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L'inclusione sociale spiegata dai ragazzi di Work in Progress

Minori stranieri non accompagnati e studentesse milanesi hanno percorso insieme un viaggio straordinario


Visti tutti insieme, sono una fotografia reale e proiettata nel futuro di come sarà la società milanese – e italiana – nei prossimi anni. Sono ragazze e ragazzi, che hanno la stessa età e vivono nella stessa città – Milano, appunto – ma appartengono a mondi diversi, che per la prima volta sono entrati in contatto, dando vita a un viaggio straordinario.

Sono i protagonisti di “Te la do io l’integrazione!”, un percorso che fa parte del progetto “Work in Progress. Transizioni per la cittadinanza” - cui partecipa anche la Casa della carità - e che ha coinvolto un gruppo di minori stranieri non accompagnati e neomaggiorenni ospiti di alcune comunità cittadine, e alcune studentesse dell’ISS “Claudio Varalli” di Milano. In questi mesi, si sono incontrati settimanalmente per percorrere un viaggio di trasformazione dei punti di vista usuali e ribaltare l’idea che tutti abbiamo dei concetti di integrazione e inclusione sociale, partendo da alcune domande: cosa significa integrazione? Come si realizza l’inclusione sociale? E in quali luoghi, a Milano, si fa integrazione? Alcuni di questi già esistono, ma se ne possono immaginare di nuovi e impensati?

 
L'evento conclusivo della prima edizione di "Te la do io l'integrazione!"
 

E così, come dei reporter con tanto di telecamera, hanno battuto diversi luoghi della città: dall’orto condiviso del quartiere Niguarda all’Hangar Bicocca, dal centro di Milano a una parrocchia di periferia al Gratosoglio, dal ristorante solidale Ruben, fino al carcere di San Vittore, dove hanno conosciuto artisti di strada, pensionati, volontari, mediatori culturali, persone di età, provenienze e background totalmente differenti, alla ricerca delle risposte alle loro domande. Il risultato, è contenuto nel video-racconto “I don’t know”, che loro stessi hanno scritto, girato e realizzato in collaborazione con Imagine Factory.

“Con questa iniziativa abbiamo voluto operare un vero e proprio ribaltamento: non siamo stati noi a dare delle indicazioni ai ragazzi su dove andare e cosa fare, a ‘imporre’ il concetto comune di integrazione, ma si è partiti dal loro punto di vista, dalle loro idee che abbiamo discusso insieme, dalle loro esperienze personali, dalle loro reti sociali, per provare a costruire una nuova cultura dell’integrazione e dell’inclusione, in cui i ragazzi, e in particolare i minori stranieri non accompagnati, sono stati – e saranno sempre di più nel prosieguo del progetto – i formatori di noi adulti operatori sociali e dei loro coetanei”, spiegano gli educatori di Work in Progress che hanno seguito questo percorso.

 
 

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