Intervista con la scrittrice Giulia Lombezzi, che coi suoi libri ha partecipato alla Società di Lettura nel carcere di San Vittore
La scrittrice Giulia Lombezzi ha partecipato due volte alla “Società di Lettura”, un progetto della Casa della Carità che fa incontrare intorno ai libri studentesse e studenti del Liceo “Alessandro Volta” di Milano con giovani detenuti della Casa Circondariale di San Vittore. Protagonista di quest’anno è stato il libro “L’estate che ho ucciso mio nonno”, in cui Lombezzi racconta la storia della sedicenne Alice e del suo rapporto con la madre Marta, il cui equilibrio viene rotto dall’arrivo in casa del nonno Andrea. L’uomo incarna una cultura patriarcale dura e oppressiva e Alice è costretta ad assistere all’annullamento della madre, che si piega alle pretese del nonno.
Abbiamo intervistato Giulia Lombezzi, per farci raccontare com’è stato per lei presentare i suoi libri in un contesto come quello del carcere.
Giulia, è la seconda volta che partecipi alla Società di Lettura e che con questo progetto entri a San Vittore con i tuoi libri. Ci racconti la tua esperienza?
Sono stata tre volte a San Vittore, due volte con il primo romanzo, La sostanza instabile, e una con questo secondo, L’estate che ho ucciso mio nonno. Nella prima occasione c’erano anche gli studenti, mentre questa volta no, e sicuramente l’atmosfera è stata diversa.
Le prime due volte c’era un clima di grande riverenza, perché avevo di fronte due gruppi di giovani, seppur molto diversi, che si erano incontrati molte volte e avevano lavorato insieme sul libro e per questo mi è sembrato ci fosse anche una sorta di responsabilità di dover restituire un compito fatto. Avevo poi avuto l’impressione che per i ragazzi detenuti fosse una specie di “ora d’aria extra”, in cui hanno potuto conoscere dei loro coetanei che portavano un po’ di aria nuova da fuori; gli studenti invece hanno avuto consapevolezza di una realtà che viaggia parallela alla nostra, ma che non vediamo, perché è chiusa oltre il muro del carcere.
C’era un clima molto denso, mentre quest’ultima volta eravamo soltanto io, le operatrici della Casa della Carità e questi 11/12 ragazzi detenuti e ho avuto l’impressione che fosse più un momento di “ricreazione”, in cui, mancando gli studenti, potevano approfittare di un tempo personale per ritrovarsi fuori dalla cella con altre persone ristrette. Mi ha fatto molto piacere vedere la voglia che avevano di scambiare due chiacchiere tra loro anche nella loro lingua, semplicemente come un cerchio di ragazzi intorno a un tavolo che si aggiornano, si stuzzicano e si fanno battute. Molti non parlano italiano e alcune battute erano per me incomprensibili, ma proprio questo lo trovo bellissimo, perché si sono presi un tempo che è dedicato a loro.
Com’è stato confrontarsi sui tuoi testi insieme a due gruppi di lettori che, pur avendo più o meno la stessa età, hanno storie e vissuti così diversi? Hai visto differenze nel modo in cui il libro è stato interpretato dagli uni e dagli altri?
Da entrambe le parti ho trovato persone che mi hanno letta in modo molto attento. Ricordo che nel primo romanzo c’era un’imprecisione di carattere calcistico che mi era sfuggita e nessuno se n’era mai accorto, tranne uno dei lettori di San Vittore. E aveva ragione.
Questa cosa mi aveva colpito un sacco, perché c’era stato un livello di attenzione chirurgico. Anche questa volta c’è stata una lettura molto attenta, anche da parte di persone che padroneggiano l’italiano da poco, che magari sono dovute andare molto lente perché è un libro che ha un linguaggio complicato, pieno di neologismi.
Però è stato bellissimo vedere la testardaggine che molti di loro hanno messo nel cercare di capire questo lavoro. Mi ha colpito anche il fatto che alcuni, pur non avendo fatto in tempo a leggere il libro, se lo fossero fatti raccontare da altri. C’è stata una specie di metanarrazione: alcuni discutevano del libro in maniera molto appassionata e poi ho scoperto che non l’avevano letto direttamente, ma se l’erano fatti raccontare ed erano comunque presi dalla storia e avevano un sacco di opinioni interessanti.
Mi hanno anche letto un rap bellissimo su Alice, scritto da un ragazzo che purtroppo quel giorno non c’era perché aveva la febbre. Questa cosa del rap c’era stata anche la prima volta e mi è piaciuto un sacco vedere in cosa si trasforma il tuo lavoro.
