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Regolamento rimpatri UE 2026: cosa cambia per i richiedenti asilo

Il 1° giugno 2026 l’UE ha siglato il nuovo Regolamento rimpatri. Cosa prevede, cosa cambia e perché le organizzazioni per i diritti umani sono preoccupate

Il 1° giugno 2026 il Consiglio dell’Unione Europea e il Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo politico provvisorio sul cosiddetto “Regolamento rimpatri”, una riforma che, nelle intenzioni dei legislatori europei, vuole rendere più rapide e coordinate le procedure di espulsione delle persone migranti arrivate o presenti irregolarmente in Europa.

Secondo le istituzioni europee, il provvedimento servirà a superare le differenze tra i sistemi nazionali e ad aumentare l’efficacia dei rimpatri. Il 17 giugno il testo è stato approvato dalla plenaria del Parlamento europeo; perché il regolamento entri pienamente in vigore, è ora necessario anche il via libera del Consiglio dell’Unione Europea. Tuttavia, dato che il Consiglio aveva già raggiunto un accordo sul testo insieme al Parlamento e alla Commissione Europea, questa approvazione è ritenuta una semplice formalità.

La riforma rappresenta uno dei tasselli principali del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Se da una parte Bruxelles la presenta come uno strumento di coordinamento tra gli Stati membri, dall’altra parte le organizzazioni per i diritti umani, giuristi e associazioni della società civile denunciano il rischio di un significativo arretramento in tema di diritto d’asilo e tutela dei diritti umani delle persone migranti.

Vediamo in questo articolo quali sono le principali novità previste dal regolamento.

Nuove procedure di espulsione valide in tutta l’Unione europea

Il nuovo regolamento sostituirà la Direttiva rimpatri del 2008. La differenza non è solo tecnica: mentre una direttiva richiede l’adattamento alle leggi nazionali, un regolamento è immediatamente applicabile in tutti gli Stati membri.

Tra le novità più rilevanti c’è l’introduzione dell’Ordine europeo di rimpatrio, che prevede che una decisione di espulsione adottata da uno Stato membro potrà essere riconosciuta ed eseguita direttamente anche negli altri Paesi dell’Unione. Questo significa, ad esempio, che una domanda di asilo respinta in Grecia potrà produrre effetti in tutto il territorio europeo, senza che ogni Stato debba avviare una nuova procedura.

Per rendere possibile questo sistema, il regolamento prevede un utilizzo sempre più esteso delle banche dati europee. Un ruolo centrale sarà svolto da Eurodac, l’archivio che raccoglie dati biometrici e informazioni identificative dei cittadini stranieri, e dal Sistema d’informazione Schengen, che consentirà agli Stati di condividere in tempo reale informazioni sugli ordini di espulsione e sulle persone considerate a rischio di fuga.

L’obiettivo dichiarato è eliminare gli ostacoli burocratici e rendere più efficaci i rimpatri. Tuttavia, secondo numerosi osservatori, la centralizzazione delle informazioni e il rafforzamento dei controlli potrebbero aumentare la sorveglianza sulle persone migranti senza garantire adeguati meccanismi di tutela.

I “return hub” nei Paesi extra UE

Uno degli aspetti più controversi della riforma riguarda la possibilità per gli Stati membri di stipulare accordi con Paesi terzi per la creazione dei cosiddetti “hub di ritorno”.

Si tratta di strutture di detenzione amministrativa, situate in paesi che non fanno parte dell’Unione europea, dove possono essere trasferite persone che hanno già ricevuto un ordine di espulsione. Questi centri potranno essere utilizzati sia come luogo di transito in attesa del rimpatrio verso il Paese d’origine, sia come destinazione finale dell’espulsione.

Il regolamento stabilisce che gli accordi possano essere conclusi soltanto con Paesi che garantiscano il rispetto dei diritti fondamentali e del principio di non respingimento, che vieta il trasferimento di una persona verso territori dove potrebbe subire persecuzioni, torture o trattamenti inumani.

Prima dell’entrata in vigore di questi accordi, gli Stati membri saranno inoltre tenuti a informare la Commissione europea e gli altri governi dell’Unione.

Nonostante queste garanzie formali, il progetto suscita forti preoccupazioni, dal momento che alcuni dei Paesi indicati come possibili partner per l’apertura di questi centri presentano gravi criticità sul piano democratico e del rispetto delle libertà fondamentali.

Secondo indiscrezioni riportate da diverse testate internazionali, tra i Paesi considerati figurerebbero:

  • Ruanda
  • Ghana
  • Senegal
  • Tunisia
  • Libia
  • Mauritania
  • Egitto
  • Uganda
  • Uzbekistan
  • Armenia
  • Montenegro
  • Etiopia

In alcuni di questi Stati, in particolare Libia, Tunisia ed Egitto, organizzazioni internazionali e osservatori indipendenti hanno documentato negli anni violazioni sistematiche dei diritti umani che coinvolgono persone migranti, rifugiati e oppositori politici.

Le critiche riguardano soprattutto la difficoltà di garantire un controllo effettivo sulle condizioni di vita all’interno di strutture situate fuori dal territorio europeo e il rischio che le persone trasferite perdano l’accesso alle tutele previste dal diritto dell’Unione.

