“Abbi cura di lui”

In questo numero di Parole di Carità desidero affrontare un tema di cui la Casa della Carità si occupa da sempre e che è centrale per la vita di ogni essere umano: la salute. Un dato che ho letto recentemente mi ha molto colpito: oltre 6 milioni di italiani hanno rinunciato a curarsi, a causa di liste d’attesa sempre più lunghe nella sanità pubblica. Chi può permetterselo si rivolge alla sanità privata, ma chi ha difficoltà economiche come fa? Rimanda le visite o, appunto, smette di curarsi. E così un bene tanto prezioso, un diritto fondamentale riconosciuto dalla nostra Costituzione, è sempre più a rischio, specialmente per i più poveri e fragili.

Come aveva già messo in guardia l’ex parlamentare Margherita Miotto nel convegno “(In)visibili e (In)curabili – Pratiche e proposte per l’equità”, organizzato dalla Casa a novembre 2024, c’è il rischio che, lentamente ma inesorabilmente, il nostro Servizio Sanitario Nazionale – gratuito e universalistico, cioè garantito a tutte e tutti – venga abbandonato, a favore di un sistema legato a polizze assicurative o fondi sanitari privati o di categoria. Ancora una volta, chi è più ricco o ha un lavoro migliore che gli garantisce una polizza con una copertura più ampia, potrà curarsi più in fretta e meglio. E gli altri?

Pensando alle persone che incontriamo ogni giorno — uomini e donne senza casa, senza lavoro, o con stipendi così bassi che non permettono di vivere una vita dignitosa nelle nostre città sempre più esclusive ed escludenti — comprendiamo concretamente che la salute è profondamente intrecciata alle condizioni di vita: la povertà, o anche solo la fragilità economica e sociale, espone di più alla malattia, la anticipa e spesso la prolunga. E, allo stesso tempo, rende più difficile curarsi bene, con conseguenze che possono essere anche molto gravi.

La vita in strada, poi, impatta su cose anche più piccole. Ad esempio, tenere addosso le scarpe giorno e notte senza mai poterle togliere può causare infezioni ai piedi; convivere con una malattia cronica, come il diabete, diventa una sfida quasi insostenibile senza un luogo dove fermarsi e prendersi cura di sé. Non è la malattia in sé a cambiare, ma la possibilità di affrontarla.

Ed è qui che la salute rivela il suo aspetto più profondo: quello di un bisogno di risposte umane, prima ancora che sanitarie.

Sono le risposte che, ogni giorno, cerchiamo di costruire alla Casa, in particolare nei nostri ambulatori, dove l’obiettivo non è semplicemente offrire prestazioni sanitarie, ma prendersi cura della persona nella sua interezza. Chi arriva non incontra solo il medico, ma una rete di presenze — infermieri, educatori, volontari, operatori di prossimità — capace di accogliere la complessità della sua storia. Per questo, la presa in carico non si limita ai bisogni di salute, ma si apre anche a quelli sociali e di cittadinanza.

Vorrei riprendere un episodio molto noto, ma sempre stimolante, del Vangelo di Luca (Lc 10,29-37), quello del buon Samaritano, soffermandomi, come aveva fatto il cardinale Dionigi Tettamanzi in occasione dell’inaugurazione della nostra Casa, sulla figura del locandiere. Consegnandogli due denari, il Samaritano gli affida il malcapitato, dicendo: “Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno”. In questa “consegna” c’è un tratto essenziale della cura come la intendiamo alla Casa della Carità: il locandiere mette al centro la persona ferita, accettando un rischio, esponendosi senza garanzie, fidandosi di una promessa.

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Oggi, invece, assistiamo sempre più a una mercificazione della salute e al riemergere di una deriva che riduce le persone a semplici consumatori di prestazioni sanitarie, smarrendo la dimensione di responsabilità collettiva e relazione che rende autentico il prendersi cura.

Sono diverse le storie di persone della Casa che mi vengono in mente in questo senso. Come quella di Angela, caduta in una profonda depressione, a causa delle violenze dell’ex compagno, e per questo finita a vivere per strada, dove si era ammalata gravemente. Alla Casa è stata accompagnata nelle cure mediche e psicologiche, oltre che a riconquistare autonomia e avere accesso a un alloggio popolare. O penso a Nancy, di cui ti raccontiamo la storia nella lettera che accompagna queste Parole di Carità, accolta in via Brambilla perché non aveva un posto dove vivere e poter seguire le cure necessarie per la riabilitazione dopo un intervento cardiochirurgico. In entrambi i casi, come per ogni persona che arriva alla Casa, abbiamo messo al centro del lavoro Nancy e Angela: accompagnandole per prima cosa nel cercare di risolvere i problemi del loro corpo, ma anche ad avere di nuovo una casa tutta per loro, dei documenti in regola, il piatto pieno a tavola e delle persone su cui contare.

È cioè possibile costruire un sistema sanitario non basato sul profitto e sul risparmio di tempo, come quello che si sta purtroppo affermando, ma un sistema di cura che abbia la pazienza di rimettersi ai tempi delle persone, soprattutto di quelle più fragili.

Come ha ricordato don Virginio Colmegna, in un contesto sempre più segnato dall’insicurezza e, purtroppo, da un’economia sempre più orientata alla guerra, è necessario riscoprire “la salute come bene comune, intesa non solo come diritto individuale, ma come fraternità, relazione e capacità di investimento collettivo. In mancanza di ciò, le lacerazioni e le disgregazioni sociali continueranno ad aumentare”.

So che tutto questo può sembrare troppo grande per noi, ma qui alla Casa della Carità ho imparato che ogni gesto di cura, anche il più semplice, contribuisce a tenere aperta una strada diversa e più umana. È una strada che esiste già grazie a persone che come te scelgono di non voltarsi dall’altra parte e avere cura dei più fragili. Quindi grazie di cuore per quanto potrai fare per chi oggi non ha la possibilità di curarsi come dovrebbe.

Un abbraccio pieno di speranza,

firma don Paolo Selmi

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