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Dobbiamo essere testimoni di speranza

Una riflessione del presidente della Casa don Paolo Selmi, che parte dal Giubileo appena concluso, dedicato alla “speranza che non delude”

Quotidianamente, leggendo il giornale, guardando la tv, scorrendo i social sui nostri smartphone, siamo immersi in un mare di notizie terribili: conflitti che si trascinano da anni senza soluzione e nuove fratture che si aprono ogni giorno; giovani vite spezzate, in un momento che doveva essere di festa e addirittura a scuola; violenze inaudite verso persone che manifestano pacificamente per reclamare diritti e giustizia. Anche quando pensiamo che si sia toccato il fondo, nuovi eventi ci spingono a rivedere questa valutazione, come se il limite del dolore restasse sempre provvisorio.

In questo contesto, viene facile pensare che non si possa guardare con fiducia al futuro. Eppure, per non sentirci sopraffatti da tutto questo male, da tutta questa ferocia, credo che ognuno e ognuna di noi debba provare a essere testimone di speranza.

Come lo furono i Magi, per esempio, che non restarono immobili, ma partirono da lontano, seguendo una stella, spinti da un desiderio di verità e di luce. Non conoscevano esattamente la meta, ma non si arresero di fronte a ostacoli e paure. Ha affermato nella sua omelia Papa Leone lo scorso 6 gennaio, chiudendo l’anno giubilare, dedicato proprio alla “speranza che non delude”: «I Magi esistono ancora. Sono persone che accettano la sfida di rischiare ciascuno il proprio viaggio, e che in un mondo travagliato come il nostro, per molti aspetti respingente e pericoloso, sentono l’esigenza di andare, di cercare”.

Alla Casa della Carità, chi ci insegna a “rischiare il proprio viaggio”, sono le persone ospiti e tutte quelle che ogni giorno bussano alla nostra porta. La loro vita è segnata dalla sofferenza, spesso è scoraggiata, perché hanno subito una caduta dalla quale è difficile rialzarsi, perché hanno già ricevuto molti no alla loro domanda di aiuto o perché sono rimbalzate da un ufficio all’altro senza trovare risposte al loro bisogno. Eppure sono persone che camminano nella speranza. Come i Magi, non si fermano, non restano prigioniere della rassegnazione. Nel loro chiedere aiuto, tengono viva la speranza di trovare uno spazio in cui essere viste, ascoltate, riconosciute.

L’invito dunque è di non cedere all’oscurità dei tempi, ma di cogliere la sfida della speranza. In che modo possiamo farlo nella nostra quotidianità?

Per provare a rispondere, prendo in prestito alcuni pensieri del teologo Pierangelo Sequeri, il quale, riflettendo sul lascito di questo anno santo, individua in particolare due “frontiere di speranza”: la rivoluzione educativa e l’intercessione generosa.

Rispetto alla prima “frontiera”, dice Sequeri, essa deve essere portata avanti da una “costellazione educativa”, che comprende non solo la famiglia e la scuola, ma anche la comunità e la cultura, perché è in questa alleanza che «si decide il realismo della nostra speranza per la pacifica convivenza delle generazioni e dei popoli, delle religioni e delle culture». L’ambito educativo, ha detto anche Papa Leone, deve farsi «scuola di speranza».

L’educazione può, e deve, diventare il luogo in cui la speranza smette di essere un auspicio e diventa realtà, il luogo in cui formare persone che non si limitino a sopravvivere al presente, ma sappiano custodire e generare futuro.

Sequeri poi, riferendosi ai tanti e drammatici conflitti in corso nel mondo, parla di «intercessione generosa, che ci trasforma in “corpi di pace” capaci di falsificare le presunte ragioni della volontà di potenza. Dove non possiamo ancora ottenere la pace nella quale speriamo, possiamo in qualche modo metterci in mezzo, a protezione delle vittime del conflitto, della prevaricazione, dell’emarginazione. Questo è il tratto forte della speranza, che combatte la rassegnazione e l’indifferenza dello scoraggiamento, e coltiva la dignità e la responsabilità di ciò che chiede».

Questo pensiero lo sento risuonare in modo particolare nell’esperienza della Casa della Carità, in quella pratica che chiamiamo “stare nel mezzo”, che significa per noi essere presenti nelle situazioni complesse, a volte anche anche scomode, senza delegare ad altri, e attraversare le contraddizioni che possono emergere, per trovare soluzioni possibili e favorire percorsi che portino alla costruzione di ponti.

Ancora una volta, cosa può fare ognuno e ognuna di noi? Possiamo mettere in atto piccoli gesti di quotidiana accoglienza, cura, misericordia e compassione che, cito ancora Sequeri, «sfidano l’inimicizia delle parti e le divisioni delle appartenenze».

Se saremo in tanti, se riusciremo a «ottenere la “prima pagina”», la speranza può davvero diventare una forza capace di cambiare il corso delle cose.

[Foto di Kristel Hayes su Unsplash]


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