Trattenimento fino a 30 mesi e controlli rafforzati

Il nuovo regolamento prevede anche un significativo irrigidimento delle norme sulla detenzione amministrativa.

Le persone destinatarie di un ordine di rimpatrio saranno tenute a collaborare con le autorità durante la procedura di espulsione. In presenza di determinate condizioni, come il rischio di fuga, la mancata collaborazione o motivi legati alla sicurezza pubblica, gli Stati potranno disporre il trattenimento in centri dedicati.

La durata massima della detenzione potrà arrivare fino a 24 mesi, con una possibile proroga di ulteriori 6 mesi in circostanze specifiche. Si raggiunge così un limite massimo di 30 mesi, più del doppio rispetto ai limiti previsti in molti ordinamenti nazionali fino ad oggi.

Se una persona si sposta in un altro Stato membro e ricorrono nuovamente le condizioni previste dalla legge, potrebbe essere disposto un nuovo periodo di trattenimento.

Oltre alla detenzione, il regolamento introduce una serie di misure alternative per controllare le persone in attesa di espulsione. Tra queste figurano: 

  • l’obbligo di presentarsi periodicamente alle autorità 
  • la residenza obbligatoria in un luogo indicato dallo Stato 
  • il monitoraggio elettronico 
  • persino la richiesta di una garanzia economica

Le norme potranno essere applicate anche a famiglie con figli, sebbene il testo preveda che ciò avvenga solo come ultima soluzione possibile e per il tempo strettamente necessario.

Proprio quest’ultimo punto è stato oggetto di forti contestazioni da parte delle associazioni che si occupano della tutela dell’infanzia, secondo cui il rischio concreto è quello di vedere bambini e adolescenti trattenuti per periodi molto lunghi all’interno di strutture detentive.

Nuove misure investigative

All’articolo 23-bis, il regolamento prevede la possibilità che vengano effettuate perquisizioni e ispezioni all’interno del luogo di residenza delle persone straniere o in “altri locali pertinenti”.

Questa dicitura solleva forti allarmi, poiché potenzialmente include i locali di organizzazioni non governative (ONG), associazioni, centri di accoglienza o persino servizi pubblici che prestano assistenza ai migranti.

Lo stesso articolo, prevede inoltre la possibilità di “perquisire e sequestrare effetti personali, dispositivi elettronici e altri elementi rilevanti” e di “imporre altre misure investigative”.

Queste misure investigative, infine, “possono avere luogo senza il consenso del cittadino” interessato.

Le critiche delle organizzazioni per i diritti umani

Le principali organizzazioni della società civile hanno accolto con forte preoccupazione il nuovo regolamento, perché rischia di creare un sistema sempre più orientato al controllo e alla detenzione, piuttosto che all’inclusione e alla regolarizzazione delle persone migranti.

Le preoccupazioni maggiori riguardano il rischio di espulsioni verso Paesi non sicuri, la difficoltà di monitorare il rispetto dei diritti umani nei centri situati all’estero, il possibile ricorso a detenzioni arbitrarie e l’indebolimento delle garanzie legali per chi si trova coinvolto nelle procedure di rimpatrio.

Molti esperti evidenziano inoltre come il regolamento introduca un collegamento sempre più stretto tra immigrazione e sicurezza pubblica. Secondo questa lettura, il rischio è quello di alimentare l’idea che le persone migranti rappresentino automaticamente una minaccia, contribuendo a rafforzare stereotipi e percezioni distorte.

Un’altra critica riguarda l’approccio complessivo della riforma, che si concentra quasi esclusivamente sull’espulsione e sul controllo delle persone prive di documenti, senza prevedere strumenti significativi per favorire percorsi di regolarizzazione, inclusione sociale o accesso al lavoro.

Secondo numerose associazioni, la paura di essere individuati e rimpatriati potrebbe inoltre spingere molte persone a evitare ospedali, servizi sociali o denunce contro situazioni di sfruttamento lavorativo, aumentando ulteriormente la loro marginalizzazione.

Gli esperti di migrazione ricordano inoltre che la perdita del permesso di soggiorno può dipendere da situazioni temporanee – come la perdita dell’occupazione, l’aver subito una truffa da parte del datore di lavoro o attraversare un periodo di difficoltà economica – che possono comportare problemi nel rinnovo dei documenti. In questi casi, l’applicazione di procedure di espulsione più rapide potrebbe interrompere percorsi di integrazione costruiti nel corso di anni.

La posizione della Casa della Carità

La Casa della Carità si unisce alle preoccupazioni espresse dalla Commissione delle Conferenze episcopali in Europa e da molte organizzazioni della società civile, perché il nuovo regolamento rischia di violare i diritti umani fondamentali delle persone in movimento e la loro dignità di esseri umani, impedendo a uomini, donne e bambini, spesso vulnerabili, la possibilità di costruirsi un futuro lontano da guerre, povertà, persecuzioni, disastri naturali.

La Casa non si stancherà mai di affermare che un modo diverso per affrontare il fenomeno migratorio unendo legalità, sicurezza e umanità è possibile, e passa dall’apertura di vie legali di accesso. Siano i corridoi umanitari o, come chiediamo dal 2017 con la campagna Ero Stranierocanali di ingresso per lavoro, superando, nel caso dell’Italia, una legge ormai ampiamente inadeguata come la Bossi-Fini.

Fonti


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