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I lavoratori invisibili che sostengono la città

Per comprendere meglio le forme che assume oggi lo sfruttamento lavorativo nella città metropolitana di Milano, abbiamo intervistato Ivan Lembo della CGIL

A Milano lo sfruttamento lavorativo coinvolge migliaia di persone, per lo più straniere. Tante di loro si rivolgono alla Casa della Carità per chiedere aiuto e supporto. Di recente, alcuni lavoratori coinvolti del caso della costruzione del nuovo consolato americano di Milano sono stati accolti in emergenza nella nostra sede.

Per comprendere meglio le dimensioni del fenomeno e le forme che assume oggi lo sfruttamento lavorativo nella città, abbiamo intervistato Ivan Lembo della CGIL Milano.

Una recente ricerca di PoliS (centro studi della Regione Lombardia) parla di circa 200 mila persone che nella città metropolitana di Milano lavorano in condizioni di precarietà e sfruttamento. Chi sono questi lavoratori e lavoratrici?

Si tratta di tutte quelle persone impiegate nei settori che ruotano attorno alla crescente terziarizzazione dell’economia milanese, un fenomeno che negli ultimi anni è esploso. Parliamo di chi lavora nella logistica, nella ristorazione, nei multiservizi (pulizie civili, manutenzione degli impianti, cura del verde, facchinaggio e altri servizi ausiliari, ndr), ma anche nel lavoro domestico e, naturalmente, parliamo dei rider.

Molto spesso questi lavoratori sono inseriti in lunghe catene di appalti e subappalti. Si tratta di un sistema che genera poco valore aggiunto e che, di conseguenza, redistribuisce pochissimo sui salari, contribuendo a mantenere bassi i livelli retributivi.

Quali sono i bisogni che esprimono quando si rivolgono a voi?

Una parte delle richieste riguarda questioni tipicamente sindacali e vertenziali. Oltre a essere povero, infatti, questo lavoro spesso non viene nemmeno pagato correttamente. Ci troviamo davanti a persone che non ricevono lo stipendio oppure che lavorano molte più ore di quelle riconosciute dal contratto. È frequente il caso di contratti part-time da 4 ore al giorno dietro ai quali si nascondono turni effettivi di 10 o 12 ore.

In questi casi interveniamo per il recupero dei crediti salariali, un percorso tutt’altro che semplice perché l’onere di dimostrare le ore realmente lavorate ricade sul lavoratore.

All’interno di questo quadro si collocano anche forme di sfruttamento molto grave, che in alcuni casi sfociano nel caporalato. Ci sono intermediari che reclutano i lavoratori e controllano ogni aspetto della loro vita: l’alloggio, gli spostamenti, i pagamenti, che spesso avvengono in contanti, con meccanismi che obbligano poi a restituire parte del denaro ricevuto. Si crea così un sistema di ricatto continuo, che si intreccia con il disagio abitativo e con condizioni di estrema vulnerabilità.

Accanto alle vertenze sul lavoro emerge poi un problema più ampio, che molte realtà cittadine, come la Casa della Carità, osservano da tempo: in queste condizioni non è possibile vivere dignitosamente a Milano. La precarietà non riguarda soltanto il lavoro, ma investe l’intera vita delle persone. Per molti lavoratori stranieri, ad esempio, perdere l’occupazione significa anche rischiare di perdere il permesso di soggiorno.

Tra questi lavoratori sfruttati è emerso nei mesi scorsi il caso del cantiere per la costruzione del nuovo Consolato americano a Milano. Alcuni lavoratori, dopo il licenziamento, sono rimasti senza casa e sono stati accolti in emergenza dalla Casa della Carità, mentre la CGIL si è attivata per trovare soluzioni durature. Ci racconti questa vicenda?

Quella del Consolato rappresenta un caso particolare e, per certi aspetti, ancora più sofisticato rispetto ad altre situazioni di sfruttamento. I lavoratori, infatti, sono arrivati in Italia attraverso un percorso completamente regolare, entrando con un permesso temporaneo legato a un distacco transnazionale, una procedura che deroga ai normali ingressi previsti dal Decreto Flussi e dall’articolo 27 del Testo Unico sull’Immigrazione, che riguarda per esempio i calciatori o i giovani ricercatori.

Un’agenzia con sede in India selezionava i lavoratori, organizzava il viaggio e li inviava in Italia con un contratto di lavoro formalmente regolare. Secondo l’indagine della Procura, però, le condizioni reali erano ben diverse: paghe comprese tra 1,55 e 2 euro l’ora, turni di 12/14 ore al giorno, trattenute di circa 600 euro mensili per vitto e alloggio e continui ricatti legati alla possibilità di essere rimandati nel Paese d’origine.

Noi abbiamo iniziato a incontrare alcuni di questi lavoratori quando si sono rivolti al nostro ufficio del Giambellino per chiedere assistenza nel recupero della NASPI dopo essere stati licenziati.

Parliamo di una quindicina di persone, licenziate tra gennaio e aprile, che sono state anche allontanate dal residence in cui l’agenzia le ospitava e si sono così ritrovate improvvisamente senza alloggio. Alcuni hanno trovato una sistemazione temporanea presso connazionali, ma queste soluzioni sono durate poco. Così ci siamo attivati con la Casa della Carità, per una risposta emergenziale, e ora siamo in contatto col Comune di Milano, per trovare una soluzione più duratura.

Nel frattempo queste persone vivono in una sorta di limbo; sono regolarmente presenti in Italia perché il loro permesso di soggiorno è ancora valido, ma non possono cercare un altro impiego perché quel permesso è vincolato esclusivamente al rapporto di lavoro per cui erano stati fatti arrivare.

Abbiamo quindi attivato diversi strumenti di tutela. Da un lato le stiamo accompagnando al Nucleo Ispettorato del Lavoro dei Carabinieri affinché possano sporgere denuncia. Questo passaggio è fondamentale perché consente di chiedere il permesso di soggiorno previsto dall’articolo 18-ter del Testo Unico sull’Immigrazione, destinato alle vittime di grave sfruttamento lavorativo. Anche la Procura sta sostenendo il riconoscimento di questa tutela.

Parallelamente stiamo ricostruendo le differenze retributive maturate da ciascun lavoratore, calcolando gli importi effettivamente dovuti. Sappiamo che anche la magistratura si sta muovendo nella stessa direzione.

Questo è un caso particolarmente eclatante. Vi risultano altre situazioni simili a Milano?

Sì. Nell’edilizia questi meccanismi sono tutt’altro che isolati. Negli ultimi anni, inoltre, grazie anche al lavoro della Procura, è emerso con forza il tema dello sfruttamento lungo la filiera dell’alta moda.

[La foto in apertura è di Bikeitalia.it]


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