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Casa della Carità
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Voci da Bruzzano: il racconto dell'accoglienza

25 luglio 2016

Il progetto di accoglienza dei profughi a Bruzzano raccontato da ospiti, volontari della parrocchia Beata Vergine Assunta e operatori della Casa della carità. Le loro voci, i loro volti, le storie.

 
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Mariam: sarò la mamma più felice del mondo

Le donne rappresentano la stragrande maggioranza delle persone accolte a quest'anno a Bruzzano: quasi il 50%. Molte sono mamme e coi loro figli hanno fatto tappa a Milano, nella speranza di raggiungere mariti e compagni che già si trovano in Nord Europa.

Altre sono sole al mondo. Come Mariam, arrivata alla parrocchia della Beata Vergine Assunta con il suo bambino di due anni. Di origine sudanese, è cresciuta in Libia dove lavorava come parrucchiera. "Non potevo più vivere lì, ogni giorno rischiavamo la vita a causa della guerra tra le varie tribù. C'erano bombardamenti ogni giorno e non sapevo più come sfamare mio figlio perché avevo perso il lavoro", racconta con gli occhi pieni di lacrime.

Oltre al lavoro, la guerra a Mariam ha portato via anche il marito, ucciso da una delle fazioni in lotta. Temendo per la sua vita e per quella di suo figlio, ha allora deciso di lasciare la Libia.

Il suo futuro e quello del suo bambino, dice ritrovando un po' di serenità, saranno in Italia: "Voglio studiare l'italiano e spero di trovare un lavoro. Dagli italiani ho ricevuto tanta solidarietà e vorrei che mio figlio cresca in questo Paese, al sicuro, che vada a scuola qui e si inserisca per vivere lontano dalla guerra e dalla fame. Sarei la mamma più felice del mondo".

 

Foto di Francesco Falciola

Vincenzo: mi sono sentito un profugo anch'io

Ogni giorno in oratorio sono decine i volontari che regalano un po' del loro tempo al progetto di accoglienza. Persone di ogni età, residenti del quartiere o di zone vicine. C'è anche chi arriva da altre città dell'hinterland per dare una mano: dal corso d'italiano ai giochi coi bambini, dalla cucina alla gestione del guardaroba.

Tra di loro, però, c'è un gruppo speciale. Sono alcuni detenuti del carcere di Bollate, che fanno parte dell'Associazione Articolo 21, una realtà di volontariato che da qualche anno collabora con la Casa della carità e che già nel 2014 ad Affori e la scorsa estate a Bruzzano era stata coinvolta nel progetto di accoglienza dei profughi. I volontari di Bollate si occupano principalmente di pulire e sistemare i locali, ma c'è pure chi offre il suo supporto come traduttore. Come Hailù, di origine eritrea, che spesso fa da tramite tra gli ospiti e gli altri volontari.

"Cerchiamo di dare una mano come possiamo, anche con piccole cose", dice Rizzieri. "Mi ha fatto impressione vedere tanti bambini che scappano dalla guerra", gli fa eco Carlos. "Non ero mai uscito dal carcere finché non sono venuto a Bruzzano. E mi sono sentito anche io un profugo, disorientato come lo sono loro. Per questo nei loro confronti provo una solidarietà fortissima", spiega Vincenzo, che aggiunge: "Sento di stare facendo qualcosa di buono, e voglio continuare a farlo".

 

Foto di Francesco Falciola

Zakaria e Aida: un amore più forte del mare

Arrivano a Bruzzano mano nella mano, stretti, a darsi reciprocamente forza. I primi giorni stanno sempre l'uno accanto all'altra, e quasi non si perdono di vista. Poi cominciano a prendere confidenza con gli altri ospiti e con i volontari. Sono le giovani e giovanissime coppie di profughi che quest'anno sono giunte numerose alla parrocchia della Beata Vergine Assunta.

