M.M., detenuto a Bollate, in carcere si è laureato in Farmacia e sta per laurearsi in Medicina. Lo abbiamo intervistato negli ambulatori della Casa dove è volontario
Quando il dettato costituzionale sancito dall’articolo 27 viene pienamente rispettato, il carcere può davvero diventare un luogo rieducativo e di riscatto. Lo racconta la vicenda di M.M., detenuto a Bollate, che dopo essersi laureato in Farmacia sta per conseguire la laurea in Medicina. Oggi M., 59 anni, è anche volontario negli ambulatori medici della Casa della Carità, dove lo abbiamo intervistato.
Che ruolo ha avuto il carcere nel tuo percorso di cambiamento e di studio?
A me piace parlare bene del carcere, perché se tu vuoi, il carcere ti aiuta. Però devi essere tu a voler cambiare. Se hai un obiettivo e vuoi portarlo avanti, devi affrontare i problemi che ci sono all’interno del carcere, perché non è come fuori, dove magari è più facile ottenere certe cose; dentro è tutto più complicato.
Però, se sei una persona determinata, se fai capire che la tua vita ha preso un’altra direzione, se prendi coscienza degli errori che hai fatto e ne parli con gli educatori e con gli psicologi che ti seguono, allora le porte si aprono. E quando si aprono, ti aiutano davvero.
Io ho avuto delle opportunità straordinarie. Sono venuti docenti dell’università a seguirmi personalmente. Non è facile che un professore trovi il tempo per dedicarsi a un detenuto, eppure a me è successo. Ho avuto insegnanti che venivano dall’università e mi aiutavano nello studio. Per me è stata una cosa bellissima, sia durante Farmacia sia poi a Medicina.
Avevi sempre voluto studiare, fin da piccolo?
Da piccolo non mi interessava studiare, bigiavo sempre a scuola. L’unica cosa che mi piaceva era la mafia, che ho conosciuto quando andavo alle scuole elementari nel mio paese. La mia maestra non era mafiosa, però frequentava le mogli dei mafiosi e tutti le portavano rispetto.
E da bambino ho iniziato a vedere che conoscere i mafiosi portava dei vantaggi. Per esempio, grazie a loro potevo andare al cinema a vedere film vietati ai ragazzini. E siccome mi ero fatto conoscere, poi potevo far entrare anche gli altri ragazzi del quartiere. Mi sentivo anche io rispettato e importante. È stato lì che ho cominciato a innamorarmi dell’idea della mafia, anche se in realtà non la conoscevo da dentro.
L’ho conosciuta da dentro quando avevo 22 anni, quando in Sicilia scoppia una guerra di mafia e io e altri ragazzi veniamo assoldati, partecipando a dei reati. Dopo due anni di latitanza mi hanno arrestato.
E come mai in carcere hai scelto proprio di studiare farmacia e poi medicina?
Quando mi hanno arrestato, a 24 anni, ho capito che avevo distrutto la famiglia. Da quella sofferenza ho cercato di uscire e, in questo senso, il carcere mi ha aiutato.
All’inizio ero a San Vittore e poi mi hanno portato a Modena ed è qua che è iniziata la mia conversione e ho iniziato a studiare, grazie anche a mia madre e mia sorella che hanno subito contattato gli educatori. Inizialmente ero al carcere duro, ma il direttore, vista la mia voglia di studiare, mi ha tolto dalla sezione di alta sicurezza e ho iniziato a studiare con gli altri ragazzi dei reparti comuni. Ho ripetuto le medie, mi aiutavano dei volontari e anche i medici mi aiutavano, perché stavo vicino all’infermeria.
Quando stavo per diplomarmi, nel carcere di Modena ci sono stati dei problemi e sono stato trasferito a Volterra. Ho perso due anni, ma alla fine mi sono diplomato come geometra. A me non interessava, ma era l’unico corso che c’era. Un giorno, con gli altri diplomati, ci portano al polo universitario di Prato che aveva appena aperto.
Io dissi che volevo studiare Medicina, perché il sogno di mia madre era che io diventassi un medico, però c’era un amico che mi disse: «Io ho fatto Agraria, sono bravo in chimica, facciamo Farmacia insieme». All’inizio non ero convinto, ma lui e mia sorella sono riusciti a persuadermi.
Nel frattempo mi sono anche ammalato di tumore; facevo le terapie e studiavo i farmaci che prendevo. Nel 2008 mi sono laureato in Farmacia e poi ho deciso di seguire il sogno di mia madre che era diventato anche il mio e iscrivermi a Medicina. Ho iniziato nel 2010 e ho studiato a Prato fino al 2019, quando sono arrivato a Bollate. Adesso mi manca l’ultimo esame e la tesi che vorrei fare sul morbo di Crohn.
Hai già in mente una specializzazione che vorresti fare?
A me piacerebbe fare medicina d’urgenza, quindi pronto soccorso, o medicina interna, perché mi piace la medicina dove vedi un po’ di tutto e non una specializzazione che ti fa perdere di vista tutto il resto.
E che cosa fai alla Casa della Carità?
Io qui sono un volontario negli ambulatori, affianco Gaia e Sara (Gaia Jacchetti e Sara Rigon, mediche della Casa, ndr) e mi serve come tirocinio. L’esperienza che sto facendo qua mi piace, più che l’ospedale, perché lì sono completamente dipendente dai medici, qui ho anche dei momenti in cui posso essere autonomo e per me è bello.
Da quello che ci hai raccontato, nel tuo percorso hai dovuto tenere duro: ci sono stati trasferimenti, interruzioni e molti ostacoli…
Per questo dico che, per la mia esperienza, se vuoi davvero una cosa il carcere non ti chiude le porte. Anzi, secondo me può aiutarti molto. Però devi essere anche tu a conquistarti le opportunità attraverso il tuo comportamento.
Vista la tua esperienza ma anche e quella di altre persone che hai conosciuto, cosa diresti a una persona che sta fuori e che pensa che c’è chi ha commesso un reato va chiusa in carcere e non può avere nessuna possibilità?
Io parlerei dell’articolo 27 della Costituzione, che recita che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Noi siamo in un paese democratico e a una persona che ha sbagliato, specialmente se è giovane, lo Stato deve dare un’altra opportunità, un’altra possibilità di riscatto. Perché io ho visto tanti detenuti che magari non hanno studiato e non si sono laureati, ma grazie al carcere lavorano o hanno fatto volontariato e non hanno più commesso i reati. E in quel caso lo scopo rieducativo e riabilitativo ha funzionato. Se invece non c’è una rete sociale che si prende carico di queste cose, quando uno esce e non ha un lavoro e non ha prospettive, rischia di tornare a delinquere.
Se potessi cambiare qualcosa di come è fatto il carcere, cosa diresti?
Mi piacerebbe che più istituti fossero organizzati come Bollate, dove il detenuto ha la possibilità di lavorare, di guadagnare qualcosa, di essere seguito bene dagli educatori, anche quando esce, e dove viene sostenuta anche la famiglia.
In questo modo la recidiva si abbassa e le persone hanno davvero la possibilità di riscattarsi.