Comunicati stampa

Salute mentale: “Più risorse pubbliche e Case della Comunità vere”

È il messaggio emerso dal convegno “La salute mentale riguarda tutti”, promosso oggi dalla Campagna per la Salute Mentale insieme al movimento “Le Parole ritrovate”

La salute mentale è salute sociale e per questo richiede comunità accoglienti e reti territoriali forti. In questo, le Case della Comunità sono un’opportunità decisiva, perché possono diventare luoghi di cura, di relazione vera e inclusione delle persone sofferenti.

È il messaggio emerso dal convegno “La salute mentale riguarda tutti”, promosso venerdì 22 maggio dalla Campagna per la Salute Mentale della Lombardia – di cui fa parte anche la Casa della Carità – insieme al movimento trentino “Le Parole ritrovate”, che da anni condividono visioni, percorsi, buone pratiche e sono impegnati nei propri contesti territoriali nella promozione di esperienze, sintetizzate nel Manifesto delle Buone Pratiche di Parole ritrovate e nella Piattaforma della Campagna Salute Mentale.

La comunità come luogo di cura

Dal confronto odierno – in cui hanno preso parola persone che hanno incontrato la sofferenza psichica, familiari, operatori, cittadini, associazioni e istituzioni – è emersa con forza la necessità di superare una visione esclusivamente sanitaria e medicalizzata del disagio mentale, per costruire invece politiche di salute capaci di creare inclusione e partecipazione.

È l’idea alla base della Legge 180, la Legge Basaglia: la comunità non deve abbandonare le sue persone più vulnerabili e trasformare la fragilità in paura sociale; non deve delegare la sofferenza di un suo membro ad altri, ma deve farsene carico, attraverso relazioni quotidiane, esperienze di prossimità, reti territoriali e tutto ciò che contrasta l’isolamento e l’esclusione delle persone più fragili.

«Dobbiamo costruire una prospettiva comunitaria, inclusiva, solidale. La persona non può essere ridotta alla sua diagnosi. La persona viene prima della malattia», ha detto il presidente della Campagna per la Salute Mentale, don Virginio Colmegna. Un cambio di paradigma che significa passare dal concetto di “sanità” a quello più ampio di “salute”, intesa non soltanto come cura medica, ma come benessere psichico, sociale, relazionale e qualità della vita delle persone.

Case della Comunità: occasione da non perdere

C’è quindi bisogno di modelli nuovi di cura e presa in carico, che realizzino un’autentica integrazione socio-sanitaria e una salute mentale di comunità basata sull’approccio all’intera persona, sulla visione sistemica e sul percorso di recovery e di tutela dei diritti della persona.

In questa prospettiva, le Case della Comunità rappresentano una grande opportunità da non perdere, a condizione che la salute mentale non sia considerata una questione a parte, ma stia pienamente dentro questo progetto e che questi luoghi non diventino dei semplici poliambulatori, ma siano realmente spazi di prossimità e cambiamento, dove possono realizzarsi percorsi di co-progettazione tra servizi pubblici, Terzo settore, cittadini e associazioni.

Questa sinergia, che deve vedere la partecipazione attiva di utenti e familiari, può e deve favorire percorsi di prevenzione e contrasto allo stigma, gruppi di auto-mutuo-aiuto, interventi orientati all’inclusione scolastica, lavorativa e abitativa, nonché alla gestione del tempo libero e al contrasto alla solitudine…

Il nodo critico: sottofinanziamento e crisi del sistema pubblico

Durante il convegno è stata espressa forte preoccupazione per il progressivo sottofinanziamento della salute mentale e per l’indebolimento del Servizio Sanitario Nazionale, con il rischio che il diritto alla cura diventi sempre più diseguale, se non inaccessibile.

Secondo i dati più recenti, infatti, l’Italia destina alla salute mentale solo il 3% del fondo sanitario nazionale, contro il 10% di paesi come Germania e Francia e a fronte di un livello minimo indicato dall’OMS del 6%.

Questo sottoinvestimento si traduce in carenza di operatori (ne mancherebbero tra i 4mila e i 6mila secondo i dati dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali), servizi territoriali insufficienti e crescenti disuguaglianze nell’accesso alle cure.

Secondo i promotori del convegno, diventa allora sempre più urgente difendere il principio costituzionale della salute come diritto universale e rafforzare il Servizio Sanitario Nazionale, patrimonio essenziale non solo per la tutela delle persone, ma anche per la coesione sociale del Paese.

Per questo, la Campagna per la Salute Mentale aderisce alla proposta di legge di iniziativa popolare “Diritto alla salute. Rendere effettivo il diritto alla tutela della salute nel rispetto della Costituzione e della Legge 833/1978, rafforzando il Servizio Sanitario Nazionale e valorizzando il lavoro“.

Le richieste emerse dal convegno

Dalla riflessione comune sono emerse alcune priorità condivise, per costruire un sistema di cura più umano, accessibile e vicino ai territori:

• Il passaggio dalla sanità alla salute di comunità e il rafforzamento delle reti territoriali e delle Case della Comunità

• La necessità di riaffermare la centralità della persona, delle relazioni e la salvaguardia della salute mentale come diritto universale, attraverso percorsi di recovery in contesti di parità e responsabilità condivisa e di pari dignità tra sapere professionale e sapere esperienziale

• Il contrasto allo stigma e all’isolamento e la valorizzazione degli utenti, delle famiglie, delle associazioni e del terzo settore, nella progettazione e nella co-produzione dei servizi

• La promozione e il sostegno delle esperienze di auto-mutuo-aiuto per utenti e familiari

• Il riconoscimento giuridico ed economico della figura dell’ESP (Esperti nel Supporto tra Pari)

• Il coinvolgimento dei familiari come risorse nei percorsi di cura

• Azioni concrete nei contesti di vita, a sostegno del diritto all’abitare, al lavoro e alla socialità per realizzare progetti di vita indipendente e percorsi di guarigione sociale

• Il superamento della carenza di operatori, per avere servizi e Centri di salute mentale aperti per almeno 12 ore al giorno per 7 giorni, belli e accoglienti, in grado di superare le difficoltà di accesso delle persone, contrastando pratiche di attesa sempre dannose e attivando programmi di recupero dei “persi di vista”

• Il superamento delle pratiche coercitive (TSO, contenzioni e porte chiuse), come previsto dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, e la garanzia del diritto di tutela della salute mentale per le persone ristrette negli Istituti penitenziari e nei centri di Permanenza e Rimpatrio per i migranti


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