Amori nati durante il viaggio verso l'Europa, che in alcuni casi può durare anni, o già prima, in Eritrea, in Etiopia o in Somalia, dove questi ragazzi e ragazze, che in Italia sarebbero considerati poco più che bambini, hanno deciso, insieme, di lasciare tutto e partire. Come hanno fatto Zakaria, che di anni ne ha 21, e Aida di un anno più grande. Nato in Somalia, Zakaria è però cresciuto in Etiopia: "Qui ho conosciuto Aida e ci siamo sposati. Abbiamo deciso di lasciare l'Etiopia perché lì non c'è futuro per noi", racconta. "Volevamo andare verso il Nord, ma le frontiere sono chiuse e così abbiamo deciso di rimanere in Italia e fare domanda di asilo qui", dice ancora.

Nella mente ancora il ricordo del viaggio: 650 persone stipate in una barca che ha rischiato di affondare. Messi in salvo dalla Marina Italiana, sono sbarcati a Reggio Calabria e poi sono arrivati a Milano. Ma Zakaria e Aida pensano al domani: "Un semplice lavoro e una famiglia".

 

Claudio: è bello strappar loro un sorriso

Anche quest'anno sono tantissimi, quasi un centinaio, i volontari che ogni giorno danno il loro fondamentale contributo per portare avanti il progetto di accoglienza dei profughi. Alcuni sono dei "veterani", che hanno già partecipato nel 2014 ad Affori e lo scorso anno qui a Bruzzano. Ma molte sono anche le persone che per la prima volta provano questa esperienza.

Come Claudio, un residente del quartiere: "A differenza di quanti sanno solo dire che queste persone devono stare a casa loro, io non mi sono voluto tirare indietro perché mi rendo conto da dove arrivano e quel che si lasciano alle spalle: guerre, povertà, dittature...", dice con voce appassionata.

"Molti di loro hanno gli occhi spenti a causa di quello che hanno vissuto, ed è bello riuscire a strappare loro un sorriso", continua Claudio, che confida di essere anche lui in una situazione di difficoltà: "Sono senza lavoro, ma piuttosto che stare a casa a piangermi addosso preferisco stare qui e rendermi utile. Alla fine di questa esperienza il loro ricordo  rimarrà sicuramente dentro di me, e spero che anche loro, ovunque andranno, si portino dentro una parte di me".

 
 
 

Ahmed: sono arrabbiato!

Ahmed parla con trasporto. Alza la voce. Si arrabbia e, a un certo punto, i suoi occhi si arrossano e riempiono di lacrime. Ha il viso provato quest'uomo sulla cinquantina. È arrivato a Bruzzano insieme alla moglie, ai figli e ai nipoti. Quest'anno, sono i primi ospiti che arrivano dalla Siria. Per la precisione, dalla periferia della capitale Damasco. Prima di giungere a Milano, erano stati accolti stato a Roma, poi in Sicilia.

"Siamo stati male. In posti brutti e, poi, per strada", dice, mostrando sul telefono le immagini dei giorni trascorsi alla stazione Termini della capitale. "I bambini, che sono piccoli, hanno sofferto molto. Sono arrabbiato con l'Italia. Non pensavo che venissero trattate così delle persone che scappano dalla guerra", dice. Eppure succede. Lo abbiamo sentito raccontare a lui e anche a tante altre persone. I flussi migratori, per quanto prevedibili, continuano a essere gestiti in maniera emergenziale. E a pagarne le conseguenze è chi ha già sofferto molto. 

"Dopo quel che abbiamo passato, non voglio più restare in Italia", continua Ahmed. "Ho una sorella in Germania e, anche se non so in che città si trovi, voglio raggiungerla. Per dare un futuro ai miei figli e nipoti". 

 
 

François: vogliamo restare in Italia

La Repubblica Democratica del Congo è uno dei paesi dal quale proviene il maggior numero di rifugiati nel mondo (per la precisione, il sesto nel 2015). Eppure, in Italia di persone che arrivano da questo enorme stato dell’Africa centrale, non ne arrivano molte. A Bruzzano, ne sono state accolte due: François e sua moglie.

