Il nuovo DDL immigrazione e gli ultimi provvedimenti europei sul tema segnano un arretramento sul fronte dei diritti delle persone migranti. La posizione della Casa.
Negli ultimi giorni, Unione Europea e Italia – prima con l’approvazione della lista comune dell’UE sui Paesi di origine sicuri e il nuovo concetto di Paese terzo sicuro, poi con l’approvazione del nuovo disegno di legge sull’immigrazione da parte del Consiglio dei ministri italiano – hanno segnato un deciso arretramento sul fronte dei diritti delle persone migranti.
Per chi, come la Casa della Carità, si occupa da sempre di accogliere chi in Italia cerca rifugio, protezione o semplicemente desidera costruirsi una nuova vita, e lavora per il riconoscimento dei diritti di queste persone, questi provvedimenti rappresentano una deriva preoccupante.
Ancora una volta, i cittadini stranieri non sono visti come persone portatrici di bisogni, diritti e umanità, ma come minaccia, come nemici da allontanare e per questo si continuano a comprimere i loro diritti, in nome di una sicurezza che non sarà di certo garantita in questo modo.
La nostra esperienza ci dice infatti che non sono queste limitazioni ad arrestare l’immigrazione, perché i motivi per cui le persone vanno via dai loro Paesi sono molto più forti delle restrizioni. Inoltre, continuare a limitare le possibilità per cui le persone straniere possono vivere regolarmente in Italia non produrrà più sicurezza, ma l’esatto contrario.
La Fondazione si unisce quindi all’appello del Tavolo asilo, che chiede «alle istituzioni europee e nazionali di fermare questo processo di smantellamento delle garanzie, di rispettare gli obblighi internazionali e di rimettere al centro la tutela dei diritti fondamentali delle persone in cerca di protezione».
DDL immigrazione
Il nuovo DDL Immigrazione – che dovrà passare al vaglio del Parlamento – prevede, tra le altre cose, il blocco navale temporaneo delle navi delle ONG, un ampliamento della casistica di reati per i quali è prevista l’espulsione, la possibilità di trasferire e trattenere le persone migranti in centri collocati in Paesi terzi (come i famigerati centri in Albania), un restringimento dell’accesso ai ricongiungimenti familiari e la disciplina della detenzione nei CPR.
In questi luoghi, dove sono rinchiuse persone che spesso non hanno commesso alcun reato penale, le condizioni di trattenimento – già indegne – saranno rese ancora più dure, per esempio con il divieto di detenere liberamente telefoni cellulari e di fare riprese foto, audio e video, strumenti che in questi anni hanno permesso di conoscere le terribili condizioni di vita dei reclusi. A essere limitato sarà anche il potere ispettivo dei parlamentari in questi luoghi.
Gravissima è poi la scelta di abrogare il prosieguo amministrativo, previsto dalla Legge Zampa del 2017 a tutela dei minori stranieri non accompagnati. Come abbiamo già avuto modo di dire, se si vuole davvero agire per una migliore inclusione sociale di questi ragazzi, e quindi anche in una logica di sicurezza di tutta la società, anziché restringere occorre invece favorire il consolidamento dei loro percorsi all’interno delle comunità. Percorsi che prevedono, tra le altre cose, regolarizzazione dei documenti, apprendimento della lingua italiana, accesso ai corsi di formazione professionale, inserimento lavorativo, fino alla ricerca di un’abitazione e che richiedono tempo. Un tempo che, se la persona a 18/19 anni sarà costretta a lasciare l’accoglienza, non sarà in molti casi sufficiente. Il rischio sarà quello che questi ragazzi possano finire nelle mani della criminalità. Di quale sicurezza stiamo parlando, quindi?
I provvedimenti europei
Nell’ambito del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, che entrerà in vigore a giugno 2026, il 10 febbraio 2026, il Parlamento europeo ha approvato due provvedimenti: la lista comune dell’Unione dei Paesi di origine sicuri e il nuovo concetto di Paese terzo sicuro.
Per quanto riguarda i Paesi di origine sicuri, tra questi sono stati individuati Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia, a cui vanno aggiunti i Paesi candidati all’ingresso nell’UE, per esempio Albania, Montenegro, Macedonia del Nord e Serbia.
Con la nozione di “Paese di origine sicuro” si introduce l’idea che in quel Paese, in generale, non vi siano persecuzioni sistematiche né violazioni diffuse dei diritti umani. Di conseguenza, la domanda di asilo presentata da una persona proveniente da uno di questi Stati viene esaminata con una procedura accelerata e il rischio è che venga considerata, salvo prova contraria, infondata.
In questo modo, si riduce però il diritto della persona di avere una valutazione individuale effettiva della sua richiesta.
Con la definizione del nuovo concetto di Paese terzo sicuro, invece, si stabilisce la possibilità che un richiedente asilo venga inviato in un Paese extra-Ue, che non è il suo Paese d’origine e con il quale può anche non avere alcun legame, dove verrà esaminata la sua domanda di protezione internazionale. In questo modo, viene istituzionalizzata l’esternalizzazione delle procedure di asilo da parte dell’UE.