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Casa della Carità
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Vivere il presente, immaginando il futuro

Un'intervista con Gaia Jacchetti, medico della Casa della carità

23 giugno 2020

Durante la pandemia di Coronavirus, la vita della Casa della carità è cambiata molto. Insieme agli ospiti stiamo vivendo un nuovo presente e stiamo immaginando un futuro diverso. In questi giorni, tutta la Fondazione è impegnata per riavviare i servizi sospesi per il lockdown, nella prospettiva di una "nuova normalità". 

Nell'attesa, abbiamo dato voce ad alcuni operatori che sono stati in prima linea durante l'emergenza, per raccontarvi il nostro impegno quotidiano in questi ultimi mesi e per condividere alcune riflessioni sul domani.

Dopo aver intervistato Maurizio Azzollini, Direttore generale della Fondazione, abbiamo dialogato con Gaia Jachetti.

Infettivologa, Gaia Jacchetti è il medico della Casa e ha gestito in prima persona l’emergenza sanitaria. 

Gaia Jacchetti all'entrata dello studio medico della Casa della carità durante l'emergenza Covid

Gaia, come hai vissuto questi mesi?
Avendo una competenza specifica in malattie infettive, in questi mesi ho vissuto il mio essere medico alla Casa della carità con un senso di responsabilità anche maggiore rispetto al solito. Il fatto poi di essere madre di tre figli ha significato convivere con un misto di pressione e preoccupazione, sia per gli ospiti e gli operatori della Casa sia per la mia famiglia, aggravate dal vivere questa emergenza sanitaria in una regione dove, nonostante la gravità della situazione, sembrava che si brancolasse nel buio.E da questo punto di vista, sono stati anche mesi di “battaglia”, nel senso che ci siamo trovati a lottare con le istituzioni sanitarie, per capire come poter gestire il Covid in un contesto come il nostro che non è un ospedale, ma non è nemmeno un domicilio normale. Pur sollecitando le strutture competenti, all’inizio è stato difficile pensare insieme a una soluzione. Come tutta la popolazione, inoltre, abbiamo lottato per aver accesso ai tamponi e per esigere i controlli, e questo è stato anche un carico di stress, perché a fronte della preoccupazione, ti accorgevi che non ci si riusciva a muovere.

Cosa ha significato gestire l’emergenza sanitaria in una realtà come Casa della carità?
Di sicuro ha significato prendere decisioni anche difficili, dalla chiusura immediata della Casa agli esterni, all’insistere affinché fosse alleggerita la presenza in struttura, perché il sovraffollamento avrebbe aumentato la possibilità di contagio tra gli ospiti. Da un certo punto di vista, proprio per la mancanza di un governo chiaro della situazione a livello regionale, ha significato anche “arrangiarsi”. Riguardando indietro, però, mi viene da dire che, nonostante la Casa non sia un presidio sanitario, è stato fatto un grande lavoro da parte di tutti gli operatori e si è stati capaci di dare risposte di cura a persone positive al virus che a Milano non avevano altro luogo dove stare, come le persone con problemi di salute mentale. Alcuni nostri ospiti hanno fatto la quarantena all’Hotel Michelangelo, ma questo è stato possibile solo per le persone più autonome. Sono rimasti invece alla Casa gli ospiti con una fragilità maggiore, con gravi problemi di salute mentale e questo ha voluto dire gestire la quarantena comunitaria con competenza e fantasia… e in questo ogni operatore ha dovuto fare la sua parte, dagli educatori ai custodi. 

 
 
Gaia visita un ospite della Casa. [La foto - di Marco Garofalo - è stata scattata prima dell'emergenza Covid]

Che cambiamenti ci sono stati nel tuo lavoro?
Tanto lavoro che facevo con gli esterni, dagli ospiti delle docce a chi veniva al Centro d’Ascolto, non c’è più stato in questi mesi. È stato tutto focalizzato alla gestione del Coronavirus, di chi stava male. Ho impiegato tempo ed energie per capire come gestire questa nuova situazione in un contesto comunitario qual è quello della Casa, come fare diagnosi e tracciare i contatti. In questo, però, ho sentito la mancanza di una regia pubblica.

E nel rapporto con gli ospiti?
Il rapporto di fiducia che in questi anni si è creato, non solo con me, ma in generale con le équipe educative, ha fatto sì che si potesse sostenere una situazione così complessa. Non è stato semplice per tutti gli ospiti comprendere di essere positivi al virus e quindi contagiosi ma senza sintomi e accettare che loro avevano contratto il Covid ma gli operatori no. 

Per il futuro, cosa potrebbe cambiare per la Casa della carità? 
Quel che è accaduto con la gestione del Covid è stata la conferma che in Lombardia, negli anni, è stata distrutta la sanità territoriale, nelle sue diverse articolazioni. L’emergenza ci ha fatto capire quanto importante e urgente sia il lavoro che, alla Casa della carità, abbiamo intrapreso insieme al movimento “Prima la Comunità”, che è ben sintetizzato nell’appello “Vogliamo un futuro per la nostra salute, appello per ripartire con coraggio”.Quindi anche l’impegno della Casa vorrebbe andare in questa direzione e cioè di essere sempre più una Casa della comunità, intesa come quartiere e città, che dimostra quanto sia fondamentale intendere la salute come questione collettiva, della comunità appunto e non individuale.

 
 
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