La Casa della Carità esprime preoccupazione per il nuovo pacchetto sicurezza: misure repressive su migranti e minori che non aumentano la sicurezza.
La Casa della Carità esprime preoccupazione per il nuovo “pacchetto sicurezza”, annunciato dal governo.
Si tratta ancora di bozze, ma dalle anticipazioni emerge come, sulla scia di quanto già avvenuto diverse volte negli ultimi anni – dai cosiddetti “Decreti Salvini” del 2018 e 2019, al “Decreto Caivano” del 2023 – il governo scelga di affrontare problemi e fenomeni sociali complessi con una logica esclusivamente securitaria e repressiva.
Oltre alle limitazioni alla libertà di protesta e manifestazione, come Casa della Carità guardiamo con timore alle misure che riguardano le persone migranti e i minori, in particolare quelli stranieri.
Per quanto riguarda le persone straniere, come ha di recente sottolineato il sociologo Maurizio Ambrosini, con queste misure si sta configurando “un diritto a parte con una serie di norme mirate”. Tra i diversi provvedimenti allo studio – tra cui, per esempio, la limitazione del gratuito patrocinio in sede di opposizione all’espulsione e l’ulteriore stretta alle attività delle ONG che si occupano di ricerca e soccorso in mare – a preoccuparci in maniera particolare sono soprattutto le restrizioni previste per i ricongiungimenti familiari e l’estensione a un solo anno dopo la maggiore età dell’accoglienza per i minori non accompagnati: 19 anni a fronte dei 21 attuali, previsti dalla legge Zampa.
Non più sicurezza, ma più marginalizzazione
La nostra esperienza di accoglienza ci insegna che misure di questo tipo, lungi dal produrre maggiore sicurezza, non fanno altro che aggravare quelle situazioni di marginalità in cui spesso si trovano costrette a vivere le persone straniere, considerate “accettabili” se possono essere sfruttate o assunte in nero in agricoltura, in edilizia o nel lavoro domestico e di cura, ma rese invisibili se rivendicano i loro diritti di esseri umani che, nella loro interezza, hanno il desiderio di costruirsi una vita stabile in Italia. E per stabilità si intende un lavoro non precario, un mercato della casa accessibile e la possibilità di ricongiungersi con le proprie famiglie senza eccessive complicazioni: elementi che favoriscono serenità, radicamento e una vita nella legalità.
Per quanto riguarda i minori stranieri non accompagnati, anziché ridurre il periodo di accoglienza questo andrebbe invece ampliato, per favorire e consolidare i percorsi verso l’autonomia che con grande fatica e sempre di corsa, proprio per il poco tempo a disposizione, vengono realizzati dalle comunità. Questi percorsi – che vanno dalla regolarizzazione dei documenti al consolidamento della lingua italiana, dall’accesso ai corsi di formazione professionale all’inserimento lavorativo, fino alla ricerca di un’abitazione – sono gli unici che possono davvero favorire l’inclusione sociale di questi ragazzi, evitando così il rischio di sfruttamento e di coinvolgimento in attività criminali.
Il vuoto educativo
E infine, il disagio giovanile che coinvolge adolescenti di tutti i contesti sociali e che in maniera allarmante si esprime con molteplici forme di violenza verso i coetanei, ma anche verso sé stessi, viene trattato solamente come un problema di ordine pubblico, con un continuo inasprimento delle pene per i reati commessi dai minorenni. Questi comportamenti violenti e all’eccesso sono spesso espressione di malessere, di incapacità di riconoscere ed esprimere emozioni, di necessità di apparire o di essere riconosciuti. Ma nulla è previsto dal punto di vista dell’educazione e della prevenzione o sul versante delle politiche sociali e di contrasto alla povertà educativa.
Affrontare i problemi complessi delle nostre società affidandosi solo alla giustizia penale non aiuterà a risolverli. La sicurezza va coltivata nell’ascolto, nell’accoglienza, nell’inclusione sociale, nella solidarietà.