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26 abitanti del campo di via Idro accolti alla Casa e al CeAS

15 marzo 2016

“Lo abbiamo fatto per non lasciare vincere logiche di conflitto o abbandono”, spiega don Virginio Colmegna, presidente della Fondazione e consigliere del Centro Ambrosiano di Solidarietà

A conclusione delle operazioni di chiusura del campo regolare di via Idro avvenute in queste giorni, la Casa della carità e il Centro Ambrosiano di Solidarietà (CeAS) hanno accolto nelle loro sedi di via Brambilla, a Crescenzago, e via Marotta, al parco Lambro, sette famiglie per un totale di 26 persone. “Lo abbiamo fatto per non lasciare vincere logiche di conflitto o abbandono”, spiega don Virginio Colmegna, presidente della Casa e consigliere del CeAS. I nuclei familiari sono ospitati in strutture di proprietà dei due enti messe a disposizione del Comune di Milano, nell’ambito di una convenzione per i Centri di Autonomia Abitativa (Caa).

Don Colmegna, che tipo di accoglienza sarà quella di queste famiglie?
Come per tutti gli ospiti del Caa, siano italiani o stranieri, rom oppure no, sarà un’accoglienza  attiva, condivisa e temporanea, che non significa dare un tetto a queste persone in attesa di un nuovo spostamento, ma lavorare insieme per costruire cittadinanza, responsabilità e, soprattutto, autonomia. È in quest’ottica che, mesi fa, abbiamo messo a disposizione del Comune di Milano i nostri spazi che, tra l’altro, al CeAS abbiamo appena rinnovato a nostre spese. 

Su quali aspetti si lavorerà?
La sfida che condivideremo con queste famiglie è che la loro non sia una presenza passiva, ma attiva, che porti a un miglioramento del loro inserimento nel tessuto sociale (per alcuni già sostanziale) e della loro indipendenza, in vista di una soluzione stabile e definitiva. Accompagneremo queste persone nella ricerca di un’occupazione e di una casa. Inoltre, daremo particolare attenzione alle donne e, soprattutto, ai minori, che saranno vicini alle scuole che frequentano e che, quindi, continueranno a frequentare. Dovremo impegnarci insieme. In quest’ottica, è importante che le istituzioni si mettano in gioco e investano risorse, affinché si possano costruire percorsi reali. E non si tratta solo di questioni economiche: aver firmato una convenzione con il Comune significa sottolineare il valore pubblico del nostro operato. Se queste famiglie intraprenderanno dei percorsi positivi sarà un bene per tutta la città. 

Alcune voci si sono levate criticando la chiusura del campo regolare dove abitavano queste persone…
È stata una chiusura inevitabile. Per chi vi abita innanzitutto, perché ormai il campo era ormai in condizioni insostenibili, sia dal punto di vista ambientale che da quello della convivenza. Ed è una chiusura opportuna anche dal punto di vista dei residenti del quartiere, perché quella era diventata una zona di degrado. Si potevano forse trovare soluzioni diverse, in tempi diversi. Ma quello che non si poteva fare, dal momento che stiamo parlando di persone da decenni residenti in città, era abbandonarle a loro stesse, rischiando di creare una situazione di conflitto senza sbocco o di nuova marginalità, in cui si sgombera da una parte e si ricrea uno spazio di disagio da un’altra. Per questo abbiamo scelto di esserci.

D’altronde, non è la prima volta che la Casa e il CeAS lavorano coi rom...
No, non è la prima volta: siamo consci del fatto che non sia mai facile, ma siamo anche motivati dai risultati che abbiamo ottenuto. Con le famiglie uscite dal campo di via Triboniano per andare in appartamenti in cui a tutt’oggi risiedono. Oppure con altri tre nuclei che a fine dello scorso anno hanno trovato casa e lavoro fuori Milano dopo un percorso molto positivo. La nostra scelta è sempre stata quella di stare nel mezzo, per cercare di risolvere le criticità, non limitandoci a sottolinearle. Lo sforzo che facciamo, e che pensiamo debba essere fatto da tutti, è quello costruire situazioni di umanità condivisa, superando quegli atteggiamenti demagogici che, in fondo, non vogliono veramente risolvere il problema oppure fingono di affrontarlo con il metodo delle ruspe. Rivendichiamo perciò la natura del nostro accompagnamento, che è fatto di regole sociali e di condivisione e che punta a promuovere l’autonomia economica e abitativa, l’inclusione sociale e la vera cittadinanza. Lo facciamo pensando sempre alla dignità della persona, che va protetta e difesa, dando tutte le opportunità possibili per raggiungere quei legittimi desideri che, in fondo, sono la normalità.

 
 
 

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