La cura che ci rende umani

Per risanare le ferite profonde della nostra vita, siano esse personali o “relazionali”, legate cioè agli affetti, al lavoro, ai rapporti sociali o al riconoscimento nella società, c’è un bisogno vitale di tempo. Non ci riconciliamo davvero, non possiamo davvero “guarire”, se non permettiamo che il dolore penetri fino alle midolla della nostra ferita, venga assorbito e, lentamente, la curi. Se non ci diamo questo tempo, la sofferenza rischia di distruggerci.

Oltre al tempo, a volte serve anche uno spazio – fisico e di relazione – dove poter attraversare il dolore, per poterlo sciogliere e ricominciare a vivere. La Casa della Carità prova a essere proprio questo spazio, in cui le persone ospiti possono rileggere la propria storia di dolore e provare a fare pace con sé stesse, con gli altri; possono ritrovare, un po’ alla volta, energie, fiducia e relazioni. E qualche volta, in un sorriso o in una parola semplice, si intravede già questo passaggio: nonostante il male ricevuto, tornano a generare bene proprio perché incontrano qualcuno che si prende cura di loro. Non per pietà, ma perché la cura è ciò che rende possibile tornare a vivere. In un rapporto di reciprocità con operatori e volontari, ognuno secondo le proprie forze, passo dopo passo, riprendono il gusto della vita.

Molte delle persone che incontriamo, infatti, arrivano profondamente ferite, perché hanno attraversato diversi rifiuti. A volte sono stati rifiuti sociali, come la perdita del lavoro o della casa. Altre volte sono stati rifiuti più profondi, che segnano dentro: abbandoni, violenze, solitudini. E spesso arriva anche la malattia, come un ulteriore colpo che la vita infligge. Quando questo accade, la fragilità diventa ancora più grande. Perché alla fatica della malattia si aggiunge spesso la solitudine: non avere un luogo sicuro dove stare, non avere qualcuno accanto. Alla Casa della Carità incontriamo sempre più spesso persone che devono affrontare lunghi percorsi di cura senza avere una casa.

Accoglierle significa permettere loro di curarsi, ma  anche di non attraversare questo tempo da sole.

Perché la più  radicale alternativa nell’esistenza umana, la discriminante della vita, si  colloca qui: vivere in questo mondo accolti da qualcuno, prendendosi cura  gli uni degli altri; oppure trovarsi soli, essere come uno scarto, gettati via  e ignorati come un rifiuto, affidati solo a sé stessi e ai propri naufragi.  Vivere nella “gettatezza”, dice il  filosofo Martin Heidegger.

Penso, ad esempio, ad Ada, una nostra ospite. “Rifiutata” più volte dalla vita mentre si dedicava completamente alla cura degli altri – la sua famiglia, ma anche gli anziani per cui faceva la badante –, è arrivata alla Casa della Carità perché un tumore al seno le ha impedito di continuare a lavorare e avere un tetto sopra la testa. Eppure, in mezzo alla fatica della chemioterapia, spesso quando le chiedo: “Come stai?”, lei risponde con un sorriso: “Sto combattendo, ma grazie, perché qui ho trovato la forza per combattere e ripartire”. Quel sorriso dice molto. Dice la fatica, certo. Ma dice anche la forza che nasce quando qualcuno si prende cura di te, quando scopri che non sei più solo. Alla Casa Ada ha trovato un luogo dove curarsi e riposare, ma anche persone con cui parlare, relazioni semplici, gesti quotidiani di attenzione. E in questo tempo difficile sta trovando la forza per affrontare la malattia e continuare a guardare avanti.

Qualcuno qui alla Casa lo racconta così: «Rifiutata? Sì, e non solo una volta. Anche la malattia sembra non assecondarmi nella mia voglia di vita. Con la cura della Casa sto imparando a combattere e a rileggere i rifiuti, gli abbandoni, l’essere scartata. E a imparare a perdonare chi mi ha fatto del male, vivendo relazioni vere».

Accogliere qualcuno non significa soltanto offrirgli un posto dove stare.  Significa ridargli la possibilità di ripartire. Nella Bibbia c’è una storia che  ci aiuta a capire bene questo cammino: quella di Giuseppe e dei suoi fratelli (Genesi,  cap. 41-43). Giuseppe viene scartato dai suoi fratelli. Per gelosia lo  vendono come schiavo e lo allontanano dalla famiglia. È una storia di rifiuto e  di solitudine, eppure la sua vita non finisce lì. Attraverso vicende difficili  e inattese, Giuseppe arriva in Egitto e diventa il responsabile dei granai del faraone. Quando arriva la carestia,  proprio i suoi fratelli si presentano da lui per chiedere aiuto. Giuseppe  potrebbe vendicarsi e restituire il male ricevuto, ma sceglie di accoglierli, di perdonarli e salvarli dalla fame.

Cura o gettatezza fanno l’uomo secondo il Vangelo. Perché  noi tutti siamo diventati umani per rapporti di cura e di accudimento, ci siamo umanizzati per rapporti di fiducia,  a partire da quello con i nostri genitori.

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È proprio grazie a persone generose come te se ogni giorno questo gesto di cura continua a essere possibile, per Ada e per molte altre persone che bussano alla nostra porta. Grazie di cuore per il bene che vorrai donare, per la cura che vorrai riservare a chi vuole combattere per risollevarsi.

In fondo, come scriveva Romano Guardini: Dio salva attraverso le sue creature.

Un caro abbraccio,

firma don Paolo Selmi

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