Curare il figlio Younes e offrirgli una vita migliore. Con questa speranza, Hakim e Sabah hanno lasciato il loro Paese e sono arrivati alla Casa
Se c’è un filo rosso che lega le storie delle persone accolte alla Casa della Carità è certamente un filo fatto di speranza: quella che sembra perduta, quando le persone bussano alla porta della Casa per chiedere aiuto, quella che viene ritrovata durante un percorso di accoglienza.
E questo è particolarmente vero per le persone straniere, che scappano dalla loro terra a causa di una guerra, oppure che lasciano il loro paese per studiare, per trovare un lavoro con cui sostenere la famiglia o perché sono discriminate per la loro religione o il loro orientamento sessuale o ancora perché cercano una cura che lì dove vivono non è possibile.
Tutte queste persone condividono lo stesso desiderio, la stessa speranza: che la loro vita possa cambiare in meglio. Ed è da questa speranza che è segnata anche la storia di Hakim, Sabah e dei loro figli Younes e Tariq.
In Italia in cerca di una speranza di cura
Hakim e Sabah arrivano da un Paese del Nord Africa in piena espansione. Entrambi hanno studiato e sanno fare diversi lavori, ma non sono mai stati ricchi. Dopo aver avuto un primo figlio, Tariq, che oggi ha 18 anni, 10 anni fa la famiglia si stava preparando all’arrivo del secondogenito, Younes.
Ma al momento del parto ci sono dei problemi: quando Younes è nato, infatti, i medici e le ostetriche dell’ospedale hanno detto alla mamma che purtroppo il bambino era morto, perché era prematuro e non lo vedevano respirare. Ma dopo alcuni minuti, un piccolo spasmo del suo corpo ha rivelato che Younes era vivo, anche se la mancanza di ossigeno nei primi istanti dopo la nascita ha avuto conseguenze importanti sul suo sviluppo, portando a una grave disabilità.
Nei 10 anni di vita di Younes, papà Hakim e mamma Sabah gli hanno dedicato ogni loro energia e ogni loro giornata, dal momento che non cammina e deve essere aiutato in quasi ogni azione quotidiana. Hakim ha anche lasciato il suo lavoro per stare vicino al figlio e alla moglie, che è rimasta profondamente segnata dal parto.
Intanto il Paese in cui vivevano è cambiato molto, accentuando le differenze tra le fasce della popolazione più ricche e quelle più povere: «Il mio Paese sta cambiando, – ha raccontato Hakim – ma non in meglio. Tanti di noi, chi ha meno mezzi, vengono trattati come cittadini di serie B, buttano giù case per far posto a palazzi lussuosi, la sanità pubblica viene sempre più privatizzata, mentre i salari non aumentano. Crescere un figlio disabile in un contesto del genere non è facile. Younes ha bisogno di cure speciali che la mia famiglia non può pagare e anche portarlo fuori è difficile, perché in città non sono mai state rimosse le barriere architettoniche».
Per tutti questi motivi, lo scorso anno Hakim e Sabah hanno preso una decisione difficile: partire con tutta la famiglia per l’Italia, dove, era la loro speranza, avrebbero potuto curare il figlio e offrirgli una vita migliore. Così, la scorsa estate sono arrivati tutti e quattro a Milano con un visto turistico, hanno preso in affitto una stanza trovata su internet e si sono rivolti all’ospedale Buzzi per capire se potesse fornire le cure necessarie a Younes.
Ma i tempi per fare tutte le visite e i controlli sarebbero stati molto lunghi e non compatibili con la durata di un visto turistico. All’ospedale hanno dunque consigliato alla famiglia di fare richiesta di un permesso di soggiorno per cure mediche.
L’arrivo allo sportello legale della Casa
Sempre cercando su Internet, Hakim è venuto a conoscenza dello sportello legale della Casa della Carità, dove hanno incontrato Peppe Monetti, l’avvocato della Fondazione, il quale ha spiegato loro che, per ottenere quel tipo di permesso, sarebbe servita anche la dichiarazione di un neurologo che attestasse il bisogno di Younes di ricevere cure mediche che non avrebbe potuto avere nel Paese di origine.
Come spesso accade, dopo aver dato tutte le informazioni sui passaggi da seguire, Peppe ha lasciato i suoi contatti dicendo ad Hakim di fargli sapere come andava e che avrebbe potuto contattarlo nel caso in cui avessero avuto bisogno di altro. A quel punto, Hakim ha capito che si poteva fidare di Peppe e, con una grande umiltà, gli ha confidato che gli rimanevano soltanto 200 euro e non avrebbe potuto pagare oltre la stanza dove alloggiavano: «L’affittuario ci ha aiutato moltissimo e non può fare di più. Abbiamo già deciso che mio figlio più grande può tornare nel nostro Paese e stare con le zie. Ma non so come fare per Younes e Sabah. Io posso dormire in strada, ma loro no. Potreste accoglierli?», gli ha detto.
Peppe a quel punto l’ha rassicurato che né sua moglie e suo figlio né lui avrebbero mai dormito in strada: «Vi troviamo un posto qui alla Casa», ha detto a Hakim, contattando subito vari colleghi, dalle assistenti sociali alle dottoresse.
Insieme hanno trovato un posto per la famiglia in via Brambilla, dove oggi hanno una stanza per loro e condividono gli spazi comuni con un’altra famiglia. È una soluzione temporanea, ma gli operatori avrebbero pensato a qualunque cosa pur di non lasciarli in mezzo alla strada.
L’abbraccio con Tariq
Oggi mamma, papà e figlio hanno ottenuto il permesso di soggiorno per cure mediche e Younes ha iniziato a fare tutti gli accertamenti necessari all’ospedale Buzzi per capire quale sia la terapia migliore per lui. In questo, li supportano anche la dottoressa della Casa Gaia Jacchetti e le infermiere Asiya Zrouki e Marinella Stura. Hakim e Sabah fanno lezione di italiano con i volontari della Casa, mentre operatrici e operatori li aiutano con le pratiche per iscrivere il figlio a scuola. Peppe sta poi cercando di capire se sia possibile far ottenere ad Hakim un permesso di soggiorno che gli permetta di lavorare. Hakim dice che non ha un lavoro dei sogni, è bravo con internet e a fare delle manutenzioni – ha anche riparato un lavandino nella stanza dove vivevano in affitto – ma l’importante per lui è trovare un’occupazione che gli consenta di cominciare una nuova vita in Italia.
Poco prima di Natale anche il figlio più grande, Tariq, che nel frattempo era tornato nel Paese d’origine, è arrivato alla Casa della Carità e ha potuto riabbracciare il suo fratellino. I due sono infatti molto legati e Younes piangeva sempre quando si nominava Tariq.
Ma il cambiamento più visibile forse è quello di mamma Sabah: «Quando è arrivata era molto silenziosa e timida, – racconta Asiya, una delle infermiere della Casa – si vedeva che era stanca e tesa perché rischiavano di restare per strada. Era pallida e vestiva sempre di nero. Un giorno invece, durante un colloquio, ci ha lasciato a bocca aperta vederla vestita di arancione e con un gran bel colorito in viso».
Oggi la strada davanti a loro è ancora lunga e incerta. Le cure di Younes sono appena iniziate, il futuro lavorativo di Hakim è tutto da costruire, e la famiglia vive in una sistemazione temporanea. Ma oggi Hakim e Sabah non sono più soli. Nella quotidianità della Casa, tra cure, lezioni di italiano e piccoli gesti condivisi, la speranza ha ripreso spazio. Non come una promessa, ma come una possibilità concreta da coltivare ogni giorno.