Veniamo dal Nord Kivu, una regione ricca di minerali dove ci sono morti e feriti ogni giorno”, racconta questo trentenne in un buon francese. “A causa del conflitto che va avanti da anni - spiega - abbiamo dovuto scappare, prima in Mali, in aereo e poi attraverso Algeria e Libia, fino alla barca che ci ha portato in Italia. Nella fuga, però, abbiamo perso i nostri tre bambini, che son rimasti con mio fratello minore. Non sappiamo più dove siano”.

A differenza di molti altri ospiti, François e sua moglie non vogliono proseguire il loro viaggio, ma fare domanda di asilo in Italia. “L’Italia fa parte dell’Europa, ha anche la stessa moneta. Ho sempre voluto venire a Milano, tifo anche per il Milan”, dice sorridendo. Poi si fa serio. “Sono un informatico, ma in Congo si trova un posto solo se si conosce qualcuno del governo. Qui so che non è così. E infatti andiamo tutti i giorni al corso di italiano per imparare la lingua e trovare un lavoro”.

 
 

Tesfage: l'esercito? Male!

 
Foto di Dino Fracchia


Nelle foto ci sono soprattutto bambini. Che sorridono, che vanno in bicicletta, che giocano con i volontari. Gli adulti, pur fidandosi e lasciandosi ritrarre, non compaiono. La maggioranza degli ospiti dell'oratorio proviene dall'Eritrea, un paese che, secondo un'inchiesta Onu, "è governato dalla paura". In particolare dell'esercito. La leva militare, infatti, è obbligatoria, inizia con la maggiore età e prosegue a tempo indeterminato, trasformandosi spesso in una vera e propria schiavitù. Negli ultimi mesi, sempre le Nazioni Unite, hanno accusato il regime di Afewerki di crimini contro l'umanità, commessi in modo "generalizzato e sistematico" negli ultimi 25 anni all'interno dei campi di addestramento militare e nei centri di detenzione.

A confermarlo sono anche i racconti dei giovani eritrei che, davanti a un narghilé, lasciano trasparire l'aria che si respira nel loro paese con quelle poche parole d'inglese che conoscono. Tesfage nell'esercito ci è rimasto otto anni dice, facendo segno con le mani per farsi capire meglio. Quando gli si chiede come sia stato, non ha dubbi. "Bad, bad, very bad" è la sua risposta (male, male, molto male). Quando ne ha avuto l'occasione è fuggito e ha lasciato il paese. Capita sempre più spesso. Oppure capita che siano gli adolescenti a fuggire, a 15, 16, 17 anni, prima che inizi il servizio militare. Per lo stato eritreo, queste persone sono considerate alla stregua di disertori o, peggio, di traditori. E spesso chi lascia la propria terra rischia di subire pressioni o ritorsioni nei confronti dei famigliari rimasti in patria. Per questo, bisogna fare attenzione. Anche con le foto. 

 


 

Matilde: una domenica speciale

Matilde è una veterana dell'accoglienza, presente fin dal 2014, ad Affori. Eppure quando racconta della giornata di domenica è più soddisfatta e orgogliosa del solito. "Ci siamo dati appuntamento qui in oratorio e poi, con alcune decine di ospiti, siamo andati a Messa insieme", spiega. "Eravamo un po' in ritardo, ma la cosa che mi ha fatto davvero piacere - prosegue - è vedere i parrocchiani già seduti far posto e invitare i profughi a mettersi accanto a loro sulle panchine". 

Piccoli gesti, ma che significano molto. Come ha significato molto veder partecipare alla funzione non solo gli ospiti di fede cristiana, ma anche alcuni musulmani. "In una giornata di riconciliazione e fraternità come quella di ieri è stato molto importante", conclude Matilde riferendosi ai tanti fedeli islamici che, in Italia e in Francia, hanno mostrato vicinanza alle comunità cattoliche dopo l'attentato di Saint-Etienne-du-Rouvray.

