nonostante le relazioni con le aziende a livello nazionale siano molto difficili, siamo riusciti a costruire un minimo di rapporto a livello locale per affrontare questi casi.
Ogni settimana raccogliamo tutte le segnalazioni, le portiamo ai tavoli di confronto e le discutiamo. Questo ci permette spesso di far riattivare gli account nel giro di poche settimane, invece dei mesi che richiederebbe un vero contenzioso.
Raccogliete anche bisogni più ampi rispetto a temi come la salute, la casa o altro?
Stiamo facendo un importante lavoro con il patronato sul riconoscimento degli infortuni, perché avrebbero diritto alla copertura Inail. Il problema è che molti non sanno nemmeno di averne diritto.
Quando si fanno male, inoltre, non sempre l’intervento del soccorso o delle autorità viene registrato come infortunio sul lavoro. C’è quindi tutto il tema della mancata conoscenza dei propri diritti.
E, in ogni caso, non è semplice né immediato capire come segnalare correttamente l’infortunio all’azienda. Serve spesso un lavoro di mediazione da parte del patronato per far riconoscere eventi che magari non erano stati denunciati.
In alcuni casi riusciamo anche, a distanza di molto tempo, a ottenere il riconoscimento del danno biologico, perché ci sono persone che si fanno male anche in modo permanente.
Per venire all’attualità, c’è l’ordinanza del Comune di Milano, che fino al 23 impone la riduzione o la sospensione delle consegne dalle 12:30 alle 16:00 nelle giornate con elevate ondate di calore. Se da una parte questa è una buona notizi, perché c’è una tutela della loro salute, dall’altra, avendo una forma di lavoro non dipendente, non hanno indennità di malattia o altro e il fatto di dover stare fermi significa per loro non guadagnare…
Chiaramente tutto questo problema deriva dall’inquadramento scorretto. Se fossero inquadrati diversamente, come sosteniamo da tempo e come ha confermato anche la giurisprudenza, avrebbero gli stessi diritti di un lavoratore dipendente.
Finché però restano formalmente lavoratori autonomi, ogni volta che, per condizioni ambientali, diventa impossibile lavorare, il costo ricade interamente su di loro sotto forma di mancato reddito.
In questo ultimo sciopero si è vista anche una maggiore maturità politica da parte di questo segmento di lavoratori. Hanno partecipato, riconoscono il problema delle alte temperature perché lo vivono sulla propria pelle e hanno avanzato una rivendicazione precisa nei confronti delle piattaforme: se siamo obbligati a fermarci per ragioni di sicurezza, dovreste comunque riconoscerci una forma di tutela economica.
[La Foto è in apertura è di Milano Today]