Rispetto alle differenze, la cosa che mi ha molto divertita è stata che i ragazzi del Volta erano un po’ divisi sul linguaggio di Alice, sul suo slang. Alcuni dicevano: “Sì, è vero che parliamo così”, altri invece: “No, non parliamo affatto così”. I detenuti di San Vittore, invece, erano tutti allineati sul fatto che sì, “noi giovani parliamo proprio così”. E questa cosa mi ha fatto molto ridere.
Al Volta hanno fatto anche un bellissimo lavoro teatrale; è stata una restituzione, quasi una performance, fatta a partire da parole e frammenti di testo. Mi è sembrato che la loro energia di diciottenni incanalasse in maniera potentissima l’energia di Alice; c’è stato un cortocircuito molto intenso tra l’età di chi leggeva e l’età della protagonista. Di solito non mi capita, perché spesso presento il libro agli adulti e non avevo mai avuto un gruppo così simile per età alla protagonista. Sentire le parole di Alice attraverso le loro è stato molto intenso, perché mi sembrava che emotivamente fossero proprio nella stessa dimensione, anche se Alice ha un sacco di difettacci, è una vandala, è una pigrona, mentre loro mi sono sembrate persone più serie.
Un tema del libro che li ha colpiti è stato quello della violenza contro le donne e di tutte le maniere, molto creative e fantasiose, che esistono per schiacciarci, limitarci, metterci all’angolo e zittirci. Mi è sembrato che questo filone, più di altri, li abbia chiamati maggiormente in causa sul piano emotivo, sia ragazze che ragazzi. È stato un riverbero interessante.
Per quanto riguarda i detenuti, una cosa su cui abbiamo abbastanza riso è che molti di loro avevano deciso che lei il nonno l’avesse effettivamente ucciso. C’è stato questo misunderstanding per cui abbiamo ripetuto fino alla fine che non va proprio così. Anche se ci arriva molto vicina, il libro parla più dello sfiorare i limiti di quello che è l’istinto omicida. Però molti di loro avevano deciso che no, che invece l’aveva ucciso.
Con loro abbiamo parlato soprattutto dei nonni. Erano sicuramente colpiti da questa figura maschile così ingombrante, complessa, tossica, che però è anche una figura che ha preso un sacco di sferzate da tutte le parti, che ha conosciuto un’estrema povertà ed è stata migrante, come molti di loro.
Il nonno negli anni ‘50 era andato in Francia a lavorare, ma non aveva i documenti e per quello dovette fare la Legione straniera. Fa parte di una generazione che ha affrontato problematiche che molti di loro conoscono bene e delle quali soffrono moltissimo, fuori e dentro il carcere. Mi ha colpito parlare con le operatrici di tutta questa somma di elementi che va a gravare su di loro: il fatto di essere in un Paese di cui ancora non padroneggiano la lingua, il fatto di aver sviluppato tante dipendenze e di essere giovani ma di sentirsi già estremamente affaticati da una vita che per loro ha un sacco di frontiere e di barriere.
In questo libro indaghi relazioni familiari complicate. Questo tema ha toccato molto i giovani detenuti, che hanno condiviso con te le loro esperienze. C’è qualcosa che ti ha colpita?
Dei nonni in effetti abbiamo parlato tanto. Alcuni hanno raccontato di nonni molto affettuosi, molto teneri, mentre altri hanno raccontato di nonni che non hanno mai fatto niente per farsi amare, un po’ come quello del mio libro.
Quindi abbiamo esplorato la possibilità di non amare e anzi di provare sentimenti di odio nei confronti dei propri nonni.
Pensi che confrontarsi intorno ai libri all’interno del carcere, dare la possibilità alle persone ristrette di confrontarsi con una scrittrice, possa essere utile ad abbattere, metaforicamente, i muri che separano chi sta dentro e chi sta fuori?
Abbattere è una bella parola, ma è una parola impegnativa, perché sono muri spessissimi. Però forse può servire almeno a prendere una boccata di ossigeno umano.
Anche solo avere a che fare con le operatrici, che sono molto brave perché li interrogano, li prendono in giro, li provocano, li tirano in mezzo. Parlare delle storie e dei libri è un modo per creare un argomento comune e forse anche per fare gruppo e creare legami più trasversali rispetto a quelli che nascerebbero naturalmente. E in più c’è il fatto di avere a che fare con persone che danno loro ascolto, che gli mostrano che non sono stati dimenticati e che gli fanno sentire che a qualcuno interessa quello che hanno da dire. E mi è sembrato che questo lo desiderassero molto.
Il libro è una specie di piccolo falò intorno al quale incontrarsi. Perché dentro il carcere c’è una solitudine immensa, però magari da quella solitudine si può prendere qualche boccata d’aria.