 
 

Fiorenzo: ritornare a casa

Tutto uguale e tutto diverso. Ad una settimana dall'inizio del progetto , è questa la sintesi che fa Fiorenzo De Molli, responsabile dell'accoglienza per la Casa. "La prima sensazione - racconta - è stata quella di ritornare a casa, dopo l'esperienza estremamente positiva dello scorso anno. Il clima che si respira, fatto di familiarità e serenità, è lo stesso". 

Poi, certo, ci sono delle differenze. A cominciare dagli ospiti. "Sono ancor più giovani del 2015 e, tra loro, ci sono tantissime donne e bambini", continua Fiorenzo. Anche i paesi di provenienza sono cambiati.

"L'anno scorso i primi accolti erano soprattutto nigeriani, mentre quest'anno sono principalmente cittadini eritrei", gli fa eco don Paolo Selmi, che sottolinea l'occasione di "conoscere e condividere culture nuove". 

A cambiare è anche la composizione del gruppo, sempre numeroso, dei volontari. "Nel corso dell'anno, siamo stati in diverse parrocchie a raccontare l'ospitalità 2015 e questo ha coinvolto nuove persone", continua il sacerdote, parroco della Beata Vergine Assunta. "Nell'anno della Misericordia è bello vedere persone che si mettono in gioco dando una mano in prima persona".

 
 

Alane: la forza di una mamma

Alla parrocchia di Bruzzano è arrivata già dal primo giorno dell'accoglienza, venerdì 22 luglio. Con lei, ragazza eritrea di 27 anni, il suo piccolo Bruk, nato a gennaio in Sudan

Come Alane, questo il nome della ragazza, al San Luigi sono tante le giovani madri arrivare da sole. Insieme ai loro figli hanno attraversato il deserto e il mare, per provare a raggiungere mariti e compagni che, in molti casi, già vivono nel Nord Europa. Se le si chiede che cosa vuole fare, rimanere in Italia o andare altrove con il suo bambino, Alane non ha dubbi: "Germany", dice.

Come Sarah lo scorso anno, nata il 13 agosto mentre mamma Precious e papà Gideon erano ospiti a Bruzzano, anche Bruk è diventato la mascotte dell'Oratorio. I volontari lo coccolano e si prendono cura di lui. Grazie ai preziosi consigli di Matilde, Susanna e delle altre volontarie, in questi giorni sta anche iniziando lo svezzamento.

 
 

 

Filippo: il nonno di Bruzzano

"Ho 80 anni, ma visto che sono in salute voglio impegnare la mia giornata e, dopo aver conosciuto questa esperienza, ho deciso di venire a Bruzzano per capire come posso essere utile. Per esempio, mi piacerebbe aiutare a portare avanti il corso d'italiano". A dirlo è Filippo, uno dei nuovi volontari che si è unito allo "storico" gruppo di persone impegnate nell'accoglienza estiva all'Oratorio San Luigi. Non vive nel quartiere, ma poco lontano, alla Bicocca. "Non ci vuole molto ad arrivare, prendo un autobus e poi dalla fermata sono pochi minuti a piedi", spiega.

Anche se ancora tra vecchi e nuovi volontari ci si deve conoscere, Filippo è già diventato per tutti il nonno del gruppo. E lo si vede nei gesti affettuosi e premurosi che rivolge ai piccoli ospiti, che in questi giorni stanno arrivando numerosi alla Parrocchia della Beata Vergine Assunta, insieme alle loro mamme.

Ma non è solo l'aiuto concreto che conta per Filippo. "Credo che questa sia un'occasione per interrogarsi su come possiamo aiutare davvero queste persone e offrire loro un'accoglienza dignitosa, che secondo me passa anche dal lavoro".

 
 

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