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Via Corelli: la posizione della Casa della carità

15 aprile 2014

L'annuncio della riapertura del Cie e dell'apertura di un Cara a Milano sollevano interrogativi preoccupanti

L'annuncio della riapertura entro l'estate del Centro di Identificazione ed Espulsione (Cie) di via Corelli a Milano ci ha colti di sorpresa. E ancora più stupiti ci ha lasciati la notizia della creazione di un nuovo Centro Accoglienza per Richiedenti Asilo (Cara) proprio di fianco al Cie. Gli interrogativi che queste scelte sollevano sono numerosi e, per chi si occupa quotidianamente di migranti, preoccupanti.

Innanzitutto, i Cie. Si tratta di luoghi chiusi e inumani, antieconomici ed inutili. Lo hanno dimostrato nel corso degli ultimi anni visite, inchieste e ricerche. Quello di Milano non fa eccezione e, infatti, la sua chiusura è avvenuta in seguito al danneggiamento parziale della struttura da parte delle persone recluse e il nuovo bando per la gestione è stato indetto dopo che la Croce Rossa ha smesso di operarvici.

In seguito al naufragio di Lampedusa del 3 ottobre, sulle onde della commozione e dell'indignazione scatenate da quell'evento, l'ipotesi che il Cie di via Corelli non venisse più riaperto era stata più volte auspicata dalle autorità locali. Ora pare non più praticabile. Ce ne chiediamo il motivo e ci interroghiamo sui perché, a livello nazionale, i provvedimenti necessari per chiudere questi centri – previsti dalla normativa vigente – non siano più all'ordine del giorno del dibattito politico.

C'è poi la questione del nuovo Cara. In un contesto nazionale e continentale in cui i flussi migratori, forzati e non, continuano ad essere gestiti soprattutto secondo logiche emergenziali, la sua apertura potrebbe essere considerata una buona notizia. Ma anche qui le perplessità non mancano. In Italia, i Cara, escluso quello di Castelnuovo di Porto a Roma, si trovano sempre in centri di confine, di arrivo dei migranti. Inaugurarne uno a Milano significa considerare la città un punto di arrivo? Oppure un punto di passaggio, come dimostrano i numerosissimi profughi siriani transitati in questi mesi alla volta del nord Europa? È un provvedimento questo che si inserisce in un ridisegno complessivo del sistema di accoglienza nazionale oppure l'ennesima misura emergenziale che non predispone risposte adeguate ad un fenomeno – quello dei profughi – ormai strutturale?

Infine, la collocazione spaziale della nuova struttura. Perché porla vicino al Cie? Che le due strutture non dovrebbero avere nulla a che fare lo spiegano i nomi stessi dei centri. Eppure, spesso nel sud Italia, ne sono state costruiti di vicini. Ma come si possono davvero accostare le idee di accoglienza ed espulsione senza generare pericolosi cortocircuiti? Senza contare il pericolo di ghettizzazione dei migranti che una scelta del genere porta con sé.

Manca poco più di un anno ad Expo 2015. L'impegno mostrato dalla nostra città e dal nostro Paese per accogliere turisti e visitatori da tutto il mondo, ci chiediamo come Casa della carità, è lo stesso messo in campo per accogliere chi fugge da conflitti, dittature e povertà in Siria, Somalia, Afghanistan, Eritrea, Mali ed Egitto? Esiste una strategia complessiva e strutturata per gestire il fenomeno migratorio e garantire a queste persone i loro diritti?

Al momento, l'unica certezza è che a Milano riaprirà presto i suoi cancelli un luogo, il Cie di via Corelli, in cui quegli stessi diritti sono stati troppo spesso violati.

 

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