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"Uno su mille ce la fa". Storia di Thomas, richiedente asilo

7 aprile 2014

L'esperienza di uno dei profughi arrivati alla Casa della carità nell'ambito dell'Emergenza Nord Africa. E che oggi lavora come giardiniere

Thomas in Italia nemmeno ci voleva venire. Ma che altro poteva fare quando è scoppiata la guerra civile in Libia, nel 2011? Che altro, se non scappare di nuovo?

In Libia c’era arrivato a 18 anni in fuga dalla povertà del Burkina Faso, in cerca di un futuro e di un lavoro e a Tripoli di lavori ne aveva trovati due, panettiere e piastrellista, più che sufficienti per vivere con dignità e mandare qualche soldo a casa. Quando Tripoli diventa un campo di battaglia, da una parte le truppe fedeli al rais Gheddafi, dall’altra i ribelli che vogliono cacciare il dittatore sull’onda delle primavere arabe, per Thomas e i suoi amici migranti neri dall’Africa subshariana non c’è scampo. Nei ragazzi di colore come lui i ribelli vedono uno dei tanti mercenari ingaggiati nell’esercito del colonnello. Di conseguenza, impossibile uscire di casa tra bombe, sparatorie, cacce all’uomo. Ma, soprattutto, impensabile restare.

La fuga dalla Libia passa dal deserto o dal mare. Thomas, come tanti, sceglie il mare. E ha fortuna, nonostante il vecchio barcone che fa acqua da molte parti. A Lampedusa, dopo lo sbarco, comincia un’altra vita. Niente affatto bella. Stipato con altre centinaia di profughi in uno dei grandi Cara del Sud, i Centri accoglienza richiedenti asilo pieni fino al collasso, materassi puzzolenti, servizi igienici guasti o intasati, acqua scarsa. Che fare, se non di nuovo scappare? Via in gruppo, nuovamente stranieri in un paese sconosciuto, via verso Roma dove qualcosa ci sarà, un letto, un lavoro, un aiuto: è o non è Roma la capitale di un ricco paese della ricca Europa? La realtà è tutto il contrario, a Roma Thomas dorme per strada, mangia quando può, di lavoro nemmeno l’ombra e, alla fine, grazie a un’associazione non profit viene inserito nel programma d’accoglienza Ena (Emergenza Nord Africa) destinazione Milano, prima in un centro convenzionato, poi alla Casa della carità.

Sorride con la sua faccia da ventenne, i capelli corti, le labbra grandi, Thomas, difensore centrale della squadra di calcio della Casa, quando il coordinatore dell'accoglienza maschile Giorgio Quaranta gli ricorda i primi giorni in via Brambilla. “Il gruppo con cui è arrivato Thomas – racconta Giorgio – era deciso a crearci dei problemi, l’esperienza negativa nei precedenti luoghi di ospitalità e l’impatto duro con l’Italia li aveva resi rivendicativi, scarsamente collaborativi e pronti a continue richieste”. Torna serio Thomas ripensando alla prima notte trascorsa dormendo in corridoio sotto il tavolo da ping pong perché lui e gli altri richiedenti asilo Ena pretendevano camere a due letti e non a sei. “Pian piano i rapporti sono migliorati, le tensioni si sono smussate ed è stato possibile confrontarci, costruire un percorso, scegliere cosa era meglio fare”, conclude Giorgio. E per Thomas è ricominciata la speranza. Si è messo in gioco, ha seguito i corsi di italiano e alcuni percorsi di inserimento lavorativo, ha ottenuto la protezione sussidiaria e ha scoperto il giardinaggio.

Oggi, dopo un tirocinio, Thomas lavora come giardiniere in una cooperativa che cura il verde pubblico. Per ora ha un contratto a tempo determinato, ma è comunque molto contento perché, dice, un posto di lavoro, di questi tempi, è una grande conquista. Spiega: “Alla Casa ho trovato dei fratelli maggiori e tanti amici, ma anche un'opportunità di futuro”. Una chance che, purtroppo, non capita molto spesso in Italia dove per mille profughi in fuga da guerra o povertà troppo spesso uno solo ce la fa.

 

[sopra, una foto di Armando Rotoletti. In questa pagina, il volto e il nome di Thomas sono stati cambiati per non renderlo riconoscibile in ottemperanza a quanto prevede la normativa per la tutela dei rifugiati politici